giovedì, 13 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Giuseppe Romita, una vita per la repubblica e i lavoratori
Pubblicato il 18-06-2018


Giuseppe_Romita_2Nacque a Tortona, piccolo comune piemontese, il 7 gennaio del 1887 in una famiglia di contadini che a prezzo di enormi sacrifici lo fecero studiare permettendogli di conseguire il diploma di geometra. Dotato di viva intelligenza e con forti aspirazioni, volle continuare gli studi e si iscrisse al Politecnico di Torino, dove frequentò i corsi di Ingegneria aiutandosi economicamente con il frutto delle lezioni che dava privatamente.

Fin dai più giovani anni si sentì attratto dalle idee socialiste, e nel 1903 aderì al PSI, iscrivendosi al gruppo giovanile della sezione socialista di Alessandria e successivamente a quella di Torino. In questo periodo fu corrispondente de “L’Avanguardia”, organo centrale della Federazione Giovanile Socialista , l’organizzazione costituita nel settembre del 1903 a Firenze con l’adesione dei vari gruppi già operanti in alcune regioni, ed ebbe così modo di farsi conoscere e apprezzare fino a meritare l’ingresso nel Consiglio nazionale. Nel 1911, a 24 anni, già abbastanza noto tra i lavoratori organizzati sia nel partito che nel sindacato, venne eletto segretario della sezione socialista di Torino. Qualche anno dopo raggiunse due importanti traguardi nella sua vita: conseguì infatti la laurea in ingegneria e venne eletto nei consigli comunali della città natale e di Torino.

L’entrata in guerra dell’ Italia contro gli Imperi centrali lo collocò tra i più decisi oppositori: tenne infatti viva tra i socialisti del capoluogo piemontese la fiamma della pace e della libertà, e partecipò nell’agosto del ’17 ai moti del pane con Maria Giudice e altri, per cui fu arrestato e per alcuni mesi tenuto in carcere.

Con l’inizio del dopoguerra si immerse nuovamente nella lotta politica e nel ’19 venne eletto deputato alla Camera. Attivissimo tra i lavoratori, partecipò all’occupazione delle fabbriche, fatto di grande rilievo a livello nazionale in un periodo di lotte aspre e coinvolgenti dei lavoratori e particolarmente importante in una città a forte sviluppo industriale com’era Torino. In quella occasione ebbe modo di porre al servizio degli operai le proprie competenze di tecnico e le proprie capacità di dirigente, e concorse a dimostrare, contro la propaganda denigratoria dei conservatori, che i lavoratori erano in grado di garantire la prosecuzione dell’attività produttiva.

Nel gennaio del ’21 non condivise le motivazioni addotte dai comunisti in favore della scissione nel PSI che diede vita al PCd’I, e riconfermò la propria fedeltà al partito. Nel successivo aprile venne presentato candidato alla Camera e fu tra gli eletti. Nell’ottobre del ’22, sempre animato da spirito unitario, cercò di impedire la nuova rottura nel partito con la nascita del PSU, ma i suoi sforzi non ebbero successo. L’anno dopo, fortemente convinto della inconciliabilità di socialismo e comunismo, con Nenni, la Giudice e altri si oppose alla proposta di fusione del PSI e del PCd’I avanzata dall’Internazionale di Mosca. Nel 1924 venne nuovamente eletto alla Camera. Dopo l’assassinio di Matteotti aderì alla secessione dell’Aventino, e fu tra i più attivi oppositori del regime nascente, sicchè il 6 novembre del ’26 venne dichiarato decaduto dal mandato parlamentare. Arrestato pochi giorni dopo e condannato a cinque anni di confino, venne inviato a Pantelleria, successivamente a Ustica, e ancora a Palermo e infine a Ponza. Riacquistò la libertà due anni dopo, ma venne escluso dall’albo degli ingegneri, sicchè per vivere dovette accettare lavori di vario tipo. Tornato a Torino, si impegnò per fare rinascere il Partito socialista, ma nel ’30 subì un nuovo arresto e l’invio al confino a Veroli. Nel ’33, cessata la detenzione, fissò la propria dimora a Roma, dove si dedicò a diversi lavori per mantenere la famiglia.

Nel ’42 con Olindo Vernocchi, Nicola Perrotti, Oreste Lizzadri e altri lavorò per la ricostituzione del partito, che di lì a poco, con la confluenza di vari gruppi, assunse il nome di PSIUP. Dopo la caduta del fascismo, con Nenni fece parte del gruppo dirigente centrale del CLN in rappresentanza dei socialisti. Dal giugno del ’45 entrò in successivi governi sempre con incarichi di grande rilievo, e nelle elezioni politiche per l’Assemblea Costituente e nel contemporaneo referendum su Repubblica o Monarchia del 2 giugno 1946, come Ministro degli interni, si impegnò con straordinaria passione nello sforzo per dare al paese una nuova forma istituzionale e un parlamento aperto al rinnovamento e al progresso. Monarchici e conservatori gli rivolsero forti critiche, che il tempo ha dimostrato assolutamente ingiustificate.

Storici e politici di ogni tendenza concordano da tempo nell’affermare che assieme a Nenni egli fu grande artefice dell’avvento della Repubblica: se Nenni diede la passione al Partito socialista e alle forze progressiste con lo slogan “O la repubblica o il caos”, egli profuse straordinarie energie perché l’Italia mutasse le strutture statuali e si avviasse decisamente verso un avvenire di giustizia, di libertà e di pace.

Sempre autonomista, non approvò mai le proposte di fusione col PCI e nemmeno la politica frontista, desiderando che il partito si distinguesse da ogni altra organizzazione, anche di classe, considerata non pienamente democratica. Quando perciò ritenne che i legami tra i due partiti rischiavano di divenire soffocanti per il Partito Socialista e a lungo andare avrebbero finito per snaturarlo e distruggerlo, assunse posizioni di critica: attorno alla rivista “Panorama”, pubblicata dal gennaio dl ’49, e a un pugno di autonomisti, politici e sindacalisti, tra cui Viglianesi, Carmagnola, Luisetti, nel dicembre del ’49 diede vita al PSU, che nel maggio del ’51 si fuse con il PSLI nel PSDI. Successivamente, preoccupato di impedire una deriva autoritaria e conservatrice del paese, sotto la spinta della guerra fredda, di cui individuava i pericoli, perorò il ritorno nel governo con la DC. Fu allora Ministro dei Lavori Pubblici, ciò che gli permise di dare il via alla realizzazione di un piano che prevedeva la modernizzazione del paese.

Egli sognava una Italia che, libera dalle vecchie chiusure e dalle vecchie limitazioni, si collocasse finalmente a più alti ed avanzati livelli di sviluppo. Promosse perciò lo sviluppo della rete stradale nel paese, avviò la costruzione della “Strada del Sole”, di acquedotti, e inoltre un vasto piano di ampliamento dell’edilizia popolare. Si impegnò ancora nella vita del partito perorando l’unità di tutti i socialisti, ma non vide concretarsi il suo sogno. Morì infatti a Roma il 15 marzo del 1958 per un attacco cardiaco. Unanime fu allora il compianto delle forze politiche, che ne riconobbero la grande passione, la fede sincera e profonda nell’ideale socialista, la moralità assoluta, la capacità realizzatrice.

Giuseppe Miccichè

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