giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Mario Sironi, le sue vignette fasciste in una mostra a Lucca
Pubblicato il 24-05-2018


mario-sironi- ciclistaOrganizzata dal «Center of Contemporary Art», dalla galleria Russo e dal MVIVA, è in corso a Lucca la mostra «Mario Sironi e le illustrazioni per “il Popolo d’Italia” 1921-1940». Essa espone cento opere realizzate dal caricaturista più famoso del quotidiano ufficiale del Partito fascista. Non si tratta – come si legge nella presentazione – di una «riscoperta del talento artistico» di Mario Sironi, già noto per altre mostre e cataloghi, ma di una riproposta delle sue doti di disegnatore politico.
Il nome di Mario Sironi (Sassari, 12 maggio 1885 – Milano 13 agosto 1961) è legato all’ascesa al potere di Benito Mussolini, che lo chiamò ad illustrare il suo giornale per la capacità di plasmare l’immagine del fascismo nella stampa e di presentarla nelle mostre espositive. A differenza di altri vignettisti coevi, che aderirono al credo mussoliniano per opportunismo oppure per motivi venali, Sironi fu un fascista convinto, tanto da aderire alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943. Egli si formò nel clima incandescente del futurismo, subendo l’influenza di Umberto Boccioni, di Gino Severini e di Giacomo Palla per assumere poi uno stile personale nelle sue scelte estetiche e nella sua pittura originaria.
Nel 1905-06 Sironi disegnò anche tre copertine per il settimanale «Avanti! della Domenica» e partecipò ad diverse mostre, nelle quali espose sue opere come «Senza Luce», «Paesaggio» e «Madre che cuce». Via via passò da una pittura paesaggistica e casalinga ad uno stile inquieto, come si ricava dai suoi dipinti eseguiti durante la Grande Guerra. Nelle sue illustrazioni per «Gli Avvenimenti», che cominciarono nell’aprile 1915, Sironi elevò l’evento bellico come suo soggetto principale. I suoi disegni dei soldati tedeschi furono considerati da Boccioni fra i più belli dell’epoca.
Allo scoppio della Grande Guerra firmò il manifesto interventista L’orgoglio italiano, arruolandosi in un battaglione di volontari ciclisti. Da quell’esperienza nacque il dipinto «Ciclista» che, eseguito nel 1916, mostrò i primi segni del distacco dallo stile futurista per l’accento posto sulla figura scura ripiegata sulla bicicletta tra edifici ubicati in un mondo misterioso e alienato. Come hanno sottolineato due storici americani, Sironi continuò nel 1919 a dipingere paesaggi urbani con la finalità precipua di sollevare i problemi sociali nelle città italiane, ritraendo lo squallore della periferia milanese dove gli operai vivono una vita grama
L’incontro con Mussolini avvenne proprio nella sede del «Popolo d’Italia», di cui il primo numero apparve il 15 novembre 1914, segnò una svolta nella vita artistica di Sironi, che divenne l’illustratore principale del giornale per l’ascendente esercitato da Margherita Sarfatti sul futuro duce. Ella presentò Sironi a Mussolini, riuscendo nel 1921 a farlo assumere come vignettista del quotidiano, dove in linea con il nascente fascismo raffigurò deputati inetti, baldanzosi ed eroici giovani squadristi e un Mussolini fermo e deciso nella lotta contro i partiti democratici. Le sue vignette, ispirate dal programma politico fascista, ebbero come bersaglio privilegiato la massoneria, il Partito socialista, quello popolare o il comunismo sovietico. Lo ha notato Andrea Colombo su «La Stampa» del 22 maggio nel suo articolo dedicato alla mostra, quando ha rilevato come nelle sue vignette emergono «un Lenin dalle sembianze di orco che taglia le teste con la falce, massoni dipinti come enormi aracnidi che tessono la loro oscura tela sulla Penisola, antifascisti trafitti da un punteruolo patriottico, panciuti borghesi sottomessi ai sovversivi di turno».
Dopo la svolta autoritaria del 1926 e l’introduzione delle «leggi fascistissime», Sironi collaborò come illustratore ai periodici «Gerarchia» e alla «Rivista illustrata del Popolo d’Italia», il cui primo numero uscì il 4 agosto 1923 su iniziativa di Arnaldo Mussolini. Di grande formato (45 x 38), la Rivista presentò sovraccoperte in pentacromia spesso disegnate da Mario Sironi e da Fortunato Depero. Egli collaborò a volumi commemorativi, tra cui «La Rivoluzione che vince» (1934), «L’Italia imperiale» (1937) in una tenace difesa della corsa mussoliniana agli antichi fasti romani. Nella sua frenetica attività, susseguitasi fino alla chiusura del quotidiano, Sironi manifestò uno stile inconfondibile, realizzando quasi mille caricature e altrettante opere volte a sostenere le iniziative del duce come la conquista d’Etiopia e l’alleanza con la Germania nazista. Le sue allegorie furono poste al servizio del regime e dello Stato corporativo nell’ambito della supremazia culturale italiana nel mondo. Per la Triennale del 1936 Sironi realizzò un mosaico dedicato al «Lavoro fascista», ampliato l’anno successivo per l’Esposizione internazionale delle arti e dei tecnici di Parigi. Il bassorilievo, realizzato per la sede del giornale «Il Popolo d’Italia» (1942), ricevette il plauso di Mussolini che considerò la sua opera artistica l’espressione più elevata della «Rivoluzione Fascista».
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale, Sironi non godette più della committenza statale, riducendo così la sua attività pittorica, ma non quella connessa all’esaltazione del fascismo, di cui fu un fervente sostenitore fino alla morte avvenuta il 13 agosto 1961. Restano le sue vignette, aspre e tenebrose come icone sbiadite di un regime autoritario poco conosciuto e tanto esaltato.

Nunzio Dell’Erba

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