sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Welfare, a luglio nuovo REI. Indebiti, Inps chiede soldi a pensionati. Stipendi, in 9 anni aumentati di 72 euro
Pubblicato il 28-05-2018


Welfare
A LUGLIO IL NUOVO REI
Si allarga da luglio la platea potenziale del Rei, il reddito di inclusione sociale ma le domande all’Inps anche senza i requisiti sulla composizione del nucleo familiare potranno essere presentate dal primo giugno (il beneficio si ottiene a partire dal mese successivo).
Lo scrive l’Inps in un messaggio ricordando che da luglio, come previsto dalla legge, non sarà più necessario per ottenere il sussidio avere in famiglia almeno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. Fino a giugno la platea potenziale è di circa 500.000 famiglie per 1,8 milioni di persone mentre da luglio passerà a 700.000 nuclei per 2,5 milioni di persone.
Il trattamento economico va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti. Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.
Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.
Grazie a queste modifiche, ricorda l’Inps, le famiglie interessate arrivano a quota 700 mila, per un totale di 2,5 milioni di persone coinvolte. A inizio anno le cifre si fermavano, rispettivamente a 500 mila famiglie e 1,8 milioni di persone.
Il beneficio numerario va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti.
Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro. Il Rei è inoltre compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.
Dato che come previsto dalla legge il beneficio decorre dal mese successivo a quello della richiesta,- segnala l’Inps – “l’abrogazione dei requisiti relativi alla composizione del nucleo familiare opererà a partire dalle domande presentate dal 1° giugno 2018”.
L’Inps precisa anche che tutte le domande di Rei presentate tra l’1 gennaio e il 31 maggio 2018, in possesso di Dsu 2018, “non accoglibili per la sola mancanza dei requisiti familiari saranno sottoposte a riesame di ufficio con verifica dei requisiti alla data del 1° giugno 2018”.
Il trattamento è concesso per un periodo massimo di 18 mesi, trascorsi i quali non può essere rinnovato se non sono trascorsi almeno sei mesi. Dalla durata massima del Rei devono essere, comunque, sottratte le mensilità di Sostegno per l’inclusione attiva (Sia) eventualmente già erogate al nucleo familiare. Bisogna essere cittadino italiano o straniero con carta di lungo soggiorno ma occorre risiedere in Italia in via continuativa da almeno due anni al momento della presentazione della domanda. Il beneficio economico è condizionato alla prova dei mezzi e all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa.
Secondo dati diffusi alla fine di marzo le persone beneficiate da misure di contrasto alla povertà sono state nel primo trimestre 2018 quasi 900 mila (in 251.000 famiglie), oltre 300.000 delle quali hanno avuto il Rei (in 110.000 famiglie).

Indebiti
L’INPS CHIEDE SOLDI AI PENSIONATI
Il Codacons ha di recente avviato una formale class action nei confronti dell’Inps, depositando presso il Tribunale di Roma una azione inibitoria volta a bloccare i comportamenti illeciti dell’istituto e salvaguardare i diritti di migliaia di pensionati. Lo rende noto l’associazione dei consumatori in un comunicato. Al centro della vicenda, rileva il Codacons, “numerose lettere recapitate in questi giorni dall’Inps ai pensionati italiani, contenenti la richiesta di rimborso di somme, anche ingenti, che l’istituto di previdenza ritiene di aver indebitamente erogato”.
Una richiesta che, tuttavia, “appare del tutto illegittima, perché espressamente vietata dalle leggi italiane. L’art. 52 della Legge n. 88 del 1989, infatti, stabilisce che ‘Nel caso in cui, in conseguenza del provvedimento modificato, siano state riscosse rate di pensione risultanti non dovute, non si fa luogo a recupero delle somme corrisposte, salvo che l’indebita percezione sia dovuta a dolo dell’interessato. Il mancato recupero delle somme predette può essere addebitato al funzionario responsabile soltanto in caso di dolo o colpa grave’”.
Per il nostro ordinamento, quindi, sottolinea il Codacons, “non è possibile in alcun modo recuperare
dalle rate della pensione, somme corrisposte in maniera non dovuta. Risulta chiaro che tale scelta da parte del legislatore sia atta a tutelare il singolo cittadino nonché consumatore, non permettendo che gli venga sottratto un bene fondamentale, come è per l’appunto quello derivante dalla pensione, che consente di soddisfare i bisogni primari dell’individuo”. Concetto ribadito dalla recentissima sentenza della Corte di Cassazione n. 482 dell’11 gennaio 2017, secondo cui, rileva il Codacons, “le pensioni possono essere in ogni momento rettificate dagli enti erogatori in caso di “errore di qualsiasi natura” commesso in sede di attribuzione o di erogazione della pensione, ma non si fa luogo al recupero delle somme corrisposte, salvo che l’indebita prestazione sia dovuta a dolo dell’interessato”. Su tali basi, ha concluso il presidente del Codacons di Milano, Marco Maria Donzelli, “abbiamo chiesto al Tribunale di Roma non solo di inibire il comportamento lesivo dell’Inps, ma anche di obbligare l’Istituto alla restituzione delle somme già corrisposte dai singoli pensionati ed illegittimamente riscosse dall’Inps grazie alle comunicazioni fuorilegge inviate nell’ultimo periodo. E se la nostra class action sarà accolta, l’istituto dovrà rimborsare milioni di euro ai pensionati ingiustamente danneggiati”.

Inps
PENSIONI: RIVALUTAZIONE IN SU DAL 2019
Novità per i pensionati. Gli assegni Inps della pensione cambieranno a partire dall’1 gennaio 2019. Di fatto scatteranno le nuove norme che determinano la rivalutazione degli assegni previdenziali con l’adeguamento all’inflazione che viene rilevato annualmente dall’Istituto di statistica, l’Istat. Con la perequazione l’importo viene adeguato al costo della vita. Su questo sistema va ricordato che con la riforma Fornero era stato bloccato il processo di rivalutazione fino al 2016, blocco poi esteso fino al 2018.
Salvo nuove proroghe, da gennaio 2019 dovrebbe scattare dunque l’aumento sugli assegni. Di fatto nella fase di passaggio tra il 2011 e il 2018 sono stati costituiti tre scaglioni: rivalutazione al 95 per cento per l’importo compreso tra 3 e 4 volte il minimo, 75 per cento per 4 e 5 volte il minimo, 50 per cento per 5 e 6 volte il minimo, 45 per cento fino a 6 volte il minimo.
Con la fine della fase transitoria cambiano le percentuali per la rivalutazione: 100% per le pensioni inferiori a 3 volte il minimo Inps, 90 per cento per quelle tra 3 e 5 volte il minimo, 75 per cento per quelle superiori a 5 volte il trattamento minimo. Sul fronte rivalutazione inoltre va ricordato che le associazioni di categoria come Aspes hanno presentato un ricorso alla Cedu per ottenere gli arretrati per il blocco delle rivalutazioni dopo la riforma Fornero. “Tante, forse troppe sono state le violazioni del diritto al giusto processo in tal vicenda, tra cui la violazione della precedente sentenza
che costituiva un giudicato costituzionale. La nostra battaglia prosegue”, ha infine ricordato Celeste Collovati ﴾rivalutazionepensione@gmail.com﴿, legale di Aspes.

Stipendi
IN NOVE ANNI AUMENTATI SOLO DI 72 EURO
Il reddito procapite degli italiani nel 2017 aumenta per il quarto anno consecutivo arrivando a 22.226 euro e finalmente, per la prima volta negli ultimi 9 anni, riesce a superare di 72 euro il record del 2008. Dividendo l’importo per i 12 stipendi annuali si tratta di ben 6 euro al mese. I dati sono diffusi dal Mef, attraverso le tabelle contenute nel Def, ed elaborati dall’Adnkronos.
Gli indicatori di benessere mostrano un reddito medio disponibile aggiustato procapite nel 2008 pari a 22.154 euro. Con l’arrivo della crisi si è registrata una riduzione, nei 5 anni successivi, che ha portato i redditi a scendere fino a 21.179 euro, segnando una riduzione del 4,4%. Dall’anno successivo, il 2014, inizia la risalita che prosegue ininterrotta fino al 2017, quando finalmente è stato superato il record fissato nove anni prima.
Per l’anno in corso si stima un incremento annuo di ben 619 euro, che dovrebbe portare il totale a 22.845 euro e, in solo quattro anni, si prevede un aumento di ben 2.359 euro che dovrebbero far salire il totale a 24.585 euro. In particolare il reddito medio disponibile passerebbe da 22.226 euro del 2017, a 22.845 euro del 2018, a 23.378 euro del 2019, a 23.996 del 2020, a 24.585 euro del 2021.
Un’altra informazione che va letta insieme ai dati illustrati è quella che arriva dall’indice di disuguaglianza del reddito disponibile. Nel dossier parlamentare, che accompagna il Documento di economia e finanza, si sottolinea che negli ultimi anni la distanza tra poveri e ricchi è andata aumentando, raggiungendo il livello massimo nel 2017.
Secondo la tabella che prende in considerazione il periodo 2005-2017 il livello minimo è stato raggiunto nel 2007 (5,2); mentre lo scorso anno è stato registrato il punto massimo (6,4). Nel documento si evidenzia, inoltre, che ”la disuguaglianza assume maggiore rilievo al sud”. Le previsioni per il periodo 2018-2021 mostrano un miglioramento rispetto al 2017, con un valore che dovrebbe attestarsi a 6,2 nel triennio 2019-2021.

Carlo Pareto

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