lunedì, 20 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Statali. Firmato il decreto che sblocca le assunzioni nelle amministrazioni pubbliche
Pubblicato il 16-05-2018


Pensioni Inps

QUANDO ARRIVA LA QUATTORDICESIMA

Ancora due mesi di attesa e poi circa 3,5 milioni di pensionati riceveranno dall’Inps la tanto attesa quattordicesima, la somma aggiuntiva di pensione con un importo che varia dai 336 ai 655 euro. La quattordicesima però sarà corrisposta solamente a quei pensionati che soddisfano determinati requisiti, i quali sono stati riformati dalla Legge di Bilancio del 2017. Nel dettaglio con questa manovra finanziaria è stato stabilito che ne possono beneficiare soltanto coloro che hanno più di 64 anni e con un reddito complessivo inferiore a due volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti Inps che per il 2018 è pari a 507,42. Quindi, per ottenere la quattordicesima il reddito annuo non deve essere superiore a 13.192 euro e in tal caso l’importo sarà pari a 336 euro per i lavoratori autonomi (con almeno 18 anni di contributi) e privati (con 15 anni di contributi). Per gli autonomi la quattordicesima aumenta a 420 euro per un’anzianità contributiva compresa tra 18 e 28 anni e a 504 euro se questa è superiore ai 28 anni. Gli stessi importi valgono per i privati ma in tale ipotesi il primo scatto si ha con un’anzianità contributiva compresa tra i 15 e i 25 anni e il secondo per quella superiore ai 25 anni. Gli importi della quattordicesima salgono per coloro che hanno una situazione reddituale non superiore a 1,5 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni, ovvero a 9.894,69. Nel dettaglio, prendendo come riferimento le precedenti fasce di anzianità contributiva per lavoratori dipendenti e autonomi, gli importi della quattordicesima lievitano rispettivamente a 437, 546 e 655 euro. Giova per ogni opportunità ricordare che la quattordicesima per i pensionati verrà corrisposta – come per i lavoratori a cui spetta – nel mese di luglio 2018, in concomitanza con l’assegno previdenziale. Precisamente questa sarà pagata lunedì 2 luglio 2018.

Previdenza

CHI VA IN PENSIONE PUÒ LAVORARE ANCORA

Si potrebbe pensare che pensione e lavoro siano contrapposti, ovvero che l’uno escluda l’altro. In realtà non è così dal momento che si può andare in pensione pur continuando a lavorare. La Legge Dini del 1995, infatti, pur stabilendo che il dipendente che vuole andare in pensione ha l’obbligo di cessare l’attività lavorativa non vieta la ripresa del lavoro una volta che questo comincerà a percepire l’assegno previdenziale. Obbligo che comunque non interessa i lavoratori autonomi e parasubordinati i quali non devono interrompere l’attività lavorativa per avere diritto al trattamento pensionistico. Quindi chi ha un lavoro subordinato e vuole accedere alla pensione deve innanzitutto cessare dal servizio attuale. Solo dopo aver effettivamente percepito il primo assegno può riprendere a lavorare, iniziando una nuova attività oppure chiedendo di essere riassunto alla precedente azienda. È bene sottolineare, però, che per chi ha meno di 63 anni e la pensione calcolata interamente con sistema contributivo è prevista una riduzione dell’assegno previdenziale: nel dettaglio questo perde il 100% della pensione se inizia un’attività come subordinato, mentre in caso di lavoro autonomo viene decurtato il 50% della pensione che eccede il trattamento minimo stabilito dall’Inps (che per il 2018 è pari a 507,46 euro). Per tutti gli altri pensionati è invece possibile cumulare la prestazione pensionistica con i redditi derivanti da attività lavorativa. Continuare a lavorare dopo la pensione comporta il versamento dei contributi all’Inps. Questi non vanno persi ma sono utili per ottenere un incremento dell’importo della pensione; tuttavia il ricalcolo non è immediato poiché il pensionato può richiederlo solamente dopo 5 anni dalla decorrenza della pensione. Si può chiedere eccezionalmente anche dopo 2 anni, ma per una sola volta.

Lo studio

MIGLIORA IL RAPPORTO TRA ATTIVI E PENSIONATI

Aumenta il numero degli occupati, mentre decresce rispetto al 2015 il numero di pensionati, che si riduce di quasi 115.000 unità: il rapporto attivi/pensionati tocca quindi nel 2016 quota 1,417, dato migliore dal 1997 (primo anno utile al confronto); il tutto mentre la spesa pensionistica pura è aumentata dal 2015 al 2016 del solo 0,22%. Nel triennio 2014-2016 si registra un incremento medio annuo dello 0,57%, tra i più bassi di sempre. Sono queste alcune delle principali evidenze emerse dal Quinto Rapporto ‘Il Bilancio Previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2016’, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Presentato alla fine di febbraio scorso al governo e alle commissioni parlamentari, il documento, realizzato con il patrocinio del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, fornisce una visione d’insieme del complesso sistema di welfare italiano, illustrando gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi nelle differenti gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico del Paese e opera al contempo un’utile riclassificazione della spesa all’interno del più ampio bilancio dello Stato.

“Nel pieno di una campagna elettorale nella quale ‘promesse e proclami’ si sono concentrati sul tema delle pensioni e dell’assistenza -ha detto Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali- argomenti che interessano da vicino un’ampia platea di potenziali elettori, come ad esempio i 16,1 milioni di pensionati italiani (più di 8 dei quali totalmente o parzialmente assistiti dallo Stato) o, ancora, quanti anelano alla giusta quiescenza, diventa quanto mai indispensabile fare chiarezza grazie ai numeri. Numeri che evidenziano innanzitutto come, al di là dell’opinione comune supportata dai dati Istat, la dinamica della spesa per le pensioni sia assolutamente sotto controllo”.

Nel 2016, la spesa pensionistica italiana relativa a tutte le gestioni ha raggiunto, al netto della quota Gias (vale a dire la gestione per gli interventi assistenziali), i 218.504 milioni di euro, mentre le entrate contributive sono state pari a 196.522 milioni di euro, per un saldo negativo di 21.981 milioni. A pesare sul disavanzo, in particolare, la gestione dei dipendenti pubblici, che evidenzia un passivo di ben 29,34 miliardi parzialmente compensato dall’attivo di 2,22 miliardi del Fondo pensione lavoratori dipendenti, il maggior fondo italiano, e dai 6,6 della gestione dei parasubordinati. Rispetto al 2015, aumentano invece del 2,71% i contributi versati: si riduce quindi di 4,56 miliardi il saldo negativo di oltre 26 miliardi registrato nel 2015. Prosegue nel 2016 la riduzione del numero di pensionati, che ammontano a 16.064.508 unità, segnando il punto più basso dopo il picco del 2008.

Tocca invece il massimo livello di sempre il rapporto tra occupati e pensionati, dato fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano. Con un numero di prestazioni in pagamento a propria volta in diminuzione, interessante invece notare come il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e numero di pensionati sia pari a 1,43, dato più elevato dal 1997, il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e popolazione tocca invece quota 2,638, di fatto una prestazione per famiglia (spesso di tipo assistenziale).

Nel 2016, risultano in pagamento in Italia 4,1 milioni di prestazioni di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento, di guerra) e ulteriori 5,3 milioni di pensioni che beneficiano, in una o più quote, di parti assistenziali (maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, importi aggiuntivi etc). L’insieme delle prestazioni ha riguardato 4.104.413 soggetti, per un costo totale annuo di oltre 21 miliardi di euro (+502 milioni e +2,41% rispetto al 2015). Per queste prestazioni, ricorda il Rapporto, non è però stato di fatto versato alcun contributo (o, a più, sono state versate contribuzioni modeste e per pochi anni). “In questa prospettiva – ha commentato Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – separare la spesa previdenziale da quella assistenziale è un ‘esercizio’ necessario su più fronti”.

Innanzitutto, a livello contabile,” perché consente – ha spiegato Brambilla – di fare chiarezza su spese molto diverse tra loro per finalità e modalità di finanziamento, ma che troppo spesso sono impropriamente comunicate, come se fossero assimilabili tra loro”. E poi si tratta, ha proseguito, “di un esercizio di equità tra chi ha versato e chi no: non bisogna infatti dimenticare che il nostro modello di welfare prevede per finanziare le pensioni una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale”.

Statali

1.900 ASSUNZIONI AL VIA

“Bene la firma del decreto che sblocca quasi 1900 assunzioni nelle amministrazioni pubbliche”. La segretaria generale della Fp Cgil, Serena Sorrentino ha commentato, così, parlando con l’Adnkronos il via libera recente da parte dei ministri Padoan e Madia al decreto che autorizza ad assumere e a bandire concorsi in diverse amministrazioni dello Stato. “Dopo le amministrazioni centrali occorre che si muovano anche le Regioni per la sanità e gli Enti locali per i comuni” ha aggiunto Sorrentino. La firma, ha fatto notare la segretaria generale, “è un primo passo importante insieme al piano triennale di stabilizzazione come previsto nell’accordo del 30 novembre del 2016”. “Dopo questo passaggio, ora, è il momento dell’approvazione di un piano straordinario per nuove assunzioni nelle pubbliche amministrazioni – ha concluso -. Il fabbisogno rimane alto e, allo stesso tempo, le condizioni di lavoro sono sempre più insostenibili, soprattutto per il personale che lavora a contatto con il pubblico”.

Carlo Pareto

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