giovedì, 21 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

La “grandeur” fa della Francia la potenza “più immateriale del pianeta”
Pubblicato il 22-05-2018


torre-eiffel

“Per esistere la Francia deve apparire più di quel che è”; cosi inizia l’Editoriale di “Limes”, n. 3/2918. Non si può certo dire che l’incipit non colga nel segno. Il Paese a noi vicino è vittima delle sindrome della “Grandeur”; questa – afferma Pascal Gauchon, direttore delle rivista “Conflits”, in “Non c’è Francia senza grandeur” (“Limes” n. 3/2018) – “non è ovviamente solo questione di taglia”, dato che la Repubblica transalpina ha una “storia che nutre abbondantemente i fantasmi dei francesi, i quali hanno controllato il continente europeo in tre momenti decisivi”

La supremazia della Francia in Europa è iniziata all’”apice del medioevo”, con l’estensione dei suoi domini e la partecipazione delle sue signorie alle crociate, mentre dinastie di origine francese regnavano in molte parti del Vecchio Continente. Tutto ciò ha favorito la diffusione della lingua francese, mentre “lo stile gotico, partendo dall’Île-de-France, si [è diffuso] in tutta l’Europa centrale e settentrionale”. La supremazia francese si è consolidata nel XVII secolo, tanto da provocare contro di essa una coalizione per contenerne le ambizioni. Infine, a sancirne la definitiva affermazione sarà una terza tappa, culminata con la Grande Rivoluzione, che consentirà alla Repubblica di proclamarsi “Grande Nation”, con la pretesa di “trasmettere all’Europa – afferma Gauchon – le proprie grandi idee, di sfruttare l’occasione per estendere il proprio dominio”. Disegno, quest’ultimo, che è sembrato destinato ad avere successo, allorché Napoleone, approfittando anche del fatto che la Francia, ai suoi tempi era il Paese europeo dotato della demografia più cospicua dopo la Russia, “ha portato la potenza nazionale allo Zenit”.

La storia ha pertanto consentito di forgiare “un’idea persistente della grandeur francese” che, per le classi dirigenti transalpine succedutesi nel tempo poteva essere validamente utilizzata per accrescere il prestigio del loro Paese, rinvenendo nella “francofonia” il motore utile a supportarne la diffusione nel mondo.

La ragione che spinge oggi la Francia a persistere nel pensarsi potenza mondiale è quella d’essere depositaria di una grande forza militare; l’indice di potenza stimato dalla rivista “Conflits” colloca la Francia, al quarto posto in un’ipotetica classifica mondiale, prima di Germania e Giappone, ma dopo Stati Uniti, Cina e Russia; con l’apparato militare di cui dispone, la Francia si illude di poter giocare “su tutti gli scacchieri”, in base a rapporti di forza che, pur collocandola dietro le tre potenze globali, la vedono superata nettamente dalla Germania rispetto alla quale, pur imponendosi quanto a forza militare, deve comunque “cederle il passo” in campo economico e tecnologico.

In sostanza, – afferma Gauchon – i francesi intrattengono “una relazione ossessiva con la grandeur, ma sono in terapia. Sono stati obbligati a prenderne contezza dal 1815, poiché da quella data la loro pretesa di essere il primo Paese d’Europa è stata ridimensionata, anche dopo l’illusoria vittoria del 1918”; ma anche, si può aggiungere, dopo i rovesci patiti nel corso della Seconda guerra mondiale, poi con la Guerra d’Indocina nel 1946-1954, con la disfatta del Canale di Suez nel 1956 e con la guerra d’indipendenza dell’Algeria (1954-1962).

Per via delle vicissitudini patite nel corso di quasi centocinquant’anni, la Francia ha cercato di porre rimedio all’infrangersi dei suoi sogni di grandezza cambiando l’orientamento della propria politica estera. Prima si è orientata alla costruzione del proprio impero coloniale, denominandolo pomposamente “la Francia più grande”; Parigi, però, ha poco curato la crescita delle proprie colonie, “traendone più soddisfazioni psicologiche che profitti materiali”, per cui, pur avendole consentito di alimentare l’idea di grandezza, in realtà l’impero “ha contribuito ben poco alla concretezza della grandeur”.

E’ stato questo, a parere di Gauchon, il motivo per cui alla fine il Generale De Gaulle ha perseguito l’abbandono delle colonie, preferendo dedicarsi alla cura della crescita interna della nazione, declinando la grandeur nel senso della modernizzazione dell’economia e dell’indipendenza tecnologica della nazione, per accrescere la potenza militare con lo sviluppo, in particolare, nei campi dell’informatica, dell’aeronautica e del nucleare; tutti comparti produttivi che però erano dominati dalla “rivale” potenza globale statunitense.

Dopo il fallimento della politica di potenza gaullista e la sconfitta patita sul piano economico nei confronti delle Germania, la Francia mitterandiana degli anni Ottanta ha ricuperato il senso della grandeur gaullista, riorientandola sull’attuazione del progetto europeo, attraverso cui, in un rapporto privilegiato con Berlino, perseguire gli obiettivi geostrategici globali che non le era stato possibile perseguire con l’impero coloniale. Parigi, però, secondo Gauchon, non è stata “in grado di intendersi con Berlino sul tema delle grandeur“, in quanto concetto, quest’ultimo, “con il quale il partner d’oltre Reno ha rotto nel 1945”, per i troppi brutti ricordi che il perseguimento di obiettivi di grandezza ha l’effetto di suscitare nelle mente dei tedeschi.

Oltre alla potenza materiale, un altro pilastro delle aspirazioni universalistiche della Francia è la “grandeur morale”, con cui la nazione d’oltralpe tende a difendere aggressivamente le proprie peculiarità culturali contro le specificità di altre culture chiuse, a suo parere, ai valori delle Grande Rivoluzione del 1789. Su questo punto, interessanti risultano le considerazioni critiche svolte dai ricercatori che compongono il “Groupe d’études géopolitiques” (GRG), un “think tank” che si propone di stabilire se l’Europa Unita sia meglio perseguibile attraverso il ruolo attivo degli Stati nazionali o attraverso uno Stato post-nazionale.

Baptiste Roger-Lacan, uno dei componenti del GEG, in una conversazione tenuta su “Una certa idea d’Europa” (il cui testo è stato pubblicato a cura di Sofia Scialoja su “Limes”, n. 3/2018) osserva che, usare i famosi valori del 1789, senza però chiedersi oggi in che cosa consistano è paradossale; ciò perché si manca di tenere conto che essi, nonostante siano stati utilizzati dalla Francia e dal suo esercito per dare corpo alla pretesa di emancipare i popoli che venivano colonizzati attraverso la propagazione di ideali di natura filosofica e giuridica, non hanno consentito di raggiungere alcun effetto positivo, perché, di fatto, non sono stati seguiti da un’azione militare e diplomatica vincente. Le sconfitte militari, infatti, hanno reso inefficace la pretesa civilizzatrice della Francia e inappropriato il ricorso ai valori del 1789.

Senza un grande disegno transnazionale, questi valori, a parere di Roger-Lacan, dal punto di vista di una qualsiasi politica estera di una sola nazione, non possono che risultate obsoleti e contestabili. Ciò non ostante, la Francia è ancora convinta della loro validità e, sulla loro base, di potersi dare una missione universale; missione che porta spesso il suo universalismo a risultare in contrapposizione con quello americano. Tra le due forme di universalismo, però, esistono delle differenze che si traducono in netto sfavore della Francia. Per quale ragione?

La risposta di Roger-Lacan è che ciò accade perché le due forme di universalismo hanno avuto origini diverse: da un lato, la fondazione dello Stato americano e il suo ingresso nella modernità politica sono avvenute con la dichiarazione d’indipendenza nel 1776, mentre la modernità politica francese è avvenuta alcuni anni dopo, con la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789. La modernità politica francese è stata “caratterizzata sin dall’inizio dall’ambizione universalistica, mentre gli Stati Uniti si sono convertiti all’universalismo soltanto dopo la Seconda guerra mondiale”; nel caso di questi ultimi, l’“esportazione” all’estero dei propri valori è stata attuata sull’ala del capitalismo e del cristianesimo, la cui funzione principale è stata la giustificazione della conquista di una posizione economica egemone globale. Per questa ragione, l’universalismo statunitense è risultato più malleabile e flessibile di quello francese; ciò ha consentito agli USA di potersi richiamare al loro universalismo “anche quando si sono mossi in senso isolazionista”.

Infatti, secondo Roger-Lacan, mentre negli USA il ridimensionamento della loro posizione egemone, non è stato vissuto come una retrocessione, nel Paese transalpino, invece, il ricordo mitizzato del passato è valso a rinforzare il trauma del declino sulla scena internazionale e della messa in discussione, da parte dei partner europei, del permanere nelle élite francesi delle ambizioni universalistiche; è proprio questo trauma, a parere di Roger-Lacan, che rimane “all’origine del risentimento francese nei confronti dell’”hyperpuissance américaine”. L’impatti negativo di tale trauma sui rapporti intercorrenti tra Francia e Stati Uniti, è provato, ad esempio, da quanto ha avuto modo di dichiarare un uomo considerato non sospetto di spinte sciovinistiche, qual è stato François Mitterrand, il quale, poco prima di morire, confessava, al giornalista George-Marc Benamou, che la “Francia non lo sa, ma noi siamo un guerra con l’America. Sì, una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra apparentemente senza morti. Sì, sono molto duri gli americani, sono voraci, vogliono un potere non condiviso sul mondo. E’ una guerra sconosciuta […] e tuttavia una guerra mortale”.

Alla palese nostalgia per la perduta grandeur non si sono certo sottratti, forse con la sola eccezione del penultimo Presidente delle Repubblica, François Holland, né Jaques Chirac, né Nicolas Sarkozy, né, Emmanuel Macron, il quale, subito dopo essersi insediato all’Eliseo, non ha tardato a ridare – afferma Gauchon – “alla funzione presidenziale la sua dignità e il suo rango”, rinnovando “le locuzioni solenni nei grandi luoghi della storia parigina”; ne è un esempio il famoso discorso del Louvre, che tanto aveva impressionato favorevolmente Jürgen Habermas, per l’impegno che Macron aveva dichiarato di voler assumere nel rilanciare, congiuntamente con gli altri Paesi, il processo languente dell’unificazione dell’Europa comunitaria.

Tutto inutile, perché in Macron il sogno fuori tempo della grandeur è tornato a prevalere, come stanno a dimostrare gli ultimi avvenimenti riguardanti la “punizione” inflitta alla Siria per l’uso di armi chimiche contro i rivoltosi. Nella fretta Macron, senza consultare gli altri Paesi europei, si è proposto all’America di Trump come unico partner credibile, nonostante la Francia sia impegnata, secondo le parole di Mitternad, in una guerra “permanete” con gli USA.

In questo modo, Macron, vittima anch’egli della sindrome della grandeur, anziché impegnarsi a dotare l’Europa di una propria identità politica e militare, ha preferito, come afferma Andrea Bonanni (su Repubblica del 17 aprile scorso) “ballare da solo”, alla ricerca di un protagonismo fuori tempo. In conclusione, se le élite politiche francesi vorranno realmente impegnarsi nella realizzazione del progetto transnazionale europeo, dovranno iniziare a liberarsi del trauma che le affligge per la perdita della passata grandezza del loro Paese; ciò, anche per convincersi definitivamente che l’attuazione di una politica estera europea compatibile con la “stazza” militare della quale la Francia dispone richiede ora un più sano realismo.

Gianfranco Sabattini

 

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