lunedì, 20 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

La Sicilia e la risorsa dei borghi fantasma
Pubblicato il 16-05-2018


Borgo Borzellino

Borgo Borzellino

«Mettere sul mercato i borghi rurali». Un paio di mesi fa il Presidente della Regione Musumeci, in conferenza stampa aveva dichiarato che questa sarebbe una delle azioni centrali della sua amministrazione nei prossimi mesi. Poi nei documenti allegati alla Finanziaria regionale l’articolo di abolizione dell’Ente di Sviluppo Agricolo, proprietario ancora di una decina di questi borghi, è stato cassato. Resta tuttavia in campo l’ipotesi della dismissione. Ma cosa sono questi borghi rurali?

Il contesto
In Sicilia esiste una sessantina di piccoli centri realizzati in occasione di due grandi azioni volute della Stato per disarticolare il latifondo: la prima è la “colonizzazione” voluta da Mussolini nel 1939; la seconda è la Riforma agraria del 1950.
Se Mussolini aveva avviato l’“assalto”, dopo la bonifica integrale, per dare attuazione a una strategia antiurbana e per resistere all’embargo con il rafforzamento dell’autonomia alimentare, la neonata repubblica aveva puntato l’obiettivo poiché il latifondo era considerato causa del ritardo di sviluppo in cui versavano alcune regioni tra cui la Sicilia. Lo smembramento del latifondo era lo strumento principale per rendere più produttive vaste aree agricole, togliendole ai grandi proprietari che ne utilizzavano le rendite senza occuparsi di migliorare quantità e qualità dei prodotti, e trasferirle alla piccola proprietà terriera, ritenuta più dinamica e interessata alla modernizzazione dell’agricoltura.
Precedute da un decreto legislativo del 1948, che consentiva mutui trentennali a vantaggio dei coltivatori diretti con lo scopo di favorire la formazione della piccola proprietà terriera e che aveva prodotto il passaggio di proprietà di oltre 1,9 milioni di ettari di terra coltivabile in 10 anni (mentre il numero degli agricoltori crollava da 2 milioni a circa 700 mila, a causa della spinta all’industrializzazione delle regioni settentrionali) le due leggi di Riforma del 1950 (e quella specifica relativa alla Sicilia) consentirono l’esproprio di altri 700 mila ettari e l’assegnazione a 113 mila famiglie in gran parte di contadini senza terra.
Con questa azione si riteneva che si potesse raggiungere l’obiettivo della modernizzazione del comparto, il miglioramento della redditività e l’eliminazione delle sacche di inefficienza legate alle coltivazioni estensive e all’ insufficienza di acque per irrigazione.
La Riforma arrivava, però, con 50 anni di ritardo e si rivelò un fallimento perché l’Italia ormai inseguiva il sogno industriale, ma soprattutto perché molte terre assegnate ai contadini si rivelarono inadatte alla coltivazione e perché la dimensione media del fondo, circa 4 ettari, fu inadeguata per consentire anche solo il sostentamento della famiglia assegnataria.
Ma ancora più fallimentare fin da subito fu la politica insediativa che accompagnava la riforma e che aveva previsto, destinando ingenti somme, la realizzazione di diversi tipi idi insediamenti: borghi accentrati, semi accentrati e case sparse.

I borghi.
«Come mai è vuoto?» chiede Monica Vitti dopo aver girovagato per le case di un borgo rurale fantasma ne “L’avventura” di Michelangelo Antonioni, film del 1960. E Gabriele Ferzetti risponde: «Chi lo sa? Io mi domando perché l’hanno costruito». Quel borgo è Schisina, in Sicilia, nel territorio di Francavilla a Mare, provincia di Messina. Ma Schisina è, in questo caso, metafora di tutti i borghi siciliani realizzati in quel quindicennio.
L’errore commesso da Mussolini viene ripetuto nella riforma repubblicana nonostante una attenta lettura delle pratiche sociali, ma anche di alcuni resoconti letterari, avrebbe dovuto indurre il governo De Gasperi a scegliere un altro percorso. Nel 1938 Carlo Emilio Gadda, in un articolo pubblicato su “Le Vie d’Italia” aveva scritto: «La fatica [del contadino] si raddoppia giornalmente col lungo viaggio ch’egli deve compiere per recarsi dal paese al luogo del lavoro e farne ritorno. Si stacca dal sonno verso le tre della notte. Cavalcando, col figlioletto dietro, il suo somaro, o un mulo, o un cavallo; o conducendo il piccolo carro dipinto, con gli arnesi, egli percorre chilometri e chilometri prima di arrivare alla mèsse, o alla semina. Vivono i contadini in paesi popolosi, foltissimi […] La colonizzazione, voluta e ideata dal Duce, si attua […] secondo un tipo di appoderamento sparso, a cui è e tanto più sarà di sostegno il cosiddetto borgo rurale. La famiglia colonica viene insediata nella nuova casa rurale: sorge questa sul terreno stesso che gli uomini son chiamati a coltivare. La strada e l’acqua, i due termini perentorii della bonifica, arrivano già oggi alla casa».
A Gadda e ai riformatori postbellici sfugge il problema vero: le famiglie contadine non andarono ad abitare nelle case sparse e nei borghi non tanto perché nelle città c’era l’acqua, ma perché le famiglie contadine erano da sempre inurbate e le donne non vollero spostarsi dalle città dove vivevano una socialità impossibile sia nella casa isolata che nel borgo che, peraltro, era soprattutto un borgo di servizi.
Nei borghi, però, i migliori architetti siciliani attivi tra gli anni 40 e 50 ebbero la possibilità di sperimentare modelli urbanistici e architettonici, da quelli vernacolari a quelli razionalisti : Edoardo Caracciolo, Roberto Calandra, Francesco Fichera, Giuseppe Caronia, Giuseppe Marletta e tanti altri apposero la loro firma in calce al progetto di almeno un borgo.

Presente e futuro dei borghi
Negli ultimi anni sono state attivate da alcune regioni o enti locali politiche di riconoscimento, valorizzazione e tutela dei paesaggi e dei borghi fascisti e di quelli della Riforma.
Anche in Sicilia, nella stagione dei piani paesaggistici che è stata promossa all’inizio del secolo, il “paesaggio della Riforma agraria” è stato tipizzato solo in alcuni dei piani redatti dalle Soprintendenze, ma già nelle “Linee guida per il Piano territoriale paesistico regionale” del 1999, i borghi (almeno quelli censiti, e non sono tutti) vengono individuati come “nuclei storici a funzionalità specifica” e sottoposti a tutela alla stregua di centri storici. In tal modo viene loro riconosciuto un interessantissimo status di “Archeologia contemporanea” che, in molti casi, non ha mai vissuto fasi di effettiva utilizzazione, passando dallo stato di incompiuta a quello di rudere.
La proprietà dei borghi è, nella maggior parte dei casi, passata ai Comuni, ma l’Ente di Sviluppo Agricolo, erede degli enti che gestirono le due operazioni a metà del XX sec., ne mantiene ancora una decina che sono quelli che il governo Musumeci vorrebbe mettere in vendita.
Per questi, nell’ambito del POR 2007-13, l’ESA aveva elaborato un “Progetto di riqualificazione dei Borghi rurali dell’Ente Sviluppo Agricolo” in cui viene immaginata una “Via dei borghi” percorso di oltre 150 km, per la mobilità dolce. In questo progetto i centri di servizio rinascono a nuova vita: ricettività, locali di esposizione e vendita, spazi per la didattica, centri di assistenza per i vari mezzi di trasporto, rimettono in gioco i “borghi mai nati”.
Ma c’è di più: sette di questi borghi si trovano lungo la dorsale nord-ovest / sud-est che da Borgo Borzellino, vicino a S. Giuseppe Jato, attraversando tutta la Sicilia, giunge fino a Borgo Lupo, vicino Mineo. Ciascuno dei piccoli insediamenti è al centro di un’area particolare legata alle eccellenze della Sicilia o alla sua identità: Borgo Borzellino e la terra del vino; Borgo Portella della Croce e la terra dell’olivo; Borgo Petilia e la terra dello zolfo; Borgo Baccarato e la terra del grano; Borgo Lupo e la terra degli agrumi.
Per questo il “vero” recupero dei borghi può avvenire solo all’interno di politiche più ampie che riguardano l’economia agraria in cui la potenziale attrattività turistica dei borghi restaurati e rifunzionalizzati si concretizza all’interno di politiche paesaggistiche e agricole volte a raggiungere obiettivi di ricostruzione (in alcuni casi alla costruzione) del legame tra il borgo e il suo agro.
Un processo di questo tipo potrebbe affiancare al Tour della Sicilia classica, quello della Sicilia profonda, alternativo e complementare al primo, con notevolissime ricadute nelle aree della Sicilia interna.
Può questo obiettivo essere raggiunto con la vendita al miglior offerente di questi beni culturali? Non è detto. Senza essere pregiudizialmente contrari alla dismissione di patrimonio pubblico sottoutilizzato o inutilizzato, in questo caso specifico occorrerebbe procedere alla vendita dei borghi in blocco per garantirne una governance unitaria. E occorrerebbe scegliere l’acquirente non in funzione dell’offerta economica, ma della presentazione di un progetto di sviluppo integrato che preveda un riuso dei borghi compatibile con il loro status di beni culturali e funzionale a un più ampio progetto di sviluppo.

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