martedì, 16 ottobre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

“Il fulgore di Dony” di Pupi Avati: storia di un incontro ‘folgorante’
Pubblicato il 30-05-2018


avatiIl film per la regia di Pupi Avati, “Il fulgore di Dony” -andato in onda su Rai Uno il 29 maggio scorso-, affronta temi importanti: una ‘disabilità’ improvvisa a seguito di un incidente in cui si ritrova un giovane, la crescita degli adolescenti al tempo d’oggi in una Bologna moderna con i primi innamoramenti e delusioni, l’amore che folgora, quegli incontri che ti cambiano la vita, quasi epifanie ermeneutiche un po’ pirandelliane. Protagonista della storia è una giovane 17enne di Bologna, Donata Chesi (detta Dony); già dal suo nome si intravede la figura preziosa di questo personaggio, che sarà un vero e proprio ‘dono’ per un altro giovane: Marco Ghia (Saul Nanni, che già abbiamo visto recitare in “Scomparsa”, la fiction per la regia di Fabrizio Costa con Vanessa Incontrada e Giuseppe Zeno). I due si innamoreranno, di un amore profondo, un sentimento folgorante; per Dony sarà amore a prima vista, così forte da pervaderla: “è stato in quel momento (quando lo ha incontrato per la prima volta) che è successo il miracolo”. Vero e proprio miracolo che sembra destinato a far trionfare gioia, felicità, allegria, romanticismo. Ma per un regista impegnato come Avati non poteva bastare, non poteva fermarsi qui; il regista con questo film è voluto -a nostro avviso- andare oltre per affrontare tematiche più profonde. Infatti un giorno Marco avrà un grave incidente sugli sci con il padre (Andrea Roncato), che lo porterà a un grave handicap fisico e mentale (a seguito di un forte trauma cranico le sue capacità motorie e cognitive saranno drasticamente e progressivamente sempre più ridotte); l’unica persona in grado di calmarlo, che il ragazzo cercava e pertanto che poteva ‘salvarlo’, era proprio Dony (rimasta sempre nella sua mente nonostante la grave patologia). Per questo la madre (Lunetta Savino) chiede aiuto a lei; in nome del suo amore. Così profondo, da farle dire: “quando rideva era ancora più bello”, “sarei rimasta lì per sempre a parlare con lui”; amore anche eterno ed in grado da rinunciare a tutto per lui? Nonostante la giovane età? Dony si ritrova di fronte a questo bivio. Lui le chiede di sposarlo e di fuggire via con lui. I compagni le dicono di lasciar stare questo suo “stupido sogno” romantico inutile, di ripensarci. La ragazza all’inizio ha un attimo di titubanza, poi troverà il coraggio di portare avanti il suo amore e inseguire il suo sentimento. La famiglia non approva (né la madre, Ambra Angiolini, né il padre, Giulio Scarpati): “Sei matta come lui” le dice sua mamma. Ma per lei esisteva solamente una legge shakespeariana di “O tutte e due o niente”, solo loro due insieme, così forti che si bastavano a vicenda. Dei nuovi Romeo&Giulietta moderni. Quasi forte del suo nome, di un amore che le era stato donato e che doveva restituire. Il fulgore del titolo, però, non è solo la sua forza di volontà, il suo amore per la vita, il suo coraggio di andare contro tutti per Marco, la vitalità che riuscirà a portare nella vita del giovane. “Fulgore” infatti significa -da dizionario- folgore, bagliore, luce vivissima che abbaglia, lucentezza e brillantezza nel senso di sfolgorio, ma anche dunque metaforicamente “il momento migliore della propria vita”. Dunque è in questo senso che va letto il termine scelto dal regista per il titolo; cioè il godersi in pieno la fase migliore della vita, la giovinezza, nonostante tutte le difficoltà e nonostante anche la malattia, ma anche il bagliore che acceca delle cose importanti della vita come l’amore, che con fragore irrompono nella nostra vita con questi incontri che te la cambiano e con i veri piccoli miracoli che accadono: il vero folgore di quell’età magnifica che è l’adolescenza. Un film di adolescenti e per adolescenti. Ma se da adolescenti si sogna l’amore eterno, romantico e passionale, Dony finisce in analisi, in terapia dallo psichiatra e psicoanalista (Alessandro Haber), perché non riesce a parlare con la sua famiglia, che non condivide la sua scelta di rinunciare a tutto per questo ragazzo. “Ne sono consapevole. Mi ritiro dalla scuola per qualcosa di più importante. Voglio sposarlo. Lo faccio per il bene che mi vuole, per la sua paura che ha di perdermi, per il bisogno che ha di me. Non avevo mai pensato di poter essere così importante per qualcuno”. Dunque una ragazza che diventa una donna, che capisce che crescere significa prendersi delle grosse responsabilità. Non è solo il tenero romanticismo di una giovane sognatrice, innamorata, dall’anima delicata e sensibile, appassionata di letteratura e soprattutto della scrittrice Anna Maria Ortense, di cui la colpisce soprattutto il suo rapporto con il dolore (a seguito della perdita del fratello marinaio Emanuele). Ed è quest’ultimo sentimento che è entrato, con l’amore, nella sua vita. Lei ama la danza classica e vorrebbe diventare una scrittrice. Per dirla con Anna Maria Ortense, allora, come scrisse nel suo primo racconto “Pellerossa”: la giovane si ritrova a vivere “lo sgomento delle grandi masse umane, della civiltà senza più spazi e innocenza, dei grandi recinti dove saranno condotti gli uomini comuni”, cioè l’incomunicabilità, per la percezione deviata della diversità, discriminata, che ci emargina in spazi chiusi dove siamo rinchiusi come in gabbie sempre più strette, circondati da spazi enormi di città che si fanno metropoli, nella società di massa appunto che tende a stereotipare e stigmatizzare tutto. Ed ancora, si potrebbe aggiungere, con le parole della Ortense in “L’infanta sepolta” (pubblicato da Adelphi nel 1994), che sembrano descrivere alla perfezione lo stato d’animo di Dony: “Qui, (…) tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, (…) tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva (…) una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione”. Ma la città è la stanza, la casa dove vive con Marco; cioè spesso la gente non potrà capire, ma ormai l’infanzia e l’adolescenza sono superate: lei e lui non sono più bambini, nonostante il giovane sia affetto da un progressivo ritardo mentale a seguito dell’incidente. L’amore è felicità e sofferenza insieme, nella gioia e nel dolore come si dice nel rituale del matrimonio; capire questo significa diventare grandi e saper davvero amare.

Un modo per descrivere l’adolescenza in maniera un po’ pittoresca, quasi ci trovassimo davvero in un romanzo letterario storico d’altri tempi, antico e moderno contemporaneamente. Forse Pupi Avati poteva approfondire meglio tematiche importanti solo accennate come la disabilità, la gioventù coraggiosa e la psicoanalisi; bene ha fatto a trattare e ad approfittare di una trama assolutamente interessante ed originale. Forse poteva approfittarne meglio. I temi sono solo accennati, trattati in maniera semplice e a volte semplicistica; magari si poteva sfruttare meglio il filone della psicoanalisi per un’evoluzione nei personaggi, in Dony come nei genitori, per mostrare il vero cambiamento che porta; oppure dare più risalto alla scelta coraggiosa della ragazza, coinvolgendo anche gli altri coetanei e compagni di scuola, facendoli diventare parte attiva del suo ‘progetto’ di aiutare il ragazzo a superare il trauma del suo incidente diventando una vera comunità più unita e ampia, invece di essere distanti e spettatori passivi quasi infastiditi; oppure mostrare come la disabilità non sia invalidante in toto impendendo ad una persona di realizzarsi nei suoi sentimenti, in questo aspetto troppo poco approfondito: sì c’è io matrimonio dei due che lottano contro tutti, però rimane una cosa ristretta a loro due, solo loro due, mentre sarebbe stato bello vederlo esteso a più persone, con un maggior ruolo della città, di Bologna che fa solo da cornice senza avere parte attiva, eppure città molto ‘fresca’ e ‘viva’. “Il fulgore di Dony” sembra più una nuova versione de “La solitudine dei numeri primi” che finalmente convergono, ossia la solitudine di due anime simili e predestinate, cioè destinate ad incontrarsi ed unirsi che finalmente mette fine a un loro isolamento individuale stringente. La storia di questi due giovani in cui la vera protagonista è Dony (Greta Zuccheri Montanari), più che lui (Marco Ghia, Saul Nanni), poiché il suo incidente è la causa scatenante di tutto il cambiamento, che è lui stesso ad avviare, ma che senza di lei non potrebbe proseguire: i due diventano inseparabili, ma ne è lei la promotrice e la forza vincente. Sicuramente, una volta di più, Pupi Avati -dall’alto della sua esperienza e maturità professionale, forte dell’impegno del suo mestiere e del suo ruolo socialmente impegnato e utile- ci ricorda che i giovani possono (e devono) fare tanto, per dare il ‘la’, l’esempio, quasi una guida per mettere in moto un mutamento sociale collettivo significativo e dettare nuove regole del vivere civile, nonostante la loro giovane età -ribadiamo-. Questo il vero fulgore che deve essere folgorante per tutti.

Ba Co

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento