lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

La politica che fu e la generazione dell’antipolitica
Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 14-05-2018


di Ugo Intini

Non si sa bene se e su quali nuove basi sia davvero nata una seconda Repubblica dopo la “rivoluzione” del 1992-94. E’ certo però che nell’ultimo ventennio, mentre si demonizzava la prima Repubblica, il reddito degli italiani ha avuto una crescita vicina a zero (mentre il reddito medio dell’area euro è cresciuto del 30 per cento). Adesso i Grillini annunciano trionfalmente la nascita della terza Repubblica, demonizzando la prima e la seconda. Speriamo che i numeri sul reddito non vadano in futuro anche peggio. Ma in tal caso saremo consolati dagli economisti del Movimento i quali hanno già spiegato che questi numeri sono parametri ormai antiquati, del tutto inadatti a misurare la felicità vera dei cittadini.

Di fronte alla performance dei nuovi dirigenti (di tutti gli schieramenti) qualcuno comincia a osservare che al loro confronto i politici della prima Repubblica erano dei giganti. Si tratta però di un giudizio frettoloso (non è d’altronde così importante che i singoli parlamentari attuali siano meglio o peggio dei precedenti). Il problema vero, gravissimo, è infatti un altro: la sparizione dei partiti. Perché da qui nasce la crisi della democrazia e della sua credibilità, non dalla qualità delle persone fisiche.

I padri fondatori della prima Repubblica avevano certo molti difetti. Ma nessuno poteva pensare che non credessero profondamente nelle cose che dicevano. Perché per le loro idee avevano rischiato o perso la vita e la libertà (propria o dei propri familiari). Questa loro autorevolezza si è riflessa (almeno sino a tutti gli anni ‘80) sui successori che essi stessi avevano scelto e che si ponevano in una condizione di continuità e rispetto: con una staffetta tra le generazioni e non con la contrapposizione oggi sempre più evidente.

In tutto il mondo (e nell’Italia della prima Repubblica) i partiti veri hanno, come le persone fisiche, una “reputazione”, ovvero una coerenza di comportamenti e valori che per i partiti stessi va molto aldilà dell’arco di una vita. Si rinnovano, evolvono, cambiano, certo. Ma il passato li rende affidabili: si sa cos’hanno fatto e si prevede perciò cosa faranno. Il trasformismo dei comportamenti, il sostenere improvvisamente tutto il contrario di tutto nasce per le formazioni politiche attuali anche dalla loro mancanza di radici. E giustifica il trasformismo individuale dei loro singoli rappresentanti, che nessun “contratto” o legge potrà impedire.

I partiti veri sono ovunque delle comunità. A livello locale e nazionale, I loro militanti si frequentano da anni e ciò fa emergere in modo quasi naturale le leadership. Le comunità della prima Repubblica, a livello di sezione, nuclei aziendali, circoli, si riunivano e discutevano continuamente. Cosicché i dirigenti conoscevano a fondo il Paese reale, senza le semplificazioni dei sondaggi. Dialogando con persone vere, non con una telecamera circondati da giovani figuranti che applaudono a comando o con i click del computer. Le comunità, sulla base dell’esperienza, elaboravano e aggiornavano proposte e programmi attraverso un lavoro collettivo. Di intellettuale collettivo parlava d’altronde Gramsci a proposito del suo partito. Il parlamentare o l’amministratore poteva anche essere di capacità limitate. Ma gli errori gravi gli erano evitati, perché a livello nazionale e locale i partiti avevano strutture, commissioni specializzate, uffici studi ad alto livello. Chi non sapeva, chiedeva e veniva guidato.

Il rappresentante poteva avere un curriculum professionale e scolastico scarso, ma sul piano dei comportamenti, del carattere, delle capacità di relazione, aveva subito una selezione durissima. Si cominciava infatti come consiglieri comunali e sindaci di un piccolo centro, poi come consiglieri e assessori di una città, infine, chissà, si diventava parlamentari o ministri. Perché ciascun militante, come i soldati di Napoleone, aveva nello zaino il bastone di generale.

Nelle riunioni interminabili di partito, di sindacato o di consiglio, si imparavano il confronto, la mediazione, il rispetto per i pareri opposti e anche l’umiltà, perché nel dibattito di sezione il manovale o il grande professionista si confrontavano (e magari scontravano) senza alcun timore riverenziale. Anzi.

C’è di più: la “grazia di Stato”, ovvero un concetto elaborato dai teologi cattolici che si potrebbe applicare a tutte le istituzioni, compresi i partiti. Per “Stato”, non si intende quello nazionale, con la “S” maiuscola, bensì lo “status“, ovvero il ruolo e la funzione. Può darsi-spiegavano un tempo i preti-che la persona fisica chiamata a diventare vescovo o cardinale sia troppo modesta. Ma, nel momento in cui lo diventa, acquista anche le capacità necessarie. Perché mai? Perché lo Spirito Santo gli fa questa grazia: “grazia di stato“, appunto. Per chi dubita degli interventi ultra terreni, la constatazione dei vecchi teologi conserva comunque una spiegazione logica. Il carisma della Chiesa e così forte da riflettersi sul prelato il quale, ancorché modesto, assume autorevolezza e credibilità, brillando di luce riflessa.

Fuor di metafora, è ingiusto prendersela con i politici attuali come persone. Semplicemente, un parlamentare modesto, nella prima Repubblica (almeno agli occhi dei suoi elettori) era ammantato dal prestigio del partito. Un parlamentare modesto, oggi, appare nudo e indifeso nella sua modestia.

I partiti e di conseguenza le democrazie sono in crisi o in affanno in tutto il mondo. Ma in Italia la loro distruzione è più totale e definitiva perché è cominciata non adesso, come ad esempio in Francia, ma 25 anni fa, nel 1992-94. In fondo, ha una parte di ragione il movimento Cinque Stelle quando parla di “terza Repubblica”. Siamo a una nuova e definitiva spallata dopo quella di Mani Pulite, ovvero alla liquidazione totale dei partiti.

Ciò che è peggio, la distruzione dei partiti è più grave in Italia che in ogni altro Paese moderno. Storicamente infatti noi non abbiamo mai avuto una solida borghesia degna di questo nome, non un corpo di gran commis e servitori dello Stato (con o senza divisa) capaci di diventare un pilastro della Nazione. Più che altrove, la “alfabetizzazione politica” degli italiani è stata opera dei partiti (persino, seppure con le sue aberrazioni propagandistiche, del partito fascista). Anche la maturazione dell’unità nazionale e avvenuta grazie al cemento dei partiti. Perché un comunista veneto o siciliano, ad esempio, si sentiva prima comunista, poi veneto o siciliano. Infatti l’unità nazionale si sta disgregando. Lo stesso sviluppo dell’unità europea è stato opera dei partiti e del loro legame con gli altri partiti europei appartenenti alla stessa famiglia. E anche per questo l’ideale europeista appare svanire.

Lo ha scritto con autorevolezza e concisione anche Sabino Cassese nel suo libro “La democrazia e i suoi limiti“ (Mondadori, 2017). “L’indebolimento dei corpi politici produce un vuoto di educazione civica e di selezione della classe dirigente“. E ancora decenni fa, il grande sociologo americano Lester Thurow osservava che l’indebolimento dei partiti politici porta con sé “tre grandi mali: localismo, lobbismo, corporativismo“. Mali che infatti in Italia si sono ingigantiti in modo canceroso.

Una intera generazione, dal 1992 a oggi, è cresciuta nella antipolitica o comunque nell’ignoranza di cosa è stato davvero la politica democratica. E a questa generazione appartengono non per caso (come osservava nei giorni scorsi Galli della Loggia ) tutti e tre i leader del momento: Di Maio, Salvini e Renzi. Ci sono tra loro molti altri tratti comuni, come ancora ha scritto Galli della Loggia, e il rapporto tra i primi due nasce anche (forse soprattutto) proprio dall’appartenenza a una nuova generazione contrapposta alla “vecchia politica”. La crisi italiana viene alimentata in tal modo da un nuovo conflitto, quello dei giovani contro gli anziani: la “lotta di classi” di età” (è il titolo di un mio libro) si sostituisce alla “lotta di classe” un tempo cara ai comunisti. E diventa una tra le chiavi di lettura principali per interpretare quanto sta accadendo. Si tratta di un altro caso unico tra le democrazie, che per di più contrappone ai “vecchi” non giovani dalla preparazione eccezionale (come Macron), né in continuità con l’establishment (ancora come Macron o come il nuovo premier austriaco Kunz), ma di scarsa cultura, di nessuna esperienza al di fuori della politica e in una posizione di rottura con il passato. A ben vedere, la comune insofferenza di Salvini e Di Maio verso Berlusconi è anche un simbolo di questa contrapposizione.

I partiti di una volta non potranno più tornare. L’ultimo erede di uno di essi, ovvero il PD (nato dal PCI) ha tagliato tutte le sue radici e cancellato la sua storia (quella buona insieme a quella cattiva) per seguire la moda “anti partitocratica” e “anti casta”, contribuendo così al suo suicidio. Adesso è tardi. Costruire partiti moderni adatti all’oggi, ammesso che sia possibile, richiederebbe molto tempo e il tempo non c’è. Si può temere un crollo traumatico delle istituzioni o un degrado simile a quello dell’ultimo ventennio: il ventennio perduto” che, come si osservava all’inizio, ci ha declassato del 30 per cento rispetto all’Europa (e immensamente di più rispetto al resto del mondo).

Ugo Intini

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