lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

“Spiriti animali” e i limiti della ”teoria economia standard”
Pubblicato il 11-05-2018


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La teoria economia standard alla quale si è soliti fare riferimento per la descrizione e la spiegazione dei fatti economici è largamente insufficiente, perché manca di spiegare il motivo per cui i sistemi economici senza regole sono caratterizzati da instabilità, ovvero da alti e bassi del ciclo economico che mettono a dura prova i governi dei Paesi che ne subiscono gli effetti sul piano politici e su quello sociale.

Secondo autorevoli economisti contemporanei, a differenza di quelli classici e di gran parte di quelli neoclassici, l’economia, a livello nazionale ed internazionale, non è “mossa” solo da “attori razionali” che agiscono sempre sulla base di “aspettative razionali solo e soltanto in funzione di valutazioni economiche” effettuate secondo il paradigma della “massimizzazione del risultato”; insomma come gli attori simbolizzati dalla figura retorica dell’”homo oeconomicus”, condotti dalla “mano invisibile” evocata da Adam Smith. Essi, in realtà (gli attori economici), nel perseguire i propri interessi, agiscono anche in funzione di motivazioni non economiche, spesso all’origine di tanti accadimenti negativi che impediscono il normale funzionamento dell’economia a qualsiasi livello (locale, nazionale e internazionale).

Anzi, per alcuni autori, come ad esempio George Akerlof e Robert Shiller, entrambi insigniti del Premio Nobel per l’economia, in “Spiriti animali. Come la natura umana può salvare l’economia”, affermano che le motivazioni extraeconomiche sono il vero motore del comportamento economico. Su questa base, essi cercano di allargare le capacità descrittive ed esplicative della teoria economica standard, incorporando nella struttura di tale teoria anche l’influenza delle motivazioni non economiche, convinti che, per assicurare uno stabile funzionamento dei sistemi economici, i governi debbano tener conto delle potenti forze dell’emotività umana, anziché continuare a ignorarle.

E’ stato John Maynard Keynes, nel 1936, quando ha pubblicato la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, ad indicare come, con lo strumento della spesa pubblica in disavanzo, fosse possibile condurre un sistema economico, caduto in stato di depressione, fuori dal “tunnel della crisi”. Secondo Akerlof e Shiller, il Keynes della “Teoria generale”, non solo ha dimostrato la possibilità di combattere la crisi ricorrendo alla spesa in disavanzo, ma ha anche offerto “un altro messaggio fondamentale, che però è stato ignorato”. Tale messaggio indicava che, contrariamente a quanto affermava la teoria economica prevalente, senza interferenze governative, i mercati non avrebbero potuto superare autonomamente la crisi e raggiungere la piena occupazione; ciò perché, pur ammettendo che gran parte dei comportamenti economici fosse il risultato di motivazioni razionali, Keynes riteneva altresì che molti altri comportamenti rilevanti dal punto di vista economico fossero il risultato di “spiriti animali”, in quanto determinati da motivazioni non sempre economicamente razionali.

Secondo la teoria keynesiana, gli spiriti animali (intesi come slanci vitali degli attori economici, non sempre compatibili con gli assunti della teoria economica prevalente) sono la causa dell’instabilità economica e della disoccupazione involontaria. Comprendere, perciò, come funziona l’economia – affermano Akeròof e Shiller – “significa comprendere come essa sia [anche] guidata dagli spiriti animali”.

Se la mano invisibile è stata il fulcro della teoria economica pre-keynesiana, gli spiriti animali di Keynes, a parere di Akerlof e Shiller, sono alla base di una teoria diversa, di “una teoria cioè che dà conto dei fattori intrinseci della instabilità del capitalismo”.

Questa conclusione ha un impatto diretto sul ruolo dello Stato nel governo del funzionamento del mercato. Ora, è indubbio che, se le economie di mercato di un tempo erano, come affermavano gli economisti pre-keynesiani, molto “creative”, per cui lo Stato doveva interferire il meno possibile con quella “creatività”, è altrettanto indubbio che le economie di mercato attuali, se lasciate a se stesse, tendano a perseguire l’eccesso. Quando ciò avviene, secondo Akerlof e Shiller, occorre che lo Stato intervenga, per controbilanciare, appunto, gli eccessi provocati dagli spiriti animali.

Dopo l’uscita delle “Teoria generale”, i seguaci di Keynes, anziché promuovere l’accettazione presso la “corporazione” degli economisti delle nuova teoria formulata dal Maestro, hanno optato invece, affermano Akerlof e Shiller, “di lasciare il minimo indispensabile di spiriti animali, per rendere possibile una ‘teoria del minimo comun denominatore’”, volta a ridurre la distanza teorica tra il pensiero keynesiano e le concezioni economiche preesistenti, per cui si è continuato ad assumere che non esistessero spiriti animali e che gli attori economici si comportassero “in base a motivazioni economiche, e agissero sempre in modo razionale”

Secondo Akerlof e Shiller, la “versione annacquata della Teoria generale” è stata accolta quasi universalmente negli anni Cinquanta e Sessanta; malgrado gli enormi progressi realizzati sul piano sociale dai Paesi ad economia di mercato, i cui Stati si erano attenuti alle prescrizioni di una politica economica keynesiana, pur nella versione teorica annacquata, negli anni Settanta si è affermata una nuova generazione di economisti, a parere dei quali i pochi spiriti animali considerati nella teoria erano “troppo insignificanti per avere una qualche rilevanza” riguardo al funzionamento del mercato.

Questa visione del comportamento economico, espressa dall’ideologia neoliberista, è passata dagli economisti che l’hanno formulata alle élite politiche e, infine, ai mass-media che hanno concorso – affermano Akerlof e Shiller – a trasformare in “mantra” dell’immaginario collettivo il credo nel “libero mercato”. Così, la convinzione che lo Stato non debba intervenire nel governo dell’economia ha avuto la meglio in tutti i Paesi ad economia di mercato, riproponendo gli antichi motivi di instabilità dei sistemi economici; ciò è accaduto, nonostante fosse nota da molto tempo la possibilità di controbilanciare gli effetti degli shock irrazionali che colpiscono il funzionamento del mercato.

Opponendosi al contributo di Keynes all’allargamento della capacità esplicativa della teoria economica standard, i neoliberisti hanno eroso, secondo Akerlof e Shiller, “il sistema di tutele sviluppato in seguito all’esperienza della Grande Depressione”. Allo stato attuale, dopo la Grande Recessione, l’allargamento della capacità esplicativa della teoria economica standard, sino a ricomprendere le motivazioni irrazionali all’azione, sarebbe risultato particolarmente necessario: da un lato, per suggerire ai responsabili del governo dell’economia quali fossero le condizioni idonee per consentire agli attori economici di “sfruttare in modo creativo i nostri spiriti animali in vista di un bene più grande”; dall’altro lato, per stabilire le “regole del gioco”, ovvero per regolare il funzionamento stabile del mercato. E’ dunque riduttivo e limitante pensare che l’attività economica “debba essere solo una libera competizione, che il governo migliore sia quello che interviene meno, e che il governo debba svolgere un ruolo minimo nel fissare le regole”.

A parere di Akerlof e di Shiller, ci sono molte dimostrazioni dell’esistenza dell’impatto degli spiriti animali sul comportamento economico; dimostrazioni che valgono ad evidenziare come l’assunto della teoria economica standard, che essi non svolgano alcun ruolo importante, sia totalmente fuorviante. Tra le dimostrazioni, un particolare rilievo assumono quelle che derivano dalle “narrazioni” che, per quanto da molti punti di vista possano essere percepite come “leggende metropolitane”, si sono radicate nell’immaginario collettivo, inducendo gli attori economici a considerarle occasioni di profittabilità.

Una narrazione di natura epidemica è, ad esempio, quella ricorrente intorno al fenomeno delle “bolle finanziarie”. Robert Shiller, in un famoso articolo (“Le bolle finanziarie sono come le epidemie”, pubblicato su “Keynesblog” nel 2013), afferma che una bolla speculativa è “una situazione in cui per contagio psicologico di persona in persona, ingigantendo storie capaci di giustificare l’incremento di prezzo” di un dato prodotto, attiva “un ventaglio sempre più ampio di investitori che pur nutrendo dubbi sul valore reale dell’investimento ci si lanciano ugualmente, in parte per invidia del successo di altri e in parte per il brivido dell’azzardo”. Il contagio psicologico, provocato dalla diffusione della narrazione, riguardo alle possibilità di arricchimento “offerte” dall’improvviso aumento del prezzo di un prodotto (finanziario o reale), favorisce – afferma Shiller – “un atteggiamento mentale che giustifica gli incrementi di prezzo, tanto che partecipare alla bolla può quasi essere definito un atto razionale”; razionale, però, non lo è, perché la sua scaturigine è del tutto casuale e inspiegabile.

Poiché le bolle sono dei fenomeni socio-psicologici, esse sono per loro natura difficili da controllare; a volte si “sgonfiano”, perché cambia la narrazione che le ha originate, per poi tornare a “gonfiarsi” di nuovo; è questa la ragione, conclude Shiller, per cui è appropriato paragonare il fenomeno delle bolle speculative alle epidemie: il caso dell’influenza insegna “che può apparire all’improvviso una nuova epidemia proprio mentre un’epidemia precedente sta regredendo, se compare una nuova forma del virus o se qualche fattore ambientale accresce il tasso di contagio”. Lo stesso accade con le bolle speculative: se una nuova narrazione su possibili occasioni di guadagno ha forza sufficiente per provocare un altro contagio nell’immaginario collettivo degli investitori, allora si assisterà all’esplosione di una nuova bolla speculativa, i cui eccessi sono destinati a creare instabilità nel funzionamento del mercato. E’ quanto è accaduto con l’euforia del mercato degli Stati Uniti alla fine degli anni Venti, che ha preceduto l’inizio della Grande Depressione; così come con la crisi dei “mutui subprime”, alla fine del primo decennio dei questo secolo, cui ha fatto seguito l’inizio della Grande Recessione.

Un’altra narrazione, contraria all’evidenza fattuale, perché contrtoindicativa rispetto ad esperienze gia vissute, è l’affermazione, di natura ideologica, secondo cui l’austerità è strumento efficace per contrastare la fase negativa del ciclo economico. Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli, entrambi storici dell’economia, in un libro da loro curato (Austerity vs stimulus; the political future of economic recoverty”), hanno mostrato come l’idea di austerità sia riuscita ad accreditarsi in virtù di un “messaggio politico” diffusosi epidemicamente tra tutti i “policy maker” dei Paesi ad economia di mercato. L’idea, secondo i due storici, ha potuto diffondersi grazie al convincimento, proprio dell’ideologia neoliberista, che il corretto funzionamento del mercato e la crescita economica non devono essere “disturbati” dall’intervento pubblico, essendo il mercato dotato di “meccanismi di autoregolazione”.

Quest’ultima affermazione è palesemente contraddittoria rispetto al fatto che, in caso di crisi economica conclamata, i “policy maker” d’ispirazione neoliberista ammettono che l’intervento dello Stato possa essere giustificato, quando lo scopo dell’intervento sia quello di “salvare il mercato”. Sulla base di questa ammissione, è accaduto che in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, dopo lo scoppio della Grande Recessione, l’austerità, anziché essere utilizzata per ricuperare la perduta stabilità del mercato, causata da una precedente espansione ingiustificata di alcuni settori economici, sia stata invece utilizzata in difesa degli interessi corporativi di chi precedentemente aveva concorso a determinare quell’espansione.

Persistere perciò nel trascurare gli spiriti animali, ovvero le credenze ideologiche contrarie all’evidenza dell’esperienza storica, significa mancare di potenziare le capacità esplicative del comportamento umano da parte della teoria economica; in altre parole, significa disporre di una teoria economica “incompleta”, perché manca di tener conto di una parte consistente delle motivazioni di natura socio-psicologica che spingono gli attori economici ad agire; è questo il motivo fondamentale per cui l’intera corporazione degli economisti professionali, consiglieri dei “policy maker”, non ha previsto, sul finire del decennio scorso, il sopraggiungere della crisi che ha sconquassato gran parte delle economie di mercato di tutto il mondo.

Gianfranco Sabattini

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