sabato, 15 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Italia da salvare. Giorgio Bassani: la Natura è sacra e io la difendo
Pubblicato il 28-05-2018


bassani-2-420x327L’Italia è la nazione al mondo con il maggior numero di siti considerati patrimonio dell’umanità. Eppure parchi archeologici, edifici storici, monumenti, strade, biblioteche e musei abbandonati ad abusi e furti, all’incuria degli uomini e all’usura del tempo sono prossimi al tracollo e a trasformarsi in ruderi. Qualche anno fa, nella quarta di copertina del libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, “Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia”, si leggeva: «Dal degrado di Pompei e delle altre aree archeologiche al diluvio di cemento abusivo, dal traffico di tesori rubati alla crisi dei musei. Perché il Paese con più siti Unesco patrimonio dell’umanità sta distruggendo la sua unica ricchezza: l’arte, la cultura, il paesaggio?» Il grido d’allarme dei due giornalisti non è nuovo, perché l’aveva lanciato tanti anni fa lo scrittore Giorgio Bassani nella sua veste di presidente dell’associazione “Italia Nostra” (dal 1965 al 1980) nata negli anni Cinquanta del Novecento dall’iniziativa di un gruppo di intellettuali tra cui Elena Croce, Desideria Pasolini Dall’Onda, Antonio Cederna e Umberto Zanotti Bianco con la finalità di promuovere la democrazia nel nostro Paese, anche attraverso la tutela del patrimonio artistico e naturale. L’Italia che Bassani andava a visitare in lungo e in largo negli anni della sua presidenza per denunciare l’assurda realizzazione di tratte autostradali che non tenevano in nessun conto il valore paesaggistico dei luoghi che dovevano attraversare o per sollecitare la creazione di parchi per tutelare le aree naturalistiche di interesse nazionale, era un paese aggredito dalla cementificazione selvaggia e dalle logiche affaristiche, che deturpavano città, campagne, coste, isole. Perciò non di rado lo scrittore si trovava coinvolto in manifestazioni che mettevano a repentaglio la sua incolumità fisica: «Ricordo manifestazioni (per esempio a Palermo) dove c’era francamente d’aver paura. Eravamo evidentemente considerati, dagli amministratori locali – grandi amici, costoro, di noti speculatori edilizi cittadini – come dei veri e propri nemici pubblici, rappresentanti, in terra cristiana, degli interessi del demonio. Ultimamente mi è capitato di fare un semplice sopralluogo, come libero rappresentante della cultura, alle isole Eolie. Non c’ero mai stato, volevo rendermi conto. Ebbene, appena sbarcato a Panarea fui aggredito, è la parola, da qualche centinaio di indigeni, decisi, come gridavano, a buttarmi a mare. Ridicolo, grottesco spettacolo! La gente berciava: “Le isole Eolie agli eoliani”. Proprio come se le isole Eolie appartenessero soltanto a loro, e non, ovviamente a tutti gli italiani». Come gran parte del ceto intellettuale borghese di formazione umanistica, Bassani vedeva con preoccupazione l’avanzata della modernizzazione, di cui sottolineava quasi esclusivamente gli aspetti deteriori come il proliferare caotico e disordinato delle città che contribuiva al degrado ambientale, all’impoverimento culturale e all’affermazione di una ideologia della crescita senza limiti e senza regole, foriera della nuova civiltà dei consumi, che rischiava di ridurre gli individui a puri “transiti di cibo”, a “uomini massa”. In un discorso risalente ai primi anni Sessanta, ora leggibile nell’edizione accresciuta del libro “Italia da salvare”, curato da Dafni Cola e Cristiano Spila (Feltrinelli, Milano 2018), raccolta degli scritti civili e delle battaglie ambientali di Bassani, l’autore del “Giardino dei Finzi Contini” scrive: «Dal 1965 in poi, Italia Nostra si è assai sviluppata;[…] non siamo né contestatori globali, né puri esteti. Riteniamo che il patrimonio culturale e naturale sia un bene di cui la civiltà tecnologica e industriale, nella quale viviamo, non possa fare a meno, se vuole continuare a esistere. La civiltà industriale ha mostrato di sapersi dare un’efficienza, adesso occorre che si dia una religione, che sappia cioè contraddire a tutto ciò che tende a trasformare l’uomo in puro consumatore. È necessario che ci si convinca che vale la pena di espandersi e di consumare un po’ meno, perché l’uomo resti uomo». Amareggiato dalla modernizzazione radicale e convulsa che dopo gli anni del miracolo economico vedeva protagonista un Paese distratto e allegro impegnato a cancellare la storia e il proprio passato – come si evince dalla sua noncuranza ai valori della bellezza e della memoria – Bassani percepiva il patrimonio artistico e naturale come una risorsa dell’umanità alternativa ai rischi della frammentazione individualista della società italiana e del consumismo. Quanta preveggenza in questo libro! Meriterebbe di essere letto e commentato nelle scuole.

Lorenzo Catania

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