giovedì, 15 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

“L’Esperanto” compie novantacinque anni di pubblicazioni
Pubblicato il 07-05-2018


esperanto

Il nuovo numero del trimestrale “L’Esperanto”, che è giunto al suo novantacinquesimo anno di pubblicazioni ci riserva sempre piacevolissime sorprese, soprattutto da quando tre anni fa è stato – con l’apporto di diverse ed arricchenti migliorie – interamente rinnovato grazie all’apprezzabile impegno del suo egregio direttore Davide Astori e della storica Federazione Esperantista Italiana che, per la sua lunghissima e pregevole missione fin qui svolta, ha infiniti meriti. Gradevoli sorprese, dicevamo, puntualmente confermate anche in questo bel numero primaverile dove, tra gli altri vari servizi (e tutti ben guarniti da tante fotografie), ne appare uno alquanto interessante intitolato “Gramsci e l’esperanto”. In esso ci si sofferma, se pur brevemente, sul rapporto certo non amichevole tra Antonio Gramsci e, appunto, la lingua creata (centotrent’anni fa) dall’oculista Lazzaro Zamenhof (1859-1917).

Al futuro fondatore de l’Unità (1924), che in quel periodo non era ancora trentenne ed aveva aderito al Partito socialista che poi abbandonerà, la lingua ausiliare non lo convinceva. Ne scrisse infatti giudizi molto negativi, prima sull’Avanti! e poi sull’organo (settimanale) dei socialisti di Torino e provincia “Il Grido del Popolo” di cui, assieme all’edizione torinese dell’Avanti!, ne era redattore. Proprio su quel settimanale,
che si pubblicò dal 1892 al 1946, l’autore delle toccanti “Lettere dal carcere” (1947), firmandosi con le sole iniziali, compilò un lungo articolo (a due colonne), “La lingua unica e l’esperanto”, che uscì il 16 febbraio del 1918 addirittura in prima pagina. Ma poco più di due
settimane prima (il 29 gennaio), e stavolta con l’esplicita firma “Il redattore torinese anti-esperantista”, Gramsci aveva già inviato anche una missiva al direttore dell’Avanti! (nell’edizione milanese) nella quale si spinse fino a darne alcune forti censorie indicazioni: “(…)

L’Avanti! persegue un fine formativo ed educativo delle coscienze e dei cervelli. Come non darebbe il lasciapassare alla proposta di fondare delle comunità collettivistiche che fossero “ausiliarie” della società borghese, così dovrebbe perseguitare una mentalità utopistica dovunque essa cerchi un riparo e quindi anche nel falanstero esperantista. Che gli esperantisti continuino pure a propagandare le loro idee (…): perché si dovrebbe essere crudeli con gli esperantisti che hanno tanta buona volontà? Ma il Partito, che ha una disciplina ideale oltre che una disciplina politica, e gli organi del Partito, secondo me, dovrebbero combattere sistematicamente questa fioritura di “buona volontà” utopistica e spropositante, così come combattono le altre utopie…”. Di tutt’altro avviso fu invece il più
che ponderato riscontro – particolarmente ben appropriato – del responsabile dell’Avanti! di allora, il ligure Giacinto Menotti Serrati (1872-1926), che diresse il quotidiano socialista dal 1915 al 1922: “(…). Parliamoci dunque un poco chiaro, anche a proposito dell’esperanto. Che si possano sostituire i dialetti, creazioni naturali, colla diffusione di una lingua artificiale, qual è l’esperanto, ci pare cosa veramente difficile per non dire impossibile.

Né gli esperantisti – e questo diciamo non per dare l’appoggio di un organo del Partito alla propaganda esperantista, appoggio che dovrebbe essere deliberato da un congresso, ma per constatazione obiettiva – hanno mai pensato a tanto. Ma anche le attuali lingue ufficiali sono creazioni più o meno artificiali, imposte dalle convenienze consolidate dall’uso. A tutti sono noti i dibattiti che si sono svolti, spesso violenti e persistenti, prima di poter imporre una lingua sola a tutta una nazione. (…) Nelle colonie inglesi si parla l’inglese e si diffonde sempre più. I malgasci e i senegalesi parlano il francese, corrotto fin che si vuole, anti-artistico se vi pare. Gli esperantisti sperano di poter intendersi attraverso i confini parlando esperanto. Ognuno lo parlerà col proprio accento, con le naturali corruzioni. Evidentemente. Ma essi desiderano – continua Serrati, centrando appieno la questione –
di intendersi e si intendono. Utopia! Grida il nostro esperantofobo, che ha in orrore gli spropositi. E utopia sia. Ma gli esperantisti fanno quel che faceva il filosofo a chi negava il moto. Camminano. Ci si dice che nel 1913 si sono radunati a Berna – a congresso internazionale – (si fa accenno esattamente al nono Congresso universale, nda) esperantisti di ogni paese: inglesi, tedeschi, giapponesi e francesi, turchi e cristiani, svedesi e cinesi e quanti altri ancora. Hanno discusso. Si sono capiti. Nei congressi internazionali socialisti si parlano tre lingue – francese, inglese e tedesco – si perdono ore ed ore per le traduzioni e non ci si capisce… qualche volta. Dunque? Noi dobbiamo combattere intransigentemente tutto ciò che può tornare di danno all’azione, di classe, internazionale, del proletariato. Ma che ci si debba mettere a fare dell’intransigenza – cioè del purismo letterario – in difesa della glottologia scientifica – conclude molto ragionevolmente Menotti Serrati – davvero non lo comprendiamo…”.

Ancora tanti altri sono però gli interessanti servizi che si potrebbero menzionare (se solo lo spazio lo consentisse) di questa preziosa e accuratissima testata esperantista. I cui numeri, vista l’abbondante qualità, sono veramente tutti da conservare.

Luciano Masolini

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