mercoledì, 18 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Olmi e Milano ’83, l’Italia a ‘bere’ se stessa
Pubblicato il 07-05-2018


ermanno-olmi-700x430-kUvB-U43480738987949VqE-593x443@Corriere-Web-Sezioni“Ai maestri si porgono solo le scuse”. Così si era scusato Carlo Tognoli, allora sindaco socialista di Milano, finanziatore del progetto e (ai tempi) detrattore del film di Ermanno Olmi Milano ’83. Carlo Tognoli ha così chiarito, trent’anni dopo la proiezione della pellicola che doveva fare parte del progetto ‘le capitali culturali d’Europa’ con Atene, Lisbona, Varsavia: “Da parte mia non ci fu nessuna censura, tant’è che il documentario fu presentato a Venezia. Ci fu solo una battuta, per la quale mi scuso con tutto il cuore con Ermanno Olmi, un maestro che ho sempre apprezzato”.
Di tutte le critiche e i battibecchi resta però la visione che ha lasciato Olmi su un’Italia ormai ‘smarrita’ e che tutt’ora sembra in crisi di coscienza. Il suo documentario su Milano rappresentava in sostanza il Paese che provava a crescere, ma in maniera sbagliata. Olmi riportava l’immagine di una Milano cantierizzata, operaista e sofferente che cozzava con l’idea di una città di crescita culturale, una città tanto attiva e all’avanguardia quanto frenetica e indifferente, Olmi affermava che “Milano deve farsi un enorme esame di coscienza: […] dobbiamo lavorare per una nuova proposta di vita, che non ci faccia più sentire soli”.
Anzi a ripensarci, per Olmi, la situazione per la città, continua a peggiorare: “Allora, in città, c’era ancora una speranza, la fiducia di poter cambiare, di rimediare agli errori. Si percepiva la sensazione che la città fosse pronta per riscattarsi dai disagi della quotidianità. Oggi, invece, non c’è più nulla. La realtà è a rischio e la tenuta delle persone dalle insoddisfazioni e dall’incapacità a relazionarsi è messa a dura prova”.
Milano ’83 rivelò Olmi che passò a una visione ecologista, ma subito dopo l’uscita del film il regista viene colpito da una gravissima malattia che lo costringe a chiudersi nella sua casa di Asiago dove si era trasferito con la famiglia da qualche tempo. In quel periodo interrompe la sua produzione cinematografica.
La sua passione civile e il suo interessamento per le persone umili non si era mai fermato, anche ultimamente aveva detto: “Quando l’apparenza vuol nascondere disuguaglianze sociali che hanno come scopo primario il profitto di alcuni e la sottomissione di altri. Attenzione, perché già nella Storia abbiamo visto che questi preamboli spesso sono un chiaro segno di ammonimento per non arrivare alla deflagrazione di scontri, dove la democrazia vede il proprio fallimento”.
Il grande regista bergamasco riconosceva negli umili la sua stessa estrazione sociale e soprattutto i valori delle sue origini. “Quando mio padre è morto avevo 13 anni. Era un sano socialista come lo erano i ferrovieri di quel tempo che rappresentavano il progresso con giustizia. Io lo ricordo nei due anni che rimase senza lavoro perché non aveva mai voluto iscriversi al partito fascista. Allora quando si andava a cercare lavoro ti chiedevano la tessera del partito. E mio padre è stato due anni senza lavorare, tanto che ricordo mia madre che gli diceva ‘ma ti rendi conto, che per una tua idea’. Non era una sua idea bizzarra, era un ideale di dignità”.
Ermanno Olmi è morto oggi all’età di 86 anni, un ‘cinematografaro libero’ come egli stesso si autodefiniva, autodidatta e senza padroni: “Penso che la migliore ideologia consista nel non essere schiavi dell’ideologia”.

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