martedì, 23 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Conte, i 5 Stelle e le sanzioni alla Russia
Pubblicato il 07-06-2018


puntinIl presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il suo discorso al Parlamento per il voto di fiducia, ha detto che le sanzioni alla Russia dovranno essere tolte. Immediata la reazione della Nato e degli Stati Uniti che hanno inviato al presidente Conte il seguente messaggio: “Va bene dialogare con Mosca, ma le sanzioni sono importanti e devono restare fino a quando la Russia non cambierà atteggiamento”. Il chiaro messaggio per il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte è stato espresso dalle parole del segretario generale della Nato  Jens Stoltenberg  e dell’ambasciatrice Usa Kay Bailey Hutchinson. In attesa di avere maggiori indicazioni su questo e su altri  dossier, gli alleati inviano chiari segnali all’Italia. L’apprensione di Bruxelles e Washington è palpabile in attesa di ricevere dal nuovo governo italiano maggiori indicazioni su questo e su gli altri dossier riguardanti le missioni internazionali.

Stoltenberg ha detto: “Non vedo l’ora di lavorare con lui, e lo incontrerò presto. L’Italia è un alleato impegnato e di alto valore, contribuisce alla nostra sicurezza comune e alla difesa collettiva in molti modi differenti”. Il segretario generale della Nato ha anche espresso approvazione per le parole che il premier ha rivolto all’Alleanza nel discorso con cui ha chiesto la fiducia al Parlamento. Eppure, sembra preoccupare l’eventuale  scivolamento dell’Italia verso Mosca, un timore giustificato soprattutto dalle tradizionali inclinazioni di Lega e Movimento 5 Stelle più che dalle parole di Conte.

Anche perché, sia Salvini che Di Maio, alla vigilia delle elezioni, si sono recati in Russia. In effetti, secondo alcune fonti vicine al Movimento pentastellato, nel passaggio sulla Russia il  premier  ha parlato di “revisione” del sistema delle sanzioni, collocando tra l’altro tale impegno nell’ambito della “convinta appartenenza” all’Alleanza Atlantica. Una revisione dunque, e non un “ritiro” come previsto dal Contratto di governo (tanto meno un “ritiro immediato” come scritto nelle bozze preliminari). Un cambio di vocabolario evidente, probabile risultato dell’apprensione che più volte è emersa da tanti alleati. Eppure, l’esame storico delle posizioni di Lega e 5 Stelle sull’argomento non aiuta di certo il capo dell’esecutivo a dissipare ogni dubbio.  Il New York Times, oggi, citando Conte, ha parlato di un “lifting” delle sanzioni, indicando che forse il messaggio non è stato poi ricevuto con tanta chiarezza oltre oceano. Lo testimoniano anche le parole dall’ambasciatrice Usa presso la Nato  Kay Bailey Hutchinson : “L’Italia è uno dei nostri più forti alleati, ma sulla Russia crediamo che le sanzioni vadano mantenute fino a quando Mosca non cambierà il suo comportamento”.

Stoltenberg ha rimarcato: “Sulla Russia è importante sottolineare che la Nato ha un approccio duale: forte difesa e deterrenza, combinate con il dialogo politico”. Si tratta del tradizionale ‘dual track’ che l’Alleanza ha adottato da tempo nei confronti di Mosca. Recentemente è stato ribadito anche dall’Assemblea parlamentare della Nato. Lo stesso presidente dell’Ap, Paolo Alli,  ha spiegato  come la posizione italiana, per una eventuale rimozione delle sanzioni, restasse sostanzialmente isolata. Senza considerare poi che il regime sanzionatorio è stato definito in ambito europeo, e dunque può essere modificato o allentato solo in questo contesto (come  ha ricordato  il presidente dello Iai  Ferdinando Nelli Feroci). Stoltenberg non ha potuto fare altro che ribadire la seguente posizione: “Non possiamo isolare la Russia, che è un nostro vicino; quindi accolgo favorevolmente il forte sostegno dell’Italia al dialogo che noi abbiano con Mosca, ma le sanzioni economiche, e la Russia dovrà cambiare il proprio comportamento prima che siano eliminate”. La Hutchinson ha aggiunto: “Un eventuale ritiro invierebbe un pessimo segnale a Mosca”.

L’impressione è che il tema sia ancora piuttosto caldo e che gli alleati chiederanno maggiori chiarimenti a Conte sulle intenzioni italiane nel corso del prossimo summit dei capi di Stato e di governo, in programma a Bruxelles a luglio. Oltre a questo, sembra preoccupare anche l’incertezza sulla postura militare internazionale. Il Contratto di governo parla di una “rivalutazione” delle missioni dei militari all’estero sotto il profilo della rilevanza per gli interessi nazionali. Anche in questo caso però, nonostante ciò possa essere considerato in continuità con quanto in parte predisposto dal precedente governo (con un focus maggiore su nord Africa e l’annunciato alleggerimento dei contingenti in Afghanistan e Iraq), l’andamento storico delle posizioni dei due partiti di maggioranza lascia spazio ai timori degli alleati euro-atlantici per un eventuale ritiro. Basti pensare al mantra pentastellato del “Via dall’Afghanistan” o alla ferma opposizione alla missione in Niger con “perché andiamo a presidiare il deserto” (anche se il Niger non è un paese del deserto africano). Lunedì scorso, il corrispondente de  La Stampa  negli States,  Paolo Mastrolilli, ha raccontato le preoccupazioni di Washington per l’impegno italiano in Afghanistan. In caso di ritiro, sarebbe a rischio l’intera collaborazione con gli Stati Uniti. Subito dopo l’insediamento, il governo Conte è stato già chiamato a un’ardua prova di politica internazionale.

La revisione del sistema delle sanzioni alla Russia annunciato durante il suo discorso al Senato dal  premier Giuseppe Conte  non è stato gradito dalla  Nato, dagli Usa e dalla Germania.  Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha esattamente detto: “Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato. Ma attenzione, saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni,  a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”.

Il discorso potrebbe farci ricordare l’atteggiamento di ‘Arlecchino servitore di due padroni”. C’è quindi anche la posizione di Berlino manifestata da Angela Merkel in vista del G7 in Canada che inizierà domani: “L’annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l’esclusione della Russia dal G8”.

La sterzata, se non altro nei toni, alla politica estera italiana, non è stata ancora commentata dalla Ue. La posizione ufficiale dell’Unione europea, aveva ricordato ieri una portavoce dell’Alto rappresentante Federica Mogherini interpellata in generale sulle relazioni Ue-Russia, resta quella concordata a 28. La portavoce ha ricordato: “Abbiamo i cinque principi guida per le politiche Ue nei confronti della Russia  che sono stati concordati nel 2016 e poi ribaditi ad aprile 2018 da tutti i 28 stati membri a livello del Consiglio affari esteri. I cinque principi includono la piena attuazione degli accordi di Minsk, legami più stretti con gli ex Paesi sovietici vicini della Russia, il rafforzamento della resilienza Ue alle minacce russe, un impegno selettivo con la Russia su alcuni temi come l’antiterrorismo, e il sostegno per i contatti interpersonali con la popolazione russa”.

Il discorso di Conte è stato pronunciato proprio mentre da Vienna il presidente russo Vladimir Putin tornava a ripetere che le sanzioni non convengono a nessuno: “Tutti sono interessati a rimuoverle”. Il lavoro diplomatico aperturista dell’Italia nei confronti della Russia a Bruxelles in realtà non si è mai fermato. E resta una caratteristica dei governi italiani dell’ultimo ventennio, da Pratica di Mare in poi, con picchi di affinità durante i governi Berlusconi, che ha caratterizzato però negli anni anche i governi di centrosinistra. Lo stesso ex premier Paolo Gentiloni ha più volte sottolineato, anche nell’ultima fase,  il “doppio binario” seguito dall’Italia di “fermezza” davanti alle violazioni, tenendo però “sempre aperta la porta del dialogo“. Un lavoro, quello italiano, mai uscito però dal perimetro tracciato insieme agli altri Stati membri a Bruxelles, che dall’invasione della Crimea si sono sempre mossi all’unisono.

La prima occasione per affrontare la questione, per il presidente del Conte, si presenterà domani in Canada, all’interno di un G7 che ha espulso la  Russia dal 2014, quando ha invaso la Crimea. E dove lo aspetta il suo primo bilaterale, che sarà proprio con la donna più potente d’Europa, la cancelliera tedesca  Angela Merkel. A Charlevoix, Conte troverà anche il presidente Usa, la cui amministrazione ha accolto con favore le parole del premier italiano sulla riaffermazione dell’Alleanza Atlantica “con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato”. E che sta da tempo lavorando all’organizzazione di un vertice tra Trump e Putin. Apertura a Mosca e revisione delle sanzioni, dunque, come ha detto Conte, “a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”, ma senza perdere di vista gli interessi degli italiani. Lo stop delle sanzioni alla Russia vale infatti, secondo la Coldiretti, 3 miliardi di euro di esportazioni Made in Italy  all’anno andate perse dopo l’embargo deciso da Putin come ritorsione alle misure attivate dall’Occidente.

Il presidente russo di ritorno dalla sua visita in Austria, prima di partire per la Cina, intanto, fa sapere di essere convinto che prevarrà il buon senso  e ci sarà un graduale sollevamento di tutte le sanzioni contro la Russia, provvedimenti dannosi per lo sviluppo dell’economia globale, e una normalizzazione delle relazioni di Mosca con tutti i paesi partner, inclusi gli Stati Uniti, oltre che con i Paesi che, in solidarietà agli Usa hanno imposto sanzioni contro la Russia. Per Putin: “Sanzioni e misure restrittive non ci sorprendono e neanche ci spaventano, non ci faranno mai abbandonare il nostro percorso di sviluppo indipendente e sovrano. La Russia può solo essere un paese sovrano, altrimenti non ci sarà una Russia e i russi hanno scelto la prima opzione”.

Certamente sia Stoltenberg, la diplomatica americana Hutchinson e la leader tedesca si dichiarano favorevoli al dialogo con Vladimir Putin e tutti sottolineano l’importanza dell’Italia nell’Alleanza Atlantica. Ma la sostanza non cambia: l’uscita di Giuseppe Conte non ha trovato sponde nel blocco portante della comunità occidentale. Anche se i rapporti tra Stati Uniti e Ue sono molto tesi principalmente per i dazi commerciali, Iran e clima, sulla Russia, però, c’è un’intesa largamente condivisa. Vero, Donald Trump, continua a mantenere un atteggiamento ambiguo nei confronti di Putin e i consiglieri della Casa Bianca stanno lavorando con il Cremlino per combinare un vertice tra i due leader. Nonostante ciò, le relazioni tra i due Paesi sono al minimo storico dalla fine della Guerra Fredda. A Washington tutte le agenzie dei servizi segreti, il Congresso al completo, democratici e repubblicani, i ministeri principali considerano la Russia una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e degli alleati europei. Il Segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha già colpito con due round di sanzioni società, funzionari e oligarchi vicini a Putin. Il Segretario alla Difesa, James Mattis, che oggi parteciperà alla riunione ministeriale della Nato a Bruxelles, su questo punto non ammette deroghe.

Il nuovo governo italiano è stato accolto da un’apertura di credito nella capitale americana. Il Segretario di Stato Mike Pompeo sostiene che si può lavorare per rafforzare l’alleanza con Roma. Ad alcuni importanti organi di stampa, però, risulterebbe che all’interno dell’amministrazione Trump, ci sia anche chi voglia prima vedere alla prova la coalizione giallo-verde. Due sarebbero i dossier chiave: la Russia e l’Iran. Non tutti sono così ottimisti come Pompeo. Il Segretario al Commercio, Wilbur Ross, per esempio, diffida delle posizioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, considerato troppo filo russo. E Ross, amico personale di Trump prima ancora che ministro del Commercio, è una figura importante: nella gerarchia ‘Americana’ occupa il terzo o quarto posto, dopo Pompeo, Mattis, e più o meno sullo stesso livello di Mnuchin. L’impressione è che Trump e gli Stati Uniti vogliano condurre in prima persona il dialogo con Putin, mantenendo alta e, anzi, se possibile accentuando la pressione economica su Mosca. Negli ultimi mesi la Casa Bianca si è trovata in perfetta sintonia con la premier britannica Theresa May. Vorrebbe qualcosa di più dalla Germania (pesa la polemica sul gasdotto Nord Stream che collega il Paese direttamente alla Russia) e dalla Francia. Ora anche l’Italia rischia di trovarsi allo scoperto sulla linea di tiro degli americani, senza aver trovato nessun Paese disposto a dare una copertura.

Salvatore Rondello

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