giovedì, 21 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Odifreddi e i limiti del sistema decisionale della democrazia
Pubblicato il 12-06-2018


odifreddiAvvalendosi del metodo di analisi delle questioni politiche proprio di molti economisti che condividono i postulati della teoria economica standard, Odifreddi vuole dimostrare i difetti del sistema decisionale della democrazia. Su alcuni punti critici del modo in cui funziona il regime democratico, egli ha certamente ragione, soprattutto là dove evidenzia che il cittadino conta poco o niente, riguardo alle decisioni che vengono assunte dalle istituzioni democratiche: anziché essere prese nell’interesse di tutti, accade che, per via delle disfunzioni delle quali soffrirebbe la democrazia, le decisioni siano prese a vantaggio solo di una parte dei cittadini.

La critica di Odifreddi, pur condivisibile su molti aspetti della democrazia, manca però d’essere sorretta da proposte correttive, per cui, essa (la critica), crea solo sconcerto nel lettore, portando solo argomenti a favore dei “nemici” dichiarati della democrazia, i teorici dell’ideologia neoliberista; inoltre, essa manca di tenere presente che la pretesa, propria di molti economisti, di estendere alla sfera pubblica le regole decisionali di quella privata è largamente inappropriata e fuorviante.

A parere di Odifreddi, la parola democrazia dovrebbe significare governo del popolo; essa però può essere intesa in modo attivo o passivo. Secondo la prima interpretazione, quella canonica, “il popolo è il soggetto che governa; nella seconda, quella apocrifa, il popolo diventa invece il soggetto da governare”. Ciò sarebbe causa di ambiguità linguistica, per cui accade che i leader politici parlando di governo del popolo “lasciano intendere agli altri la prima interpretazione, ma intendendo da sé la seconda”. Accade così che i politici, avvalendosi della demagogia, convincano il popolo a legittimare ciò che essi vogliono fare, anziché “lasciarsi trascinare dal popolo a fare ciò che esso vuole”. I demagoghi, afferma Odifreddi, attraverso il loro linguaggio fuorviante (il politichese), “adottano la retorica, al posto della logica: i loro discorsi si basano, cioè, più sulla verosimiglianza e la menzogna che sulla validità e la verità. E la retorica instaura tra i politici e i cittadini un rapporto analogo a quello stabilito dalla pubblicità tra i venditori e i consumatori”; fatto, questo, che consentirebbe ai “politici cattivi di scacciare quelli buoni”.

Questa legge, comune al mercato e alla politica, non è che una “uniforme tendenza della cultura e della Natura”, tendenza che in economia si manifesta, ad esempio, con la legge di Gresham (la moneta cattiva scaccia quella buona), in biologia con la legge dell’evoluzionismo (sopravvive il più adatto, non il migliore) e in fisica con uno dei principi della termodinamica (cresce il disordine perché degrada l’energia). Data la validità universale di questa legge, non ci si dovrebbe stupire – afferma Odifreddi – se anche la politica degrada “d’ambo le parti: dei politici e degli elettori, gli uni e gli altri tendono spesso al livello massimo di entropia del qualunquismo”.

Le conseguenze di ciò sono esiziali per la democrazia; la più importante, a parere di Odifreddi, è l’astensionismo, determinato dalla percezione da parte dei singoli elettori d’essere ininfluenti di fronte al gran numero degli aventi diritto al voto (nelle elezioni con molti elettori è poco probabile che il vincitore vinca per un solo voto di differenza, per cui il singolo votante sarebbe spinto a non andare al voto). Con l’astensionismo, la maggioranza del votanti può corrispondere ad una minoranza degli elettori e, con le leggi maggioritarie, “una minoranza di votanti può ottenere la maggioranza dei seggi e instaurare una dittatura di una minoranza di una minoranza: cioè una dittatura tout court”, della minoranza a danno dei diritti della maggioranza.

La storia della lenta affermazione delle istituzioni della democrazia non è che la storia della progressiva acquisizione dei diritti umani da parte dei singoli cittadini (libertà positiva, o libertà “di”, che in democrazia è intesa nell’ottica della partecipazione dei cittadini, sia pure indirettamente, all’assunzione delle decisioni concernenti le scelte sociali tese a soddisfare quei diritti; e libertà negativa, o libertà “da”, intesa come assenza degli impedimenti che ogni cittadino potrebbe subire da parte di ogni altro componente della comunità della quale è parte).

Nell’antichità, i diritti venivano concessi dall’alto, per imposizione divina o concessione regale; la modernità è valsa ad affermare il principio che i diritti si conquistano dal basso, attraverso pressioni pacifiche o rivoluzioni. Poiché – afferma Odifreddi – sarebbe “ingenuo” pensare che i diritti soggettivi, conquistati ottenuti con l’affermazione delle istituzioni democratiche, siano da tutti condivisi nello stesso identico modo, quelli che sinora sono stati ottenuti vengono criticati da alcuni, perché troppo avanzati e progressisti, e da altri per motivi opposti. Non sembra perciò – a parere di Odifreddi – che si possa affermare l’esistenza di “diritti universalmente condivisi”, per cui, se si volesse che essi fossero veramente universali bisognerebbe assegnar loro “una patente di pura convenzionalità sociale e culturale”.

Durante lo svolgersi del processo storico “si è cercato di evitare questa scomoda conclusione”, secondo tre approcci diversi: il primo, inaugurato nell’antichità (e praticato ancora oggi), è stato quello di attribuire ai diritti un’origine divina; il secondo, anch’esso praticato sin dall’antichità, è consistito nel sostituire “Dio con la Natura”, approdando al giusnaturalismo; il terzo approccio è consistito nel sostituire la natura con la ragione, aprendo così la via all’uso della “matematica per affrontare in maniera precisa e rigorosa i problemi relativi alle connessioni fra le preferenze individuali e le scelte sociali, che fino ad allora erano stati appannaggio delle confuse e vaghe discussioni dei teologi e dei filosofi”.

Il modo di affrontare il problema della connessione tra scelte individuali e scelte sociali con l’uso della matematica è iniziato, secondo Odifreddi, nel secolo dei lumi ed è culminato nel Novecento con il contributo di due economisti, John Kenneth Arrow e Amartya Sen, che hanno dimostrato l’impossibilità di conciliare i due ordini di scelta (quello privato e individuale, e quello sociale e collettivo). Entrambi gli economisti, a parere di Odifreddi – hanno dimostrato l’impossibilità di derivare l’ordine delle scelte sociali partendo dalle scelte private; in particolare, è stato Arrow a dimostrare che, per tradurre le scelte individuali in scelte sociali, è necessaria la dittatura, come unico modo idoneo a consentire di rispettare la libertà individuale di scelta, il principio collettivo dell’unanimità e la dipendenza dell’ordine delle scelte sociali dal voto.

Poiché, per dimostrare la sussistenza della democrazia, sarebbero necessarie le tre condizioni appena indicate, Arrow – afferma Odifreddi – avrebbe dimostrato che “c’è un conflitto tra democrazia e diritti, nel senso che in una democrazia o nessuno ha dei diritti assoluti, o c’è un dittatore che li ha tutti lui”. Risultando impossibile qualsiasi procedura di aggregazione delle scelte individuali per pervenire ad un ordinamento condiviso delle scelte sociali, non resta che ricorrere al “voto di maggioranza”, con cui la maggioranza dei decidenti impone la propria dittatura sulla minoranza. Ciò significherebbe che in democrazia non sono possibili scelte collettive razionali.

Tuttavia, le conclusioni di Arrow sono state criticate da altri economisti, rilevando che la procedura di aggregazione delle scelte individuali mediante il voto di maggioranza si è affermata come mezzo attraverso il quale un gruppo sociale deriva le scelte collettive da quelle individuali, quando non sia possibile assumere delle decisioni all’unanimità; in questo caso, la decisione presa a maggioranza deve essere considerata come un espediente necessario a superare un “punto di stallo”, per cui è improprio assumere, come fa Arrow, di poter estendere le procedure del libero mercato e l’immagine retorica delle mano invisibile di Adam Smith, alle modalità decisionali seguite all’interno delle istituzioni della democrazia.

Le due “arene” decisionali (mercato e democrazia) operano con riferimento a scelte che si riferiscono alla soddisfazione di interessi la cui natura è radicalmente diversa: il mercato coordina scelte individuali tra loro concorrenti e alternative, mentre le istituzioni democratiche assumono decisioni su scelte collettive rispondenti alla soddisfazione di interessi collettivi, comuni all’insieme dei cittadini rappresentati in seno alle istituzioni della democrazia.

Le scelte pubbliche sono, infatti, caratterizzate dall’esistenza di rapporti diretti tra i cittadini; rapporti, questi, che attengono alle modalità con cui sono avvertiti gli interessi cui si riferiscono le scelte sociali. Da questo punto di vista, occorre tener conto che ogni singolo cittadino, in quanto facente parte di un insieme più ampio di soggetti, si trova nella condizione di dover effettuare scelte (sia pure indirettamente, attraverso le istituzioni pubbliche all’interno delle quali è rappresentato) per la soddisfazione dei propri interessi del tutto omogenee rispetto a quelle dei restanti soggetti. In questo caso, le scelte sociali sono assunte in presenza di rapporti diretti e di reciprocità tra tutti i cittadini; si ha perciò l’assunzione di scelte sociali che sono indivisibili, perché comuni a una collettività di cittadini.

Le scelte sociali, perciò, sono assunte col comune concorso di tutti, in quanto ciascun cittadino avverte che quelle scelte sono dirette a soddisfare i propri diritti, congiuntamente alla soddisfazione dei diritti omogenei degli altri. La intercognizione da parte di ogni singolo soggetto degli interessi di tutti i componenti la collettività origina una comunione di interessi, la quale trova il suo fondamento nei rapporti di reciprocità tra tutti i cittadini. Per questo motivo, per gli interessi sociali, è appropriata l’espressione di interessi comuni, per i quali è plausibile ipotizzare l’esistenza di un’unanimità di consensi sulle scelte sociali assunte per la loro soddisfazione.

L’eventuale necessità di ricorrere all’espediente provvisorio del voto di maggioranza, in senso alle istituzioni rappresentative dei regimi democratici, può essere solo determinata dalla difforme valutazione, da parte dei cittadini, del “costo” delle scelte sociali, oppure dalla difforme valutazione dell’ordinamento prioritario delle stesse. La provvisorietà del risultato del voto di maggioranza può essere però superata, com’è stato dimostrato da molti economisti istituzionalisti, attraverso una migliore e più adeguata organizzazione dello Stato democratico.

Ad esempio, e generalizzando, se lo Stato è organizzato su basi federalistiche, secondo quanto proposto da Charles Mill Tiebout nel 1956 (“A pure theory of local expenditure”) e da Gordon Tullock (“La scelta federale. Argomenti e proposte per una nuova organizzazione dello Stato), la riorganizzazione istituzionale dello Stato dovrebbe garantire, sia la generalizzata informazione sulle condizioni di operatività e di redditività dell’attività economica a livello di tutti i mercati, sia la conoscenza delle modalità di formazione e di erogazione delle risorse pubbliche.

In tal modo, con l’impiego efficiente delle risorse, escludendo che possano esservi vincoli alla libertà di movimento dei cittadini (in quanto imprenditori, lavoratori, consumatori, o titolari di interessi comuni), sarà possibile andare oltre il risultato del voto di maggioranza, attraverso un’organizzazione della democrazia, non più funzionante solo indirettamente ed esclusivamente per delega, ma operante anche direttamente, come afferma Tullock, “coi piedi”; ovvero, attraverso la possibilità assicurata a tutti di muoversi liberamente da uno Stato federato all’altro all’interno dello stessi Stato federale, a seconda delle valutazioni convenienti effettuate da ciascun cittadino.

Questa prospettiva potrà essere anche considerata utopistica; ma senza un orizzonte su cui fondare un’adeguata condivisione della possibile visione del futuro, nessun problema del mondo attuale si presta ad essere risolto, se non in termini precari, come avverrebbe, appunto, se non si tentasse di andare oltre il voto di maggioranza col quale sinora è stata resa operante la democrazia.

La critica di Odifreddi alla democrazia è demolitrice delle istituzioni politiche più appropriate che l’umanità abbia sinora ideato e attuato. L’essere dissacrante, com’è Odifreddi, riguardo alle istituzioni democratiche, è utile solo se ci si colloca nella prospettiva di superarne i limiti, giusto per conservarci ancora più liberi di quanto non ci abbia consentito finora la democrazia realizzata.

Gianfranco Sabattini

 

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