sabato, 15 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Gregorio Agnini, instancabile difensore degli oppressi
Pubblicato il 08-05-2018


GregorioAgniniÈ certamente una delle figure più belle del vecchio socialismo, così ricco di passione e di fede e così attivo nel sollecitare l’avanzamento dei lavoratori. Nacque a Finale Emilia, in quel di Modena, il 27 settembre del 1856. Compiuto il corso degli studi con il conseguimento del diploma alla Scuola superiore di commercio di Genova, cominciò a lavorare nel settore industriale. Nel contempo rivelò un vivo interesse per l’organizzazione dei lavoratori agricoli, numerosissimi nella sua regione, e questo lo portò presto a impegnarsi nella propaganda e nella organizzazione dei lavoratori. Nel 1882 venne eletto nel Consiglio comunale di Finale e contemporaneamente nel Consiglio provinciale di Modena, dove si distinse per la viva attenzione ai problemi degli strati popolari. Nel 1886 fondò a Mirandola una associazione di braccianti, che registrò presto un vasto richiamo nella categoria dei lavoratori della campagna. Personalmente, però, di lì a un anno fece la prima esperienza di carcerato per avere difeso i lavoratori. A Modena fu presidente della Congregazione di Carità e della Federazione fra le Società dei lavoratori. La sua autorità crebbe contemporaneamente alla sua notorietà, sicchè nel marzo del 1890 i socialisti lo candidarono alla Camera nel collegio di Modena. Eletto, aderì al piccolo gruppo parlamentare socialista che allora faceva le sue prime esperienze di lotta in difesa dei lavoratori e della libertà, e svolse le funzioni di segretario. Nel ’92 fu a Genova tra i fondatori del Partito socialista. Interessato ai Fasci del lavoratori che stavano nascendo in Sicilia, tentò di prendere contatto con gli organizzatori isolani e portare una parola di solidarietà e di incitamento, e a questo fine nel 1893 con Camillo Prampolini si portò a Palermo, ma la polizia fu pronta a fermarli. Come parlamentare si impegnò attivamente a evidenziare alcuni seri problemi della bassa padana, e in particolare la necessità di opere di bonifica, di linee ferrate, di contributi alle cooperative per la realizzazione di lavori pubblici, di elevazione dei salari per i lavoratori subordinati, sfruttati coi lunghi orari di lavoro e con le basse mercedi. Entrato a far parte della Direzione nazionale del partito, si collocò tra i riformisti più moderati, e rinsaldò il suo legame coi lavoratori che tanto lo amavano, e che perciò lo rielessero alla Camera sconfiggendo avversari anche agguerriti. Collaborò frequentemente alla stampa socialista, ma non disdegnò i fogli borghesi, nel desiderio di estendere l’area di possibile fruizione del messaggio socialista in ordine ai vari problemi del paese. Di fronte alla partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra, che capovolgeva improvvisamente vecchie alleanze e impegnava il paese in uno sforzo bellico che sarebbe costato 600.000 morti e milioni di feriti e mutilati, e svuotato le casse dello stato, egli assunse una posizione di netto rifiuto. Nel dopoguerra riprese l’attività politica e sindacale nella sua provincia, e nel 1920 venne eletto presidente del Consiglio provinciale di Modena. In un momento di forte radicalizzazione della lotta politica e sindacale, come fu quella immediatamente successiva alla guerra, la vita del partito risentiva molto del contrasto tra le frazioni dei massimalisti-rivoluzionari e dei riformisti in relazione soprattutto ai rapporti col comunismo che si affermava nella lontana Russia e tendeva a orientare con forza i gruppi operanti nei vari paesi. Riformista come in gioventù, egli rimase saldamente legato a una concezione che rifuggiva da ogni estremismo, essendo fermamente convinto della necessità di evitare al paese la reazione borghese e al tempo stesso la dittatura comunista. Per la decima volta, ancora nel 1924 venne eletto alla Camera, ma due anni dopo, avendo partecipato all’Aventino degli oppositori al fascismo, ormai emarginati e impediti di ogni sia pur minima attività politica, venne dichiarato decaduto dal mandato. Durante il ventennio visse appartato, ma fu sempre vigilato dalla polizia. La caduta del fascismo lo trovò novantenne ma sempre animato dall’ideale socialista. Il 25 settembre del ’45, insediatosi tra i componenti della Consulta nazionale, ne fu, in quanto decano, il primo presidente, e in quella veste disse parole pregne di fede nell’Italia rinnovata e libera dopo il tragico ventennio. Ricordati Matteotti, Gramsci e Amendola, i grandi Martiri del movimento proletario e antifascista, profondamente commosso disse: “Sì, mi sembra, consentitemi che lo dica, di sentir riecheggiare qui, alta e solenne, la loro voce, che indica a noi e a tutti gli italiani il sacrosanto dovere che incombe in questo momento, di dare ogni opera, di compiere ogni sforzo per rigenerare la nostra Patria e risollevare le sorti dell’Italia trascinata nel baratro dal fascismo e dalla monarchia!”. Era ancora a Roma quando pochi giorni dopo, il 6 ottobre, morì.

Giuseppe Miccichè

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