martedì, 23 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Ocse, l’Italia di adulti poco ‘digitalizzati’ e giovani Neet
Pubblicato il 14-05-2018


neetI ministri delle politiche sociali dei 35 paesi dell’Ocse e dei paesi partner si sono incontrati oggi a Montréal per una riunione su “Politica sociale per la prosperità condivisa: abbracciare il futuro”. Le questioni trattate sono centrali: modernizzare i sistemi di protezione sociale per incorporare al meglio le persone che svolgono lavori non standardizzati, promuovere diversità e inclusione sociale per tutti, garantire a bambini e giovani pari opportunità di riuscita nella vita, integrare l’uguaglianza di genere nella progettazione e nella riforma delle politiche.
Le profonde trasformazioni in corso (tecnologiche e culturali) stanno ridisegnando il mondo del lavoro, in termini di: organizzazione, identità, appartenenza e tutele. Aumenta la quota di lavori non-standard e la relativa percentuale di lavoratori autonomi, con conseguente necessità di prevedere maggiore protezione sociale per tutti. È necessario adeguare regole e politiche pensate per un tempo ormai passato. Il lavoro autonomo può essere visto come una strategia di sopravvivenza, per coloro che non riescono a trovare altri mezzi per guadagnare un reddito, o come prova di spirito imprenditoriale e desiderio di esplorare nuovi lavori e possibilità. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi esiste una relazione negativa tra il tasso di lavoro autonomo e il tasso di disoccupazione.
Nella classifica dei Paesi Ocse e dei Paesi partner sui lavoratori autonomi rispetto al totale, l’Italia è all’ottavo posto con circa il 24% di lavoratori autonomi (media Ocse 16%).
Come sottolinea l’Ocse, sono necessarie riforme cruciali per riuscire ad adattare i sistemi di protezione sociale al nuovo mondo del lavoro. Ad esempio, i diritti dovrebbero essere collegati agli individui, piuttosto che ai posti di lavoro, in modo che siano trasferibili da un lavoro all’altro. Le opportunità di formazione dovrebbero essere ampiamente disponibili e non necessariamente collegate al proprio status lavorativo o al posto di lavoro.
Ma quanti adulti partecipano alla formazione e all’apprendimento? L’Italia è tra gli ultimi paesi, con ben il 75% delle persone tra i 25 e i 64 anni che non partecipa a corsi di formazione formali o informali.
Forme di apprendimento permanente potrebbero trovare risposta anche nelle opportunità offerte dalla digitalizzazione (i Mooc e le risorse educative aperte rappresentano importanti risorse), ma rimangono sottoutilizzate. Le nuove forme di organizzazione e di lavoro aumentano la domanda di persone con abilità matematiche, capacità di risoluzione dei problemi, competenze Ict di base, capacità relazionali e competenze trasversali.
Nei processi di cambiamento è fondamentale prestare attenzione ai gruppi più svantaggiati che tendono a restare indietro nell’uso delle tecnologie, nell’acquisizione di competenze e nell’adattamento durante la vita lavorativa.
Uno dei segmenti della popolazione dove è più evidente lo scollamento ed è prioritario agire, è quello dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Gli intensi aumenti della disoccupazione giovanile e della sottoccupazione, dovuti a ostacoli strutturali di lunga data, impediscono a molti giovani dei paesi dell’Ocse e delle economie emergenti di passare con successo dalla scuola al lavoro.
Circa 40 milioni di giovani nei paesi dell’Ocse, pari al 15% dei giovani tra 15 e 29 anni, non frequentano corsi di istruzione, impiego o formazione, i cosiddetti Neet. Due terzi di loro non sono nemmeno alla ricerca di lavoro. Il 40% di tutti i giovani sperimenta un periodo di inattività o di disoccupazione nell’arco di un periodo di quattro anni e per metà di essi questo periodo durerà un anno o più e può portare allo scoraggiamento e all’esclusione.
L’Italia, purtroppo, è tra le prime classificate per numero di Neet: nel 2016 erano il 25.4% (media Ocse 14%). La proporzione dei giovani Neet è aumentata considerevolmente durante la crisi. Prima del 2007 il tasso di Neet in Italia era già alto, intorno al 20%. Tra il 2007 e il 2014 ha continuato ad aumentare, raggiungendo ben il 27%. Ha registrato una modesta riduzione nel 2015 (corrispondente a quasi 2.5 milioni di Neet), rimanendo però negli anni successivi, significativamente sopra i livelli pre-crisi.
Come in altri paesi Ocse, la maggioranza dei giovani Neet (60%) non cerca nemmeno un lavoro e il fenomeno dei Neet è più diffuso fra i giovani con bassi livelli di istruzione, rispetto ai giovani più istruiti. Il tasso di abbandono scolastico resta molto elevato in Italia, dove circa il 30% degli uomini e il 23% delle donne di età compresa fra i 25 e i 34 anni non ha un titolo di studio di scuola secondaria superiore (rispetto a una media Ocse del 18% per gli uomini e del 14% per le donne). Nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni, il dato sui Neet si evidenzia maggiormente se incrociamo la variabile età e la variabile genere. In Italia quasi il 30% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni è disoccupato o inattivo.
I contesti economici e sociali sono in rapida evoluzione e numerose sono le sfide da affrontare per andare verso una crescita inclusiva. Quella canadese rappresenta un’occasione importante per pensare il futuro e programmare delle buone politiche.
Tuttavia, nonostante lo spread Bpt-Bund salito a 134-140 punti ed il ritardo dell’Italia nell’Eurozona, l’economia italiana è in ripresa.
Nei primi tre mesi dell’anno, lo dimostra il pieno di utili per le maggiori aziende del Paese come Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ubi, Generali, Eni, Enel, Fiat Chrysler, Poste, Carige, Mediobanca.
Per molte di queste, i dati di bilancio sono andati oltre le previsioni degli analisti, raggiungendo ricavi e utili record (Mediobanca), altre hanno potuto completare il percorso di risanamento.
Se le aziende ridono, molti lavoratori piangono. Si allarga da luglio la platea potenziale del Rei, il reddito di inclusione sociale ma le domande all’Inps anche senza i requisiti sulla composizione del nucleo familiare potranno essere presentate dal primo giugno (il beneficio si ottiene a partire dal mese successivo). Apprendiamo dall’Inps, in un messaggio per ricordare che da luglio, come previsto dalla legge, non sarà più necessario per ottenere il sussidio avere in famiglia almeno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. Fino a giugno la platea potenziale è di circa 500.000 famiglie per 1,8 milioni di persone mentre da luglio passerà a 700.000 nuclei per 2,5 milioni di persone.
Il beneficio economico va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti (importi inferiori ai limiti di sopravvivenza).
Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.
Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.
Il disagio sociale non diminuirà con gli utili delle aziende, perchè gli utili prodotti, molto probabilmente, verranno reinvestiti per produrre altri utili e non per creare nuova occupazione. Anzi, a seguito dei nuovi investimenti potrebbe essere necessario l’impiego di un minore numero di lavoratori.
Si pone, dunque, il problema di una politica sociale per l’occupazione e per la distribuzione della ricchezza. Compito che storicamente è politicamente appartiene al socialismo riformista. Le problematiche sociali hanno cambiato aspetto, ma sono rimaste fondamentalmente immutate nella loro natura esistenziale.

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