martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il governo più a sinistra della storia repubblicana
Pubblicato il 22-05-2018


Ogni volta che un neofita della politica pontifica – con sussiego – “evviva, viviamo in un’era post-ideologica!”, sbuffo alzando gli occhi al cielo. La modernità e la rivoluzione digitale hanno forse “rottamato”, come rulli compressori, le ideologie che sono state il nostro pane quotidiano? Chissà, può essere che gli “ismi” dell’Otto-Novecento siano finiti nella pattumiera della storia. Meno male però che il Settecento illuminista è troppo lontano e sfocato, per questi profeti del nuovismo. Proprio l’affermarsi di Facebook a livello planetario ha riproposto un tema vecchio come il mondo: quello del monopolio del potere (finanziario, politico, dell’informazione). Altro che eutanasia delle culture politiche: qui bisogna tenersi sul comodino Lo spirito delle leggi di Montesquieu, e rileggerselo come un vangelo ogni sera. L’uomo, nel corso dei secoli, non ha mutato natura, e quindi mi sento più tranquillo se la nostra società continua a basarsi su un’idea ammuffita, settecentesca: la separazione e l’equilibrio dei poteri.
In verità, le tre grandi correnti politiche della modernità – socialismo, liberalismo, democrazia – sono tutt’altro che scomparse, assomigliano semmai a fiumi carsici. Basta ascoltare bene i teorici della melassa post-ideologica – nonché esperti di funambolismo – per capirlo. Chiunque consulti i manuali di storia e di filosofia riuscirà a collocare questi furbastri di qua o di là della linea di demarcazione fra progressisti e reazionari/conservatori. Costoro escogitano programmi confusi, ma ci ficcano dentro idee ben chiare, che quasi mai però sono farina del loro sacco: le rubano, in spregio ai diritti di proprietà intellettuale; saccheggiano a destra e a manca come pirati della peggior risma. Un esempio eloquente è il salario di cittadinanza: da quanti anni se ne discute nei circoli intellettuali della sinistra? Se poi i pezzi del puzzle non si incastrano… chi se ne frega! Post modernità significa che non ho più l’obbligo della coerenza. La rivoluzione digitale mi ha fatto un ben regalo: viviamo nell’istantaneità, quello che dicevo ieri, oggi posso dimenticarlo, è acqua passata. Il nemico di ieri, è l’amico di oggi. Tutti i ruoli sono interscambiabili.
Detto ciò, non posso negare che regnasse il caos anche prima che apparissero i profeti del nuovismo post-ideologico. Temo però che l’ottimismo di Mao sia fuori luogo: “grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è favorevole.” La sinistra, che oggi ha poche idee, e alquanto fumose, batte in ritirata su tutti i fronti. L’abitudine a invadere il campo altrui, non ci ha portato fortuna. La politica del rigore, detta anche dell’austerity, storicamente appartiene alla destra liberale, ora l’abbraccia anche la social-democrazia, preoccupata di far quadrare i conti. Del resto non è che le cose fossero sempre così chiare neppure nel buon vecchio Novecento: Mussolini, un genio – malefico ma pur sempre un genio –, avviò il primo innesto sperimentale in grande stile che unì la peggior destra (nazionalismo bellicoso, febbre coloniale) alla peggior sinistra (giacobinismo, culto della violenza). Alla fin fine, però il regime era inequivocabilmente reazionario, nonostante la verniciatura di socialismo populista – gli elementi di stato sociale tanto decantati dalla destra odierna. Negli stessi anni Rosselli, autore del classico Socialismo liberale, imboccava un’altra strada, quella che conduceva a una sintesi fra la destra liberale e la sinistra riformista. Le sue idee, infinitamente più eque e sensate, mirano a conciliare le istanze della borghesia (libertà politica e di impresa) con quelle del proletariato (giustizia sociale).
Questa premessa è forse fin troppo intellettuale per inquadrare il discorso che segue, ma che farci, sono un figliolo orgoglioso dell’intramontabile Novecento ideologico. Vengo al punto. Il governo Lega-Movimento 5 stelle è di destra o di sinistra? La più parte dei commentatori della sinistra radical-chic sfodera un’accusa trita e ritrita: il nostro avversario, ovviamente, non può che essere di destra! Non c’è parola più infamante, nel lessico politico italiano. “Destra”, che schifo, che orrore!
E allora vi sorprenderò dicendovi che no, il governo – assolutamente legittimo – che si profila in Italia non è di destra. È piuttosto il governo più a sinistra della storia repubblicana. Intendiamoci, però. È la sinistra peggiore: quella vetero-marxista, ovvero arrogante, populista e saccente; quella che promette il paradiso in terra e una bella trasfusione dai capitalisti sanguisughe ai proletari anemici; quella degli idealisti acchiappanuvole, per dirla con Turati; quella che antepone i diritti ai doveri, perché i sacrifici no, guai solo a nominarli. Noi lo sappiamo, cari saputelli abbonati a Topolino, che in Italia non c’è mai stata una destra liberale e libertaria di massa. La destra egemone ha un imprinting sociale, e può essere altrettanto estremista della sinistra antagonista. L’una e l’altra hanno la stessa vocazione autoritaria. Sarà un luogo comune, ma qui casca a fagiolo: gli estremi si toccano. Tant’è che dai tempi di Benito un certo cambio di casacca – dalla cravatta rossa alla camicia nera (e viceversa) – non è mai stato traumatico. Prima d’esser fucilato dai partigiani, lo ammise candidamente Bombacci, ex marxista rivoluzionario, ex socialcomunista, nemico acerrimo del riformista Turati, e guarda caso fedelissimo di Benito durante la Repubblica Sociale: in fondo, noi “neri” siamo sempre stati “rossi”: volevamo la rivoluzione socialista in Italia. Per abbattere il capitalismo finanziario delle multinazionali, per difenderci dal complotto demo-pluto-giudaico- massonico.
Da che mondo è mondo, l’impianto concettuale dei populismi è organicamente di estrema sinistra, la destra illiberale si limita a un semplice taglia e incolla dal proprio alter ego: il denaro (quello altrui) è lo sterco del demonio; il potere (quello altrui) corrompe anche l’animo; i politici (gli altri, non noi) sono una casta di vampiri; la corruzione è dilagante nel mondo senza confini di oggi: torniamo alle nazioni, barrichiamoci in casa nostra, preserviamo la nostra purezza e identità (l’ebreo Trotskij voleva la rivoluzione mondiale, il cristiano Stalin il socialismo in un paese solo); c’è sempre un capro espiatorio o un complotto su cui riversare la rabbia popolare: ieri gli ebrei usurai, capitalisti e apolidi; oggi i banchieri, le multinazionali, le élite liberali cosmopolite, l’Unione Europea egemonizzata dalla Grande Germania.
Agli antipodi la nostra visione quale sinistra riformista e liberale: noi crediamo nel fatto – scientificamente dimostrato – che la globalizzazione, pur con tutti i suoi squilibri, ha liberato oltre un miliardo di persone dalla povertà; noi elogiamo il multiculturalismo e il meticciato; se le merci possono circolare liberamente, anche agli esseri umani va garantita la medesima libertà di movimento; i confini, prima o poi, scompariranno. In sintesi: esiste solo una razza: quella umana.
E’ un grave errore politico stigmatizzare il nuovo governo scagliandogli contro consunti slogan o anatemi ideologici, come se fossimo tornati alla Guerra Fredda. Il programma Lega-5 Stelle è comunistoide, o, quantomeno, nulla ha a che fare con i programmi razionali di spesa della destra liberale. Ci costerà dai 100 ai 150 miliardi di euro (notizia dell’ANSA). Salario di cittadinanza, taglio di alcune tasse, pensionamenti più facili. Dov’è la copertura? Chi pagherà il conto?
Immagino la risposta sotto forma di un’altra domanda polemica. E le proposte di destra, quelle non le vedi nel programma? No, francamente non le vedo. E l’intolleranza verso gli immigrati? Beh, se studiamo la storia dell’Unione Sovietica, esempi di tolleranza non se ne vedono neppure se si usa la lente di ingrandimento. Quando a Stalin o ad uno dei suoi illuminati successori conveniva spostare interi popoli o minoranze etniche da una parte all’altra del loro sterminato paese, l’ordine scoccava senza che nessuno battesse ciglio. E gli stalinisti di casa nostra applaudivano, perché tutto ciò che avveniva nella patria del socialismo reale era progressivo – a prescindere. Anche la persecuzione nei confronti degli omosessuali, nell’URSS, evidentemente era illuminata, ed emancipatrice. Come volevasi dimostrare, insomma: il nuovo governo ha un imprinting vagamente comunista. E quindi le venature destrorse ci stanno a pennello.
Che fare, allora? Riconosciamo tutti, finalmente, due cose: a) la destra liberale e la sinistra riformista, in Italia, sono minoritarie; (b) ancor oggi si fronteggiano due sinistre, e l’una è la negazione dell’altra. Rileggiamoci il saggio Il Vangelo socialista di Craxi (1978), scritto a quattro mani insieme a Luciano Pellicani, il più lucido e coerente intellettuale liberalsocialista in circolazione. All’estrema sinistra, che all’occorrenza può vestire i panni della destra sociale, e che oggi si camuffa da leghismo o da movimento post-ideologico, dobbiamo contrapporre un argine culturale. Noi rivendichiamo – con orgoglio – la nostra identità: siamo riformisti, e liberali. Nel corpo della nostra sinistra scorre il sangue della liberal-democrazia: noi promuoviamo il dubbio metodico, le soluzioni ragionevoli, il compromesso alla luce del sole. Noi diffidiamo delle formule magiche, non alimentiamo l’odio di classe né demonizziamo oscuri poteri forti, e neppure tiriamo fuori dal cilindro complotti fantasiosi per giustificare i nostri fallimenti o per rigettare con sprezzo le critiche alle proposte mirabolanti, da paese dei balocchi. In sintesi: rifiutiamo la demagogia populista. E infatti parteggiamo per il Montesquieu preoccupato degli abusi di potere, non per il Rousseau teorico della democrazia diretta e della monolitica volontà popolare che tutto travolge. Ammiriamo Bobbio e Rosselli, difensori della libertà, e non Marx, profeta di un’utopia bulimica inghiottita nei totalitarismi.
Ma un’iniezione di cultura filosofica non basta: dobbiamo elaborare un modello economico vincente, incentrato sulla dignità del lavoro, sullo sviluppo sostenibile, sullo studio metodico, sull’aggiornamento, sulla nascita di nuove professioni. I comunisti raramente si sono posti il problema di creare ricchezza: luccicano là, sull’orizzonte, montagne d’oro, basta metterci le mani sopra, e vivremo tutti felici e contenti. Also sprach Karl Marx. Noi invece vogliamo creare posti di lavoro, e tutelare i lavoratori con nuove, più flessibili reti di protezione. E allora diciamo no alle mance elettorali a pioggia, che sminuiscono la dignità dei disoccupati. Intendiamo preparare giovani studenti alle opportunità di un mondo in rapida trasformazione. Le imprese italiane avranno bisogno di oltre 150.000 tecnici nei prossimi anni. (E noi, anziché rilanciare l’educazione tecnico-scientifica, elogiamo la formazione classica e umanistica: nella mefistofelica Germania sono in grado di sfornare 100.00 tecnici in gamba all’anno). Vogliamo una società diversa da quella attuale, più inclusiva, con maggiori opportunità per tutti. Lo Stato deve investire massicciamente nella scuola, nella ricerca, nell’università. Solo così daremo un futuro ai nostri figli; solo così riguadagneremo alla nostra causa i milioni di italiani che si sono consegnati per disperazione ai due populismi gemelli siamesi. Giacché questa è la vocazione della sinistra liberale: garantire la protezione dai sussulti della globalizzazione senza promettere la luna nel pozzo. Se non saremo in grado di farlo, vincerà l’altra sinistra. E saranno guai per tutti.

Edoardo Crisafulli

Direttore Istituto Italiano di Cultura – Beirut

 

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