lunedì, 15 ottobre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Emanuele Pecheux
Uscire dallo sconfortante status quo
Pubblicato il 29-06-2018


Alla fine di maggio del 2013, il Psi, dopo il ritorno in Parlamento dopo 5 anni, promosse ed organizzò un seminario dal titolo  “Oltre. Da qui al domani” a cui parteciparono esponenti del mondo socialista, liberale, radicale e del Pd.

Il contesto era molto diverso da quello odierno: il csx, sia pure a seguito della “non vittoria”elettorale, da pochi mesi era tornato al governo e nel Pd, azionista di maggioranza della coalizione, già si avvertivano i primi spifferi di quello che pochi mesi dopo sarà lo tsunami renziano.

More solito inascoltati, i socialisti avevano tentato di indicare alla sinistra un percorso riformista che muovesse dalla pluralità dei soggetti che componevano la coalizione.

Sappiamo come è andata a finire.

Il neo segretario del Pd, lungi dall’abbandonare la risibile dottrina veltroniana della vocazione maggioritaria, adottò un metodo che, dopo alterne vicende, ha finito per portare il Pd e la coalizione al disastro elettorale del 4 marzo scorso.

L’unica indicazione che egli seppe trarre da quel seminario fu accogliere la richiesta dei socialisti relativa all’adesione del Pd al Pse.

Parve un buon inizio, ma le vicende successive, l’impermeabilità dell’attore principale della scorsa legislatura a misurarsi con altri che non fossero membri del suo partito, ha prodotto la maturazione dei frutti amari che hanno portato alla devastazione del csx.

Peraltro anche una non marginale area del Psi si mise di traverso, travisando strumentalmente le proposizioni esitate dal seminario, ingaggiando una scellerata campagna all’insegna del cupio dissolvi e provocando lacerazioni nel partito di cui non si sentiva alcun bisogno.

Per i quattro successivi anni della legislatura, anziché dedicarsi agli approfondimenti necessari dopo quell’importante appuntamento e  promuovere i buoni risultati ottenuti dai governi di csx di cui il Psi è stato parte, l’attività principale coltivata da alcuni socialisti, perlopiù motivata da personali ambizioni frustrate, è consistita nell’aprire uno sfiancante dibattito interno, tanto autoreferenziale quanto surreale, contrappuntato da abbandoni incomprensibili di parte della delegazione parlamentare e con diatribe culminate nei ben noti strascichi giudiziari.

A posteriori si può ben dire che si trattò di un’occasione perduta perché già da allora era di tutta evidenza che urgeva una riflessione a 360° sul  uturo della sinistra riformista e che il Psi, se si fosse mosso con unità di intenti, avrebbe potuto essere l’avanguardia di un progetto finalizzato alla costruzione di un soggetto politico riformista e plurale.

La sconfitta del 4 marzo ripropone , ancorché in un contesto radicalmente mutato, con un Pd che è entrato in una crisi senza ritorno, le medesime questioni che allora rimasero irrisolte e che oggi sono divenute dirimenti e non più procrastinabili.

Il successo e l’utilità dell’appuntamento del prossimo 7 luglio a Roma, che peraltro poggia su solide basi di discussione, dipende da due fattori: uno interno e uno esterno.

Quello interno: occorre che i socialisti non adottino antiche prassi che hanno dato in passato risultati deludenti.

Riproporre ipotesi di lavoro legate alla ricomposizione della cosiddetta diaspora, che il direttore dell’Avanti! seguita con ostinazione a presentare, suggerendo soluzioni domestiche e dunque autoreferenziali, è quanto di più sbagliato si possa fare poiché è arduo immaginare e ritenere che possa essere di una qualche utilità una federazione che mette insieme debolezze, marginalità, associazioni e partiti virtuali senza che peraltro vi sia un collante politico che vada oltre il “come eravamo”.

Il luogo dove elaborare idee e progetti per il futuro, in un franco confronto con interlocutori che provengano da altre esperienze c’è già, pur ammaccato e indebolito dal rovescio elettorale dello scorso marzo.

Non vi è alcun bisogno di inventarsene altri con un disutile profilo “vintage”, anche e soprattutto in considerazione del fatto che vi sono nel Psi energie e intelligenze che,  non marcando alcuna discontinuità con la nostra storia e il relativo patrimonio valoriale che l’ha alimentata, offrono ampie garanzie legate al necessario rinnovamento che è questione che ha in sè le medesime caratteristiche di urgenza se ci si riferisce ad altri soggetti.

Quello esterno: inutile girare intorno al tema. L’ircocervo inventato da Veltroni ha avuto vita breve e, se non è già defunto come alcuni sostengono, sta rantolando.

I maldestri tentativi di Zingaretti e di alcuni esponenti di una stagione finita di tenerlo in vita artificialmente non saranno di alcuna utilità per la costruzione di un soggetto riformista ed europeista.

Vale la pena di dirlo chiaro e forte.

Meglio, molto meglio misurarsi con spirito costruttivo e senza infingimenti con il manifesto di  Carlo Calenda, non fosse altro perché, anche se non solo, può divenire, nei fatti e nei contenuti, la leva decisiva per il superamento dello sconfortante attuale status quo.

Emanuele Pecheux
Direzione nazionale Psi

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento