domenica, 16 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La profezia
Pubblicato il 17-05-2018


Lo confesso. Ha ragione Montesquieu: gli uomini sono sempre mossi dalle stesse passioni. Gli effetti devastanti prodotti un tempo dalle guerre oggi sono figli della crisi economica e del tramonto di un lungo ciclo di benessere diffuso. La reazione non cambia.

L’Italia ha vissuto due fasi recessive profonde: 2008/9 e 2012/13. I dati sono impressionanti: Pil calato di 10 punti rispetto al 2007, crollo degli investimenti di circa 1.000 miliardi, flessione dei consumi e dell’occupazione, forbice allargata tra nord e mezzogiorno, giovani sottoposti alle conseguenze peggiori. Dall’inizio della crisi il numero delle famiglie in stato di povertà è raddoppiato (oltre 5 milioni di persone nel 2017), la spesa pubblica è stata ridotta, proprio come il potere d’acquisto. Il tempo medio di lavoro è diminuito, aumenta il lavoro irregolare, crescono nuove forme di occupazione ma a bassa remunerazione. Le imprese che sono uscite per prime dall’emergenza sono quelle che esportano, con un ma: sono poco più di 190.000, solo il 4.6% del totale, e in 12.000 detengono i tre quarti dell’export. È l’immagine delle macerie provocate da una guerra. Su diversi fronti il governo ha fatto un buon lavoro, il segno ‘piu’ è tornato in evidenza dal 2014, eppure ancora troppo flebile per essere percepito dalle famiglie, troppo ambiguo per restituire fiducia nel domani.

La ripresa, insomma, c’è, si consolida, sostiene l’ISTAT, ma le fasce deboli aumentano e soprattutto alligna ovunque una disparità che sfocia nella più acuta e intollerabile delle disuguaglianze. La pelle del ceto medio – colonna vertebrale della penisola – è stata strappata a brandelli dalla crisi. Il futuro si è fatto incerto, la paura di non farcela domina. È un fantasma che ti insegue come fosse la tua ombra. C’è di più. Non riconosci il mondo in cui vivi. La rivoluzione tecnologica ti ha spiazzato, il linguaggio di tuo figlio ti è ignoto, la società di mezzo nella quale trovavi rifugio scomparsa.

Di chi la colpa? Facile. Della politica, responsabile di tutto. Troppe chiacchiere in Parlamento, troppi soldi spesi per la casta. Meglio confidare in chi offre risposte decisive, secche, senza patteggiamenti: uomini del destino, movimenti antisistema.

È la fotografia di questa Italia, nutrita dagli stessi sentimenti che si agitavano all’indomani della guerra italo-austriaca. Il Novecento inizia nel 1919, non prima. Allora furono gli agrari ad armare la mano dei fascisti ma il motore dello scontento lo accese il ceto medio artigiano e impiegatizio tradito dalla vittoria mutilata e soprattutto dalla perdita di ruolo sociale, furono la maggioranza massimalista che isolò Turati e la nascita del PCd’I a rendere profonda la frattura nel sistema liberale senza saper offrire soluzioni alternative che non fossero sterili parole d’ordine rivoluzionarie.

Il piccolo borghese tornato dal fronte ha visto sfumare il suo ancoraggio all’universo delle consuetudini, teme per il suo status, incalzato da mezzadri e braccianti organizzati che conquistano le otto ore di lavoro e accordi più favorevoli di un tempo, lotta contro l’inflazione che gli dimezza lo stipendio, viene offeso e vilipeso da sindaci ‘rossi’ che isolano i reduci. Ai fanti contadini erano stati promessi ‘pane e terra’ e ad aspettarli troveranno la miseria nera.

La pancia è la stessa, i sentimenti i medesimi. Ribellarsi, distruggere lo status quo. Il manganello è stato affidato a Salvini, l’olio di ricino consegnato a Di Maio. Metaforici quanto ti pare, vivaddio differenti da quelli in auge tra il 1919 e il 1924, eppure la sostanza non cambia. L’urlo non cambia: mandateli a casa! Che poi la democrazia parlamentare ne soffra, chi se ne frega; che l’antieuropeismo e la minaccia di uscire dall’euro provochino danni, chi se ne frega; che l’antipartitismo approdi a forme grezze di microdittatura del capo, chi se ne frega; che la risposta al nodo ‘sicurezza’ si sviluppi lungo crinali ai confini col diritto, chi se ne frega. Avranno pure programmi diversi, rappresenteranno pure pezzi d’Italia con interessi non compatibili.

Chi se ne frega. Resta il fatto che il cemento, il mastice è nell’essere entrambi, e intimamente, antisistema. Vivono di una massiccia propaganda condita di slogan rivoluzionari, mangiano allo stesso modo, respirano allo stesso modo, rifuggono l’intermediazione, uno sfoggiando la cravatta, l’altro la felpa. Il motto è ‘fanculo’ al sistema, la ruspa il gonfalone. La loro alleanza non è tattica, non può essere l’accordo di un giorno. È strategica. Se Salvini avesse voluto giocare una partita tradizionale, non avrebbe rotto il centro-destra quando avrebbe potuto, in tempi brevi, dominarlo. Salvini vuol liberarsi degli alleati. Lo farà lentamente e dopo aver stabilizzato il governo. Meglio tenersi aperta una via di fuga, non si sa mai… Siccome la scommessa consolare investe il futuro, Lega e Grillini sono destinati a non farsi la guerra nei comuni e nelle regioni al voto. La Basilicata arriva troppo presto, a novembre, ma sarà interessante osservare il turno amministrativo del 2019. L’esperimento ha bisogno di stabilità per riuscire. Intanto, che la sinistra non perda più tempo.

Riccardo Nencini

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