sabato, 18 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Lorenzo Cinquepalmi
Il Diciannovismo
Pubblicato il 21-05-2018


Difficile non condividere la percezione della realtà politica attuale che il segretario del PSI ha messo nero su bianco con la sua nota dal titolo “La profezia”.

Il riferimento alle dinamiche del quadriennio intercorso tra il dicembre 1918 e l’ottobre 1922 si giustifica con la consapevolezza non solo della convinzione di Montesquieu sull’immutabilità delle passioni umane ma, soprattutto, della lezione di Victor Hugo sull’espressione di quelle passioni nella società. La lezione di Hugo ma anche, in modo più aderente allo specifico, del Pietro Nenni di “Storia di quattro anni” (ripubblicato con il titolo evocativo “Il diciannovismo”) e dei sei mesi della rivista “Il quarto stato”, scritta con Rosselli, Saragat, Basso.

“Il quarto stato” esce per pochi mesi nel 1926 e rivela la spinta di chi vi scrive verso una rifondazione teorica della sinistra, che individui e descriva un paradigma sociale profondamente mutato rispetto alla società anteriore alla Grande Guerra, ne enuclei le classi di riferimento di un movimento progressista e riformista, ma, soprattutto, coniughi l’analisi sociologica con l’elaborazione di una proposta politica di lungo periodo e, condizione essenziale, con una inestinguibile spinta all’unità delle forze che convergono su questa linea d’azione.

Ed è qui che il parallelismo tracciato da Nencini manifesta tutta la sua forza evocativa e ispiratrice: la situazione attuale ha le similitudini da lui enunciate con la stagione diciannovista descritta da Nenni, ma anche l’abbozzo di risposta appare del tutto analoga a quella elaborata allora, soprattutto sulle pagine della rivista “Il quarto stato”. Con un monito, però: la rivista di Nenni e Rosselli esce nel 1926, per pochi mesi, semiclandestina. In quel 1926 in cui la legge Acerbo e le “leggi fascistissime” avevano già mutato la faccia dell’Italia, imponendole una forma che sarebbe cambiata traumaticamente solo vent’anni dopo, a prezzo di una guerra anche fratricida, di quasi cinque milioni di morti e della distruzione della gran parte delle infrastrutture del paese. La classe dirigente del 1946 nasce allora, ma dovrà passare attraverso prove tremende per arrivare, nel secondo dopoguerra, a dar vita al processo di rinascita del paese sviluppatosi, con fasi di maggiore o minor spinta, fino alla caduta del muro di Berlino.

La lezione, dunque, è quella di non dar tempo alle spinte autoritarie di consolidare, nell’amministrazione del paese e nelle coscienze dei cittadini, la loro ricetta apparentemente risolutiva, ma profondamente contraria ai diritti di libertà, uguaglianza e solidarietà dei cittadini. E l’esperienza insegna che senza libertà, uguaglianza e fratellanza non vi è nemmeno vero e duraturo sviluppo economico.

Se la sinistra italiana non saprà elaborare, su di un piano culturale prima ancora che politico, una descrizione della società attuale su cui costruire una proposta alternativa a quella populista, dandole gambe per camminare mediante un forte, leale e condiviso patto di unità, ci troveremo tra poco in una condizione simile a quella di Nenni, Rosselli, Basso e Saragat quando scrivevano le pagine di “Quarto stato” nel 1926: aver capito, ma troppo tardi.

Lorenzo Cinquepalmi

Segretario regionale PSI Lombardia

Responsabile dipartimento nazione diritti civili del PSI

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