sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

L’intervento integrale di Ugo Intini a New York
Pubblicato il 07-05-2018


L’Avanti! è stato un simbolo per il socialismo, per le lotte dei lavoratori e per il 1 maggio. Ne ha costruito l’immagine e il mito perché per molto tempo (all’inizio del secolo scorso) è stato il più letto tra i quotidiani italiani, l’unico con una diffusione veramente nazionale (da Milano a Palermo).

Il partito socialista è nato nel 1893. L’Avanti!, il suo strumento, nella notte del Natale 1896. Il quotidiano ha alfabetizzato generazioni di lavoratori politicamente. E spesso anche materialmente, perché ha insegnato loro a leggere e scrivere. Li ha sottratti all’arretratezza e nello stesso tempo ha visto lontano, in modo quasi profetico. Filippo Turati, il padre fondatore del socialismo, ad esempio, già nel 1896, nel suo primo discorso alla Camera, diceva. “Noi vagheggiamo l’unità mondiale e in un domani più prossimo gli Stati Uniti d’Europa”. L’unità politica dell’Europa, dunque. Il tema di oggi.

I socialisti e l’Avanti! hanno sempre lottato su due fronti. Per la giustizia sociale: contro i conservatori. Per la libertà e la democrazia: contro i comunisti. Proprio mentre Gramsci usciva dal partito socialista nel 1921 al congresso di Livorno, Turati aveva già capito e previsto tutto, persino Stalin. Diceva a chi se ne andava. “Col tempo il mito russo sarà evaporato. Avrete capito allora che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto e che è pur sempre una forma di imperialismo, un imperialismo eminentemente orientale”. “La strada giusta – insisteva Turati- è quella della socialdemocrazia, dell’azione graduale perché tutto il resto è clamore, è sangue, è orrore”.

Turati dunque predicava la politica delle riforme. Che sono come fiocchi di neve-diceva. Ma poi i fiocchi -aggiungeva- diventeranno una valanga, travolgeranno i muri della conservazione e dell’egoismo. Ed è esattamente quanto è avvenuto nel 20° secolo.

Il 1 maggio è il giorno dei lavoratori, quello in cui l’Avanti! ha sempre sottolineato con maggiore solennità i suoi principi. Ancora quando lo dirigevo io, negli anni ‘80, in segno di festa, stampavamo per una volta la testata in rosso, a ricordo delle rosse bandiere e della tradizione.

Sin dall’inizio del ‘900, i compagni socialisti avevano ben chiaro ciò che oggi si stenta a vedere. Che le conquiste dei lavoratori possono realizzarsi soltanto con una forte solidarietà internazionale: con l’internazionalismo-si diceva allora. Non esisteva ancora la globalizzazione (o almeno non se ne parlava) ma l’avevano già capita. Il 1 maggio 1901, il fondo dell’Avanti! ad esempio viene da Bruxelles, è firmato dall’ufficio socialista internazionale e dal suo segretario, il compagno belga Vandervelde. “Non mai-vi si legge-dal 1890, data della prima manifestazione internazionale del 1 maggio, non mai necessità più imperiosa come quella dell’ora presente si è verificata, in favore di una dimostrazione mondiale della classe operaia. Lavoratori di tutti i Paesi, unitevi il 1 maggio in un pensiero di unione e di redenzione”.

I fiocchi di neve, le conquiste graduali, le riforme, possono arrivare soltanto con la democrazia e il suffragio universale, non con la violenza della rivoluzione. Proprio alla lotta per il suffragio universale è dedicato il fondo del 1 maggio 1910. “E’ il suffragio universale-vi si legge- che avrà la virtù e la forza di cacciare dalla vita politica italiana gli indegni e di portarvi gli amici veri del popolo e della sua emancipazione. Dietro il suffragio universale verranno poi gradualmente tutte le altre conquiste”.

Il fiocco di neve più importante, decisivo, è la conquista delle otto ore di lavoro. Proprio in nome di questo obbiettivo d’altronde la festa del 1 maggio è nata, al congresso dell’Internazionale Socialista di Parigi, nel 1889. Il 1 maggio 1909, l’Avanti! ne celebra il 20º anniversario. E scrive. “Allora, nel 1889, appariva evidente agli occhi di tutti che la battaglia proletaria ha dei suoi presupposti: tra i primi la formazione di un proletariato meno abbrutito dalla fatica, più forte fisicamente e moralmente più colto. E poiché l’ostacolo maggiore di tutti, oltre che nei bassi salari, sta precisamente nella durata del lavoro lunga ed estenuante, si levò da quel congresso memorabile (in cui riecheggiavano sonore e ammonitrici le voci della grande rivoluzione francese) il grido immenso del proletariato di tutti i Paesi per la conquista di orari non micidiali. Per raggiungere la meta agognata: le otto ore di lavoro”.

Oggi è inimmaginabile quali fossero a quei tempi le condizioni nei campi e nelle fabbriche, quale la miseria, quale la disperazione che conduceva spesso ad emigrare dall’Italia. È una storia -quest’ultima dell’emigrazione-che ha contribuito a creare l’America. Ecco come la descrive l’Avanti! in un fondo del 1897 intitolato “Sull’Oceano”. “L’attenzione pubblica è attratta da quanto si dice sulle condizioni degli emigranti mentre attraversano l’Oceano sulle navi che loro rammentano, coi segni della miseria, le pene antiche e cantano con lugubre rollio le pene future. Gravi cose si sono intese. La carne migrante è trattata peggio della carne da macello. Se gli operai e i contadini arrivano in America mezzo morti o morti del tutto, il nolo e già pagato e la barca fila lo stesso”. Sembrano le cronache sui gommoni che oggi dall’Africa arrivano in Sicilia.

L’Avanti! segue gli emigranti sulle navi ma li segue anche qui a New York. E già vede, alla fine dell’800, i tentacoli della mafia. “La maggior parte degli emigranti italiani in America -scrive- sono poveri diavoli ignoranti ed affamati che non sanno una parola di inglese. Questa gente viene sfruttata nella maniera più ribalda da una camorra di persone (i padroni o bosses) che vivono alle loro spalle mediante una spogliazione bene organizzata, con il tacito assenso dei nostri rappresentanti ufficiali”. L’Avanti! vede i tentacoli della mafia a New York, ma vede anche la testa della piovra in Sicilia. Che i governi e la grande stampa non vogliono vedere. “Esistono anche altrove -scrive- casi di minoranze che spadroneggiano, taglieggiano, opprimono. Ma in Sicilia questo fatto, oltre a raggiungere proporzioni eccezionali, è generale per tutta l’isola. Il dominio della mafia dà fisionomia a tutte le amministrazioni locali. E da questo tipo di amministrazioni esce un tipo analogo di rappresentanza politica”.

Dal 1876, gli emigrati dall’Italia sono stati quasi 30 milioni. Una intera Nazione se n’è andata. Ma da cosa fuggono quelli che arrivano qui a New York o a Buenos Aires? Da quali condizioni di lavoro? Ancora una volta, ce lo raccontano le cronache dell’Avanti! Ad esempio quella sul famoso sciopero delle risaiole a Molinella, nel 1898. “Il contegno degli operai di Molinella – scrive il quotidiano- è degno del massimo rispetto. Sono calmi e nello stesso tempo decisi a continuare la lotta a qualunque costo. Furono visitate nella giornata parecchie case degli operai: miserabili abituri in cui gli uomini (le donne sono in carcere) resistono agli spasmi della fame, per sfamare i piccini. Un uomo, tra gli altri, era digiuno da due giorni-dico due giorni-per lasciare l’unica fetta di polenta ai suoi bambinelli”.

La lotta è sostenuta dalla solidarietà della popolazione. Ma da cosa deriva questa solidarietà? L’Avanti! se lo chiede. Ed ecco la risposta. “E’ la pietà forse che li muove? Certo, la pietà nel senso più alto della parola, la pietà per le sofferenze acutissime, per la profonda miseria, c’entra e quanto, in questo magnifico movimento di solidarietà umana. Sono donne che a trent’anni appaiono già vecchie per un lavoro a cui il bruto si rifiuterebbe e che ricevono la mercede di settanta centesimi al giorno”.

Lo sciopero ha un valore che va aldilà delle rivendicazioni sindacali. “Una gran luce morale-scrive l’Avanti!- illumina la lotta. Non è più la lotta per qualche soldo in più, per qualche ora in meno: è la lotta per la personalità civile del lavoratore”.

Lo sciopero di Molinella, il primo (e un esempio) vince. Le condizioni di lavoro e il salario migliorano, ma la strada è ancora lunga. Le otto ore di lavoro sono ancora lontane. Non soltanto nelle campagne e nelle fabbriche private, ma persino nelle aziende pubbliche delle grandi città. Ecco ad esempio come l’Avanti! descrive la situazione alla società dei tramway a cavallo di Roma. “La giunta municipale dichiarò un giorno che avrebbe fatto in modo che le ore di lavoro del personale fossero così ridotte. Per gli omnibus ore 11 al giorno. Per i tramway a cavallo ore 13 al giorno. Eppure anche quella promessa restò lettera morta”.

Nel 1913 viene conquistato finalmente il suffragio universale. I fiocchi di neve, le riforme sognate da Turati, a poco a poco arrivano. Negli anni ‘20, anche le otto ore di lavoro. Il 1 maggio, sempre di più, in tutto il mondo, ha qualcosa da festeggiare. Meno che in Italia, dove piomba la lunga notte del fascismo. Ma anche questa finisce.

Il 25 aprile 1945, Milano viene liberata dai partigiani, ritornano, con la libertà, i diritti sindacali e una nuova stagione di progresso. Una settimana dopo l’Avanti!, che in quel momento è il più diffuso quotidiano nazionale, finalmente ritorna a celebrare il 1 maggio. “1 maggio di libertà” -titola a tutta pagina. E annuncia una nuova stagione. “Il sole di questo 1 maggio saluta i popoli europei che stanno risorgendo a nuova vita. Le armate delle Nazioni Unite nella loro trionfale e inesorabile marcia sono giunte nel cuore dell’Europa; la belva hitleriana è ormai agonizzante. Voi lavoratori milanesi insorgendo compatti il 25 aprile, avete ancora una volta provato di essere una classe pronta a diventare la classe dirigente del Paese. Ma questo 1° maggio segna anche l’inizio della vostra vera lotta. Questa è la vostra ora. Riprendete con certezza di vittoria il cammino del vostro riscatto”.

L’entusiasmo e la fede sono grandi. Ma non mancheranno i giorni bui, la strada sarà ancora piena di lutti. Proprio come il 1 maggio di due anni dopo, nel 1947, quando gli uomini del bandito Giuliano, al servizio della mafia e della grande proprietà terriera siciliana, sparano sulla folla a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo: 11 morti e decine di feriti. Ecco la cronaca dell’Avanti! “Ieri mattina folti gruppi di contadini si sono dati convegno a Portella della Ginestra. Lasciati da un canto i cavalli bardati alla festa, i braccianti agricoli si erano ammassati, alle 10, sulla piana che circonda il paese. Nel centro un podio di pietra. Quando sulla rudimentale tribuna salì il primo oratore, il calzolaio Giacomo Schirò, segretario della sezione socialista di Piana, scoppiettarono attorno i battimani. Distintamente si udirono le prime parole del discorso. “Compagni, siamo qui riuniti per festeggiare il 1 maggio, la festa dei lavoratori”. A questo punto, il costone del Monte Pizzuto risuonò di raffiche e i primi proiettili micidiali fischiarono tra la folla. I primi morti caddero sulla pietraia, i primi gemiti dei feriti sottolinearono le raffiche. Urla e grida riempirono la piana: le bandiere rosse caddero coprendo gli alfieri colpiti. Quando le mitragliatrici tacquero, a terra uomini e donne, bimbi e vecchi sotto gli zoccoli dei cavalli impazziti. Sangue sui massi grigi, e le bandiere del lavoro strappate e lacere. Un giovane bracciante con il ginocchio spezzato da una pallottola disse ai giornalisti: la piana pareva un cimitero, cimitero dei lavoratori”.

Sembrano passati secoli. Eppure conosco vecchi compagni che sono ancora vivi e che si ricordano quei giorni terribili. Da allora, con la libertà e la democrazia, i fiocchi di neve sognati da Filippo Turati -e davvero caduti- sono stati tanti. Quasi tutte le sue intuizioni profetiche si sono avverate.

Eppure molte conquiste che sembravano irreversibili vengono messe in discussione. Persino il pilastro portante della costruzione socialista (lo Stato sociale) mostra delle crepe. Il malessere è tale da far scricchiolare lo stesso edificio della democrazia.

Forse i padri fondatori del socialismo e del 1 maggio già avrebbero una risposta. La si intuisce nell’appello del 1 maggio 1901 prima citato, per un movimento dei lavoratori non nazionale ma sovranazionale. La si intuisce nell’obbiettivo appena ricordato di Turati: gli Stati Uniti d’Europa quale tappa verso gli Stati Uniti del mondo.

La realtà è più semplice di quanto si creda. Nel mondo diventato piccolo e interconnesso, tutto e inevitabilmente globale. È globale l’economia, la finanza, la scienza, lo spettacolo, lo sport, la moda, il costume, persino il crimine. Soltanto la politica non è diventata globale. Soltanto la politica è rimasta inchiodata in confini nazionali anacronistici. E si è quindi condannata alla irrilevanza. O la politica diventa globale o perde la sua funzione. E con essa la democrazia stessa. La globalizzazione non è un male. La finanza neppure. Ma la finanza non può dominare il mondo senza regole e freni. Perché è la mancanza di regole a provocare i crolli ciclici delle borse che distruggono i risparmi di intere generazioni. E soltanto la politica, una politica con la P maiuscola e sovranazionale, può dare le regole. Può contenere lo strapotere (non democratico) della finanza senza frontiere. Un tempo si parlava di lotta di classe tra imprenditori e operai. Oggi, gli imprenditori e i dipendenti delle aziende sono dalla stessa parte. Dalla parte di chi pensa che la ricchezza e il progresso nascono dal lavoro. Mentre la finanza senza frontiere pensa che la ricchezza e il denaro nascano da altra ricchezza e altro denaro. Non dal lavoro, ma dalle operazioni speculative.

Ancor di più celebrando il 1 maggio, la festa del lavoro, qui ci deve portare la testa. E qui ci porta anche il cuore. Con la testa, intuiva la strada Filippo Turati, come abbiamo visto. Con il cuore la intuiva qualcuno che di cuore se ne intendeva: Edmondo De Amicis, uno degli scrittori italiani più famosi nel mondo. Un socialista e un collaboratore dell’Avanti! che ha scritto un romanzo proprio intitolato “1 Maggio”, pubblicato a puntate sull’Avanti! E appena ristampato. Un socialista che vedeva nel 1 maggio la festa dei compagni. Perché così sempre si sono chiamati tra loro i lavoratori socialisti in tutto il mondo. De Amicis coglieva il significato profondo di questa parola. Un significato ancora una volta ispirato a una visione non nazionale ma internazionale. “Solo l’operaio che s’ode chiamar “compagno” dallo studente, il “signore” che si sente dar quel nome dal povero, il dotto a cui lo dice l’uomo incolto, il giovinetto a cui lo dice il vecchio; solo colui che giunto in una città sconosciuta si ode chiamar “compagno” da cento giovani mai veduti; questi soltanto, noi soli, possiamo sentire e comprendere la poesia e la forza, il suono delle voci innumerevoli, il soffio possente di gioventù e di vittoria che questa parola racchiude. Questa parola “compagno” che ha acquistato un senso nuovo in tutte le lingue europee, che si scambia familiarmente da Parigi a Berlino, da Milano a Madrid, da Nuova York a Londra, è per noi un argomento di conforto e di gioia. E all’ultima nostra ora, dopo che avremo detto addio alle creature strette a noi più caramente dal legame di sangue, il nostro sguardo cercherà un amico, uno almeno, al quale possiamo dire ancora una volta “compagno” come nei nostri bei giorni di lavoro e di battaglia”.

Ecco. Qui, in questo spirito di solidarietà e fraternità, stanno le radici del 1 maggio. Forse mai come oggi il mondo del lavoro deve ritrovare queste radici.

Ugo Intini

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