sabato, 18 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Affonderemo la Francia, poi spezzeremo le reni alla Grecia?
Pubblicato il 24-06-2018


Claudio Martelli, in una bella intervista, ha parlato di “ignorantume” ed in effetti questa cifra sembra essere prevalente oggi, non solo nel governucolo giallo-verde (meno male che sono stati inseriti tecnici del valore di Tria e Moavero), ma anche fra l’opinione pubblica, molto avvezza a sentenziare senza approfondire e studiare, nello stile tipico offerto dalle logiche dei social. D’altronde questi ultimi diffondono una pseudo cultura manichea. O mi piace o non mi piace. Non riconoscono l’esistenza della sfumatura, della parzialità. Offrono l’opportunità di aggredire e di offendere in nome di un falso egualitarismo che mette sullo stesso piano chi conosce i problemi e chi non li ha mai affrontati. Eppure viviamo nella società della conoscenza, dove tutto, anche la politica, richiede uni sforzo di continuo aggiornamento e una conoscenza adeguata dei nuovi meccanismi che la regolano.

All’opposto, nella società della complessità e dell’interdipendenza, nascono a fiotti nuovi soloni del pressapochismo e della superficialità. E costoro sanno raccogliere consenso da parte di chi ama gli slogan senza verificarne la produttività. Proviamo a decifrarne alcuni. Uno di questi è: “Batteremo i pugni sul tavolo in Europa per farci rispettare”. Difficile immaginare che toni del genere siano più convincenti e incisivi di quelli usati in passato. Per ora, vedi Macron, i pugni ci sono tornati indietro più pesanti. E se Tria si dice impegnato a ridurre il deficit in rapporto al Pil, sulla scia di quanto avvenuto negli anni scorsi, e di aumentare l’avanzo primario, ma in prospettiva raffreddando anche il debito, portandolo al 120 per cento sul Pil, qualcuno dovrà pur spiegare a quali pugni si riferisce, visto che il ministro dell’Economia continua ad elargire solo carezze.

“Padroni in casa nostra” e “Stop all’invasione” sono due parole d’ordine leghiste. A parte il fatto, sottolineava a proposito della parola Camillo Prampolini, che “la padronanza non fa rima col socialismo”, mi resta il fondato dubbio se costoro si siano accorti che oggi nessuno è padrone in casa sua. E che tutto é diventato globale, l’economia, la cultura, lo spettacolo, lo sport e, come aggiunge Ugo Intini, “perfino il crimine”. Siamo e saremo sempre più cittadini del mondo e anche la nostra nuova patria europea, che ancora stenta a nascere politicamente, rischia di essere troppo piccola. Lo spettro dell’invasione che non c’è (abbiano in Italia solo l’8,3 per cento di stranieri, del quale solo il 6 extracomunitario) ha fatto breccia. Solo una piccola parte, circa 600mila, dunque l’8 per cento dell’8 per cento, é irregolare o clandestina. Come bloccare l’invasione che non c’e? Già Minniti senza chiudere porti e senza anatemi e scomuniche, ci era riuscito. In sei mesi nel 2018 gli sbarchi sono diminuiti dell’80 per cento rispetto agli stessi mesi del 2017. E questo grazie al blocco delle partenze e non dei porti. Tutto da discutere il trattamento dei migranti nei campi di respingimento libico e se noi rivendichiamo umanità verso i disgraziati che ancor oggi salpano in mare in attesa di un attracco che anche l’Italia nega, dobbiamo pretendere che a un trattamento umano e caritatevole siano sottoposti coloro che sono stati fermati in Libia.

Noi alziamo la voce e giudichiamo Macron, parole di Di Maio, “il nemico numero uno”, la Germania la consideriamo alla stregua di una grande sfruttatrice e non commentiamo nemmeno l’accordo raggiunto tra la Merkel e Macron sul bilancio unico dell’eurozona. Una scelta storica che Giavazzi, la Reichlin e Zingales hanno sottoposto ad approfondite annotazioni, rinviandole al governo italiano. Siamo sovranisti (il povero Conte, come Arlecchino servo di due padroni, si é definito anche populista) senza capire, lo ha sottolineato opportunamente Panebianco, che i sovranisti non possono essere alleati, perché l’interesse di ciascuno é costruito contro l’interesse degli altri. Basti pensare ai sovranisti di Visegrad che non vogliono cambiare le clausole di Dublino che continuano a danneggiare proprio l’Italia. Panebianco ammonisce anche che la conseguenza del sovranismo é la guerra, come lo é stata quella dei vecchi nazionalismi. Magari non necessariamente combattuta oggi con le armi. Non penso che l’Italia, come avvenuto nel 1940, intenda invadere la Francia e poi spezzare le reni alla Grecia, peraltro coi risultati dei pugni sul tavolo e dell’invasione, questa sì, dell’Ellade…

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Commenti all'articolo
  1. Caro Direttore, io non so se finiremo alla guerra, ma credo che basti guardare al passato per prevedere il futuro. Da sette decenni viviamo in Europa una insolitamente lunga parentesi di pace relativa. È un’eccezione. La regola è la guerra, e i sintomi ci sono tutti. Premesso questo, guardando in casa nostra, più che la guerra di incombente, a breve, vedo una dittatura. Certo non ci saranno camicie nere né marce su Roma, ma anche qui gli elementi ci sono tutti: anni di crisi economica, ideologica, identitaria; cambiamenti globali; suicidio della Sinistra, divisa e litigiosa; fastidio verso le regole democratiche, gli organi dello Stato e i tutori della costituzione; accettazione supina del revisionismo imperante ( “ma si, in fondo il Fascismo non era così male ..”) e, soprattutto, desiderio forte e sentito da parte di molti, troppi italiani, dell’ennesimo “uomo della Provvidenza” cui consegnarsi per pigrizia e paura. Inutile dire chi sarà costui… Del resto lui ci crede, e si sta calando bene nella parte: ministro plenipotenziario di un governo di imbecilli retto, sulla carta, da un carneade imbecille. Carneade Imbecille che sarà il Facta dei nostri tempi. E Di Maio&co.? Nessun problema, qualche posticino nel nuovo regime ci sarà anche per loro. Del resto a poche cose ci si rassegna più facilmente che alla perdita di libertà, soprattutto se tolta poco alla volta, dente dopo dente( Ungheria docet, da Paese libero a dittatura in otto anni, senza colpi di stato né metodi hitleriani. Turchia in due anni… )
    Prepariamoci al peggio, e prepariamo le armi per una nuova resistenza.
    Cordiali saluti, Mario Mosca.

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