martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Senza riforma
Pubblicato il 17-05-2018


contrattodigovernoC’è un aspetto che balza agli occhi nel leggere la bozza del contratto di governo “giallo-verde” in costruzione, pur trattandosi ancora di indiscrezioni in attesa di conferma. L’assenza di una vera riforma delle istituzioni capace di inaugurare una nuova fase della Repubblica. La circostanza appare alquanto singolare se si pone mente alle dichiarazioni rilasciate dagli esponenti cinque-stelle all’indomani della vittoria elettorale del 4 marzo, e soprattutto nelle settimane di questa interminabile crisi di governo, che si avvia ad essere la più lunga di sempre (il precedente Amato del giugno 1992 è lì ad un passo). Ebbene, a seguito dei toni entusiastici che annunciavano la nascita di una “terza Repubblica”, come “Repubblica dei cittadini”, ci si sarebbe atteso uno sforzo maggiore nella definizione delle clausole contrattuali in materia. Invece, la seconda (e forse quasi definitiva) bozza, nel paragrafo 19 – rubricato sotto la voce “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta” – pare limitarsi ad un approccio generico e sintetico, proponendo sostanzialmente la mera riduzione del numero dei parlamentari (400 deputati e 200 senatori), senza aggiungere altro circa i meccanismi di funzionamento della forma di governo, come il bicameralismo paritario, la doppia fiducia, il procedimento legislativo, il ruolo e le funzioni del Governo in Parlamento, e molto altro ancora. Silenzio profondo anche sulla legge elettorale, della quale non v’è traccia nella “quasi-intesa” pur costituendo uno degli snodi cruciali del sistema contro cui si sono spesso scagliati gli anatemi degli attuali contraenti.

In relazione al tipo di Stato, ossia al rapporto tra centro e periferia, ci si limita ad un esplicito favor verso le richieste di regionalismo differenziato ai sensi dell’art. 116, comma terzo, cost., che, come noto, hanno già ispirato i referendum autonomisti in Lombardia e Veneto dello scorso autunno. Adesso si afferma la priorità della questione “per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano”, introducendo un’evidente preferenza verso tale forma di articolazione del regionalismo italiano.

In materia di referendum abrogativo, si propone l’abolizione di qualunque quorum di validità e si incoraggia l’introduzione del referendum propositivo.

Infine, il contratto fissa la volontà di introdurre il “vincolo di mandato popolare” contro le pratiche di trasformismo, senza peraltro specificare modalità e forme di tale vincolo, che se introdotto altererebbe non poco la natura della democrazia rappresentativa, fondata, tra l’altro, proprio sull’assenza del vincolo di mandato imperativo e sulla rappresentanza della “Nazione” e non di singole parti, come recita l’attuale art. 67 cost.

Peraltro, anche volendo prescindere dal merito del testo che, non essendo ancora stato licenziato potrà subire modifiche o cambiare addirittura di senso, non si possono non leggere queste scarne proposte in relazione all’introduzione del c.d. “Comitato di conciliazione”, organismo completamente estraneo all’architettura istituzionale del Paese e composto non solo da membri del Governo (Presidente del Consiglio, Ministro competente per materia e, come uditore, Ministro per l’attuazione del programma), o del Parlamento (capigruppo di entrambi i rami di M5S e Lega), ma anche da soggetti estranei ad essi, come i segretari nazionali dei due partiti che formano l’esecutivo. Un organismo metà istituzionale e metà politico per le cui deliberazioni è addirittura prevista la maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti. Si obietterà che tali forme di consultazione parallela agli organi costituzionali sono sempre esistite (es. vertici di maggioranza tra le forze politiche), e restano legittime a parere di chi scrive, ma anche quando in passato si è dato vita a forme di collaborazione rafforzata e ristretta diverse dalle sedi formali, come nel caso del Consiglio di gabinetto o dei Comitati di Ministri, lo si è fatto restando però sempre all’interno della cornice istituzionale dell’organo Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’art. 92 cost., resta l’unico soggetto titolato all’espressione del potere esecutivo di concerto con il Parlamento, o meglio la propria maggioranza parlamentare.

L’impressione che si ricava, dunque, è che si sia voluta conferire “giuridicità” a momenti di normale confronto politico, ma a legislazione invariata, senza toccare di una virgola l’assetto istituzionale, scegliendo di attuare una “riforma senza riforma”.

Alla luce di queste brevi note, dunque, le parole sulla presunta apertura di una nuova fase della Repubblica appaiono stridenti, e lasciano l’amara sensazione di come anche questa legislatura si avvii, purtroppo, ad un percorso privo di un serio dibattito sulla riforma delle istituzioni, ignorando quanto invece ce ne sarebbe bisogno. Anche e soprattutto se si vuole dar vita ad una nuova Repubblica, con i fatti e non solo a parole.

Vincenzo Iacovissi
Segreteria nazionale PSI
Responsabile Riforme istituzionali

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