martedì, 14 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Mezzi che non giustificano il fine. Inchiesta su #MeToo
Pubblicato il 23-05-2018


metoo 2È possibile condannare la violenza di genere senza se e senza ma, senza ambiguità o fingimenti, e allo stesso tempo prendere le distanze dal movimento #MeToo? È possibile avversare con forza ogni forma di molestia, di abuso, di umiliazione della donna e biasimare con altrettanta convinzione la demagogia di Time’s Up? Ed è possibile fare tutto questo “da sinistra”, rifiutando ogni ammiccamento al maschilismo dei Trump e dei Berlusconi, dei Vittorio Feltri e dei Camillo Langone? Non soltanto è possibile, ma sarebbe la strada più ovvia per chiunque volesse cambiare davvero le cose.

Mezzi e fini

Lo aveva capito Margaret Atwood, femminista al di sopra di ogni sospetto, che in un articolo sul “Globe and Mail” aveva affermato che “per ottenere i diritti umani e civili delle donne devono esserci diritti umani e civili e basta, incluso quello a una giustizia fondamentale”. L’obiezione della Atwood potrebbe sembrare un dettaglio, un sofisma privo di importanza; ma la questione è terribilmente seria. A seguito delle rivelazioni a mezzo stampa ispirate dal #MeToo, sono morte finora sette persone: Carl Sargeant, politico gallese, suicidatosi il 7 novembre 2017; un funzionario del Partito Laburista inglese, rimasto anonimo, morto, per probabile suicidio, nello stesso mese; Dan Johnson, politico statunitense, suicidatosi il 13 dicembre 2017; Jill Messick, già manager di Rose McGowan, suicidatasi il 7 febbraio 2018; Jo Min-Ki, attore sudcoreano, suicidatosi il 9 marzo 2018; un professore della Hankuk University di Seoul, rimasto anch’egli anonimo, suicidatosi il 17 marzo 2018; Benny Fredriksson, attore svedese, suicidatosi il 17 marzo 2018.
Questa impressionante scia di sangue chiarisce una questione che investe alle radici la natura stessa del #MeToo. Anche una battaglia importante, come quella per i diritti delle donne, può infatti trasformarsi in un’iniziativa mortifera se i mezzi con cui viene condotta ne contraddicono il fine. Quando un grande ideale è contraddetto dalla sua prassi, una rivoluzione si trasforma in controrivoluzione. Dai rivoluzionari francesi a Stalin, da Mao alla Corea del Nord: chi pretende di togliere alla rivoluzione la sua intrinseca componente dialettica, la sua immanente tensione anti-autoritaria, tradisce e perverte la stessa rivoluzione.
Quando le 120 firmatarie della lettera-manifesto “Dissenso comune” affermavano che “noi non puntiamo il dito contro un singolo ‘molestatore’, noi contestiamo l’intero sistema”, probabilmente intendevano proprio questo: nessuna rivoluzione si crea sbattendo il mostro in prima pagina. I linciaggi pubblici, a prescindere dalla colpevolezza o dall’innocenza dei linciati, sono sempre stati appannaggio delle società arretrate, barbariche, e nulla di buono o di costruttivo hanno mai portato. Pensare di condurre una lotta femminista attraverso epurazioni e scandali mediatici significa ignorare l’essenza stessa del femminismo, confondere emancipazione e odio di genere. E l’odio di genere, da qualunque parte provenga, altro non è che una forma di sessismo.

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È per questo che i processi non possono avvenire sui social media, né sui giornali. Spetta alla giustizia penale perseguire i colpevoli con fermezza e senza clamore: una giustizia certa, efficiente, che protegga e tuteli le vittime senza consegnarsi al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione.

La strada per la parità

Ma qual è allora la strada da seguire per mettere fine alle discriminazioni, per perseguire una vera parità di genere? Probabilmente quella indicata da Emma Bonino in un’intervista a Repubblica dell’ottobre dell’anno scorso. “Io non ho mai creduto alla solidarietà tra donne” aveva affermato la storica leader radicale. “Le donne non sono una categoria, non sono un sindacato. Sono persone, e come tali hanno opinioni diverse.” Con toni simili si era espressa la Atwood nel suo articolo sul “Globe and Mail”: “La mia posizione fondamentale è che le donne sono esseri umani, con tutta la vasta gamma di comportamenti angelici e demoniaci che ciò porta con sé”. Per combattere il sessismo, suggeriscono la Bonino e la Atwood, occorre dunque rifiutare di connotare i generi in un senso stereotipo e unilaterale, come se appartenere ad un genere bastasse a condividere la stessa visione del mondo, le stesse idee politiche, le stesse proposte. Se è vero che il razzismo (o il sessismo, che di esso è un’espressione) significa considerare delle caratteristiche fisiche o delle appartenenze geografiche (l’etnia, il genere, l’orientamento sessuale, ma anche l’età) come vincolanti e significative in qualunque altro senso, allora essere antirazzisti vuol dire rifiutare il mito reazionario della lotta tra i sessi, della contrapposizione stereotipa di donne e uomini. Immaginare un partito delle donne o un movimento degli uomini è un po’ come teorizzare un partito degli individui biondi e uno di quelli castani; un partito degli italiani o uno degli arabi; uno degli studenti universitari e uno dei quarantenni.
Ecco perché, come notava la Bonino, esistono tanti tipi di femminismo, basti guardare alle tante femministe che hanno condannato o criticato #MeToo: dalla Atwood a Germaine Greer, da Natalia Aspesi ad Anna Bravo. Anche quello di Catherine Deneuve e delle 100 donne francesi è un manifesto femminista: all’insegna di un femminismo libertario, fondato sull’autodeterminazione delle donne e sul rifiuto della loro infantilizzazione. E gli insulti violentemente misogini che queste ultime hanno ricevuto testimonia di un clima culturale malsano, intollerante e sotterraneamente sessista.
In un suo recente articolo su “Linkiesta”, Alessio Postiglione faceva notare il pericolo delle cosiddette “discriminazioni positive”, ovvero di quelle discriminazioni che, “per indennizzare un gruppo svantaggiato, invece di creare una cornice concorrenziale che premi i migliori” creano “un mercato ‘protezionistico’ dove alcuni gruppi sono rappresentati pro quota.” Postiglione osservava che dietro alla filosofia delle “quote rosa”, quella che vorrebbe ridurre le donne a numero, a categoria protetta, si nasconde il pericolo di riprodurre quella patriarchia che si vorrebbe eliminare: se è vero che nella società alcune categorie – dalle donne al mondo LGBTQ – sono oggettivamente discriminate e poco rappresentate, altrettanto vero è che non è possibile porre fine a queste discriminazioni con uno strumento intrinsecamente discriminatorio.
Gli strumenti che al legislatore converrebbe adottare – perché è del parlamento il compito di recepire queste istanze – dovrebbero invece fare appello a meccanismi ben più complessi. In una società che voglia davvero definirsi egualitaria, ad esempio, non dovrebbe accadere che a una donna tornata dalla maternità non venga rinnovato il contratto di lavoro (in questo ambito le tutele esistono, ma andrebbero estese e perfezionate); né che a parità di mansioni esistano forme di disparità salariale. Una cultura televisiva che preferisce veline, letterine e showgirl a donne colte e competenti, che dà della donna un’immagine frivola e acefala, contribuisce a sua volta ad alimentare il sessismo, a promuovere le discriminazioni. E non è presentando quelle stesse showgirl e quelle stesse veline in una veste autoritaria o aggressiva che si incoraggia una vera emancipazione: perché la libertà non si esprime con l’autoritarismo, non si esprime con la violenza.
A quei festival cinematografici che tante parole spendono sulla “diversity” (ma diversity da cosa? Da chi?), che misurano in punti percentuali la quantità di film diretti da donne, converrebbe cambiare diametralmente approccio: si esaminino i film guardando finalmente alla qualità artistica, ignorando completamente il genere di chi li ha diretti; si abbandonino i calcoli commerciali e i condizionamenti che da sempre, in barba a qualsiasi meritocrazia, caratterizzano queste kermesse. Alle chiacchiere sulla “diversity” si passi ad una “equality” di fatto.
È su questi fronti, dunque, che si dovrebbe puntare per giungere a un radicale cambiamento della società nel senso della più completa eguaglianza. Con lo spirito non di una battaglia “di” genere, ma di una battaglia “per” l’uguaglianza.

Arte e censura

Tra i tanti sbandamenti del #MeToo, c’è anche la questione dell’arte. Sin dall’inizio dell’affaire Weinstein, è (ri)nato un surreale dibattito sulla funzione educativa dell’arte, sulla necessità di connotarla in un senso edificante. E puntuali sono arrivate le censure: a dicembre l’azienda dei trasporti di Londra ha rifiutato di apporre sui propri mezzi pubblici dei manifesti pubblicitari per una mostra di Egon Schiele; questi stessi manifesti sono stati apposti sui muri di Berlino, ma soltanto in una versione censurata, con i genitali coperti. Sempre a Berlino, lo scorso gennaio, l’Università Alice-Salomon Hochschule ha cancellato dalla propria facciata una poesia in otto versi del grande poeta svizzero Eugen Gomringer (“Viali / viali e fiori / / fiori / fiori e donne / / viali / viali e donne / / viali e fiori e donne e / un ammiratore”) perché considerata “sessista”. Ancora a gennaio, la Manchester Art Gallery, tra le più note gallerie britanniche, ha rimosso dalle proprie pareti il dipinto preraffaellita “Ila e le ninfe” di John William Waterhouse. L’accusa? Sessismo. E si potrebbe andare avanti con molti altri esempi.
È inutile dire che queste censure sono pura follia. Ma l’ondata moralizzatrice si sta insinuando sin nei meandri più nascosti del dibattito culturale ed estetico. Qualcuno ha cominciato a stroncare “Lolita” di Nabokov, qualcun altro ha definito “inaccettabile” “Blow up” di Antonioni. Dell’ultimo film di Lars Von Trier, visto al 71. Festival di Cannes, si è detto che non c’era abbastanza empatia verso le vittime del personaggio protagonista (un serial killer torturatore di donne). Altri ancora, come Ryan Gilbey in un delirante articolo sul “Guardian”, hanno affermato che la politica dell’autore va buttata alle ortiche perché “è molto (…) difficile sostenere che degli errori di valutazione extra-curriculari – e addirittura dei reati – possano affrancarsi da quanto appare sullo schermo” e che Michael Haneke avrebbe un “lato oscuro” (sic) perché ha criticato con fermezza il #MeToo.
Dal furore di questa isteria puritana traggono linfa film terribili come “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh, un elogio della vendetta piccolo-borghese con venature fasciste e populiste, scambiato dai critici gonzi per una celebrazione del femminismo; o parabole morali midcult su molestie e discriminazioni.
E allora diciamolo una volta per tutte: attribuire all’arte una funzione educativa è il peggior servizio che si può rendere alla battaglia contro il sessismo. La ricerca dell’imparzialità nell’atto creativo è un’impresa assurda, violenta, intimamente fascista. L’atto creativo è per sua natura parziale, soggettivo: ogni affermazione, nel momento in cui viene formulata, è già – anche inconsciamente – l’espressione di un punto di vista. Così “L’uomo che amava le donne” di Truffaut non è un inno al maschilismo, ma una visione maschile delle dinamiche del desiderio, proprio come “Sex and the city” è una visione femminile delle stesse dinamiche.

La moralità dell’arte

lolitaMa l’errore è ancora più a monte: pretendere di dare a un’opera d’arte una patente di moralità, un certificato di perbenismo. Sono i regimi totalitari, gli stessi che in vario modo perseguitano le minoranze, i soli che pretendono di condannare o di assolvere un’opera per la moralità del suo contenuto. Parafrasando Adorno, è soltanto la cattiva arte quella che “s’immagina che la dignità di un’opera e la gloria che le spetta dipendano dalla dignità degli oggetti, e che una rappresentazione della battaglia di Lipsia valga di più di una seggiola vista di sbieco.”
Il valore di un’opera dipende dal valore del suo testo, cioè dalla forma e dal contenuto intesi in un tutto inseparabile. È soltanto là la sua morale: nella pennellata, nel rapporto tra questa e l’insieme, nel rapporto tra questa e il contenuto. La sua morale è nella bellezza: la bellezza delle sculture michelangiolesche, dei quadri di Leonardo, ma anche di quelli di Egon Schiele e di Balthus, dei film di Woody Allen e di Roman Polanski, dei libri di Nabokov, dei poemi immorali di Lautréamont.
La bellezza, dialettica per eccellenza, si nutre e deve nutrirsi di rivolgimenti, di intersezioni, di tesi e di antitesi. Non può e non deve esserci un “messaggio” soverchiante, una eco moralistica che si spande sull’opera, come nei quadri affettati e ruffiani di Millet. Perché è proprio nel ricatto morale che si nasconde lo sguardo autoritario, è nel messaggio prefabbricato che si nasconde il disprezzo. Se seguiamo la saga del Padrino possiamo immedesimarci nel mafioso, con la sua violenza e il suo fascismo, con la sua spietatezza e la sua crudeltà. Se narriamo la storia di un terrorista, di un assassino o di uno stupratore possiamo (a volte dobbiamo) spingere il pubblico a immedesimarsi in lui, con tutto il disagio che questo comporta, e nessuna morale ci deve fermare. Il messaggio, quando di messaggio si può parlare, dovrebbe scaturire dalle maglie di un continuo processo dialettico immanente alla forma, al contenuto, e alla dialettica tra l’una e l’altro. Soltanto così l’opera sfugge alla pietrificazione, a quell’immobilità mortifera che è madre di tutti i kitsch e di tutte le arti di regime. O vogliamo tornare al Codice Hays, che imponeva una condanna severa e lampante per qualsiasi atto criminale mostrato sullo schermo?
Il sesso e la violenza (quelli rappresentati!) sono intrinseci alla natura della scrittura filmica e dell’arte in generale. Il perturbante contribuisce in modo decisivo a rendere l’arte dialettica, a strapparla dalle grinfie dell’estetica borghese, della fattualità sclerotizzata. Come ha scritto lucidamente Andrea Bocchiola in suo articolo su “Vogue”, “l’arte porta sempre con sé, a meno che sia semplice décor, un granello di inquietante estraneità, un elemento che ce la rende così profondamente intima e al contempo così drammaticamente intollerabile, eccessiva, disturbante.”
Anche per questo l’arte va tenuta separata dall’artista. Ne parlava già Proust cent’anni fa e con lui tanti altri, ma occorre ribadirlo in tempi di oscurantismo neopuritano. Un conto sono le vicende personali o criminali di un artista, un conto è la qualità della sua opera. I film di Polanski e di Woody Allen sono indipendenti da Polanski e da Woody Allen. Recano, sì, la traccia dei loro autori, ma la loro bellezza non è minimamente intaccata dalle vicende personali dei primi. Né la bravura di Kevin Spacey è intaccata dalla sua condotta privata o dai reati da lui commessi.
Se un artista commette un reato – sia anche un criminale o un assassino, com’era del resto Caravaggio – è sbagliato sia assolvere la sua condotta in virtù della sua arte, sia condannare la sua arte in virtù della sua condotta. Si condanni senza sconti la sua condotta, la giustizia penale (e non quella mediatica) faccia il suo corso. Ma non si confonda l’abiezione dei suoi atti con la grandezza delle sue opere. Di più, lo si condanni a produrre obbligatoriamente le sue creazioni, anche dal carcere. Sarà un modo intelligente per fargli scontare il suo reato: donando al mondo la bellezza della sua arte.

Giulio Laroni

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