sabato, 18 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

I misteri su Aldo Moro
40 anni dopo
Pubblicato il 30-05-2018


aldo-moro-bnNella miriade di libri usciti per l’anniversario del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta sembra esserci una gara per rendere più «misteriosa» quella triste pagina della storia italiana. Più di un aspetto è rimasto sconosciuto tanto da indurre uno studioso di quella vicenda a coniare il termine di «misterologia» sul caso Moro diventato «un mistero in sé». La conclusione a cui perviene è quella sostenuta nella nuova introduzione Quarant’anni dopo da Andrea Colombo nella ristampa del suo volume Un affare di Stato. Il delitto Moro 40 anni dopo (Cairo editore, Milano 2018, pp. XXVI-289), in cui l’Autore afferma che la soluzione di un enigma suscita nuove «clamorose scoperte».

Quando il libro viene pubblicato dieci anni fa dal medesimo Autore, la bibliografia sulla vicenda Moro è molto ampia. La maggior parte degli studi considera falsi i racconti dei brigatisti ed errati i risultati processuali per la mancata individuazione dei registi occulti del delitto. Il fatto contingente si colloca nei cinquantacinque giorni compresi tra il sequestro di Aldo Moro (16 marzo 1978) e la sua uccisione (9 maggio), ma una cospicua quantità di episodi trasforma la sua morte in una vicenda confusa e per alcuni tratti oscura. Essa investe vari aspetti (politico, giudiziario e «fattuale») che cinque processi e due commissioni parlamentari non sono riusciti a chiarire.

L’ultima commissione bicamerale d’inchiesta, istituita il 31 maggio 2014 e presieduta da Beppe Fioroni, ha riaperto le indagini sulla tragica vicenda, avvalendosi della documentazione desecretata nel 2015 dal governo Renzi, ma non è pervenuta ad una vera relazione conclusiva. Elementi eclatanti come la presenza di una Honda durante il sequestro, la testimonianza dell’ex brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu oppure quella dell’ex artificiere Vitantonio Raso restano ancora senza alcuna spiegazione.

Sulla prima testimonianza l’Autore ricorda la rivelazione dell’ex finanziere, secondo cui l’8 maggio 1978 Moro stava per essere liberato «con un blitz nella prigione del popolo di via Montalcini», ma «l’operazione fu però bloccata all’ultimo momento da una telefonata del ministero degli Interni e proprio il giorno dopo il prigioniero fu ucciso» (p. VIII). La rivelazione fu utilizzata da Ferdinando Imposimato nel suo libro I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia (Newton Compton, Roma 2013, pp. 309) prima che Ladu venisse inquisito per calunnia e l’autore riconoscesse l’errore. Sulla seconda testimonianza dell’ex artificiere, Vitantonio Raso, autore del libro La bomba umana (Seneca, Torino 2012, pp. 172), Andrea Colombo sottolinea la notizia secondo cui gli artificieri fossero arrivati il via Caetani il 9 maggio 1978 «alle 11 del mattino, dunque molto prima che arrivasse alle 12.13 la telefonata delle Br».

Le tre relazioni riconoscono infondate alcuni aspetti della «misterologia» come l’eventualità che il commando abbia preso di mira solo da sinistra l’auto di Moro e della scorta, ma anche da destra per l’assenza di fori provocati dalle pallottole. Altri aspetti riguardano la validità della testimonianza di Alessandro Marini, la presenza della Austin Morris oppure il ruolo del misterioso individuo «con cappotto di cammello». Nella trama della vicenda l’Autore discute e richiama la Cia, i servizi italiani «deviati», il Mossad, la P2, i servizi segreti cecoslovacchi, Gladio, la Stasi, i palestinesi, il Vaticano ed organizzazioni criminali come la banda della Magliana, la ’ndrangheta e la mafia. Un intreccio perverso di entità che ha reso più difficile districare una vicenda complessa, svoltasi soprattutto intorno alla trattativa dello Stato. Come emerge dalle relazioni della Commissione parlamentare, lo Stato svolse la trattativa in modo sotterraneo, accanto ad altri filoni cercati ed avviati da altre organizzazioni e personaggi.

Tra le più significative l’Autore ricorda la trattativa del Vaticano che, su iniziativa di Paolo VI, raccolse una cospicua somma da offrire in cambio della vita di Moro: un episodio su cui ha gettato nuova luce Riccardo Ferrigato nel suo libro Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Aldo Moro (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo-Milano 2018, pp. 263). Altro tentativo fu quello di Bettino Craxi che, come segretario del Psi, considerò giusta la trattativa per giungere a uno scambio di prigionieri con le Brigate Rosse. Altri ancora sono ben presentati dall’Autore, che dimostra una conoscenza ampia della documentazione dell’opera di Aldo Moro, che ripropone una lettura suggestiva della sua vicenda, anche se sembra esagerata la tesi per cui negli ultimi dieci anni non sia emerso nulla di eccezionale valido per modificare l’impianto della sua ricerca.

Nunzio Dell’Erba

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