lunedì, 19 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il Gruppo Visegrad che non convince più Praga
Pubblicato il 26-06-2018


Czech Prime Minister Andrej Babis attends a parliamentary session during a confidence vote for the newly appointed government he leads, in Prague, Czech Republic January 16, 2018.  REUTERS/David W Cerny

Czech Prime Minister Andrej Babi REUTERS/David W Cerny

Il gruppo di Visegrad era nato per difendere gli interessi di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca in Europa. Ma per la Repubblica Ceca si sta convertendo in una gabbia in cui inizia a mancare ossigeno.

Lo scorso giovedì i membri del gruppo si sono incontrati per l’ultimo summit a presidenza Ungherese e hanno invitato al convitto anche il neo cancelliere austriaco Sebastian Kurz.
Nell’incontro, per il governo di Praga, si sono cristallizzati molti più punti di sofferenza che di accordo. Quest’ultimi sono legati al tema immigrazione, con il rafforzamento delle frontiere esterne dell’Europa molto caro hai paesi dell’Est, ed una netta opposizione al progetto di Budget Europeo proposto dalla Commissione Europea per il 2021-2027.

Lo stesso primo ministro ceco, il populista Andrej Babiš, ha definito la proposta “assolutamente inaccettabile. Nel corso del consueto incontro tra diplomatici, studiosi e politici dell’Europa centrale svoltosi a Praga il mese scorso (Prague European Summit) lo stesso Babiš aveva affermato che il Budget per i prossimi sei anni non doveva essere “grossolanamente ed ottusamente modificato” rispetto a quello attuale.

La partita si gioca tutta sulla riduzione dei fondi all’agricoltura essendo, la Repubblica ceca, un paese di latifondi medio-grandi con una media di 133 ettari per possedimento, una delle più consistenti di tutta l’Unione. Ma non solo. La riduzione dei fondi per l’agricoltura intaccherebbe le stesse tasche del primo ministro essendo Babiš proprietario della Agrofert.

Il problema maggiore per il governo Boemo è la totale mancanza di alleati a Bruxelles. Jiri Schneider, ex ministro degli Esteri e direttore della fondazione Aspen Institute Central Europe sostiene che “il problema maggiore per Praga è che il gruppo di Visegrad di cui fa parte è conosciuto in Europa per i continui veti sulla ripartizione degli immigrati ed i no al processo di integrazione europeo”. E ancora: “La visione del governo precedente era quello di collocare Praga come ponte tra l’Europa Occidentale e quella dell’Est. Ma appena Berlino sente parlare di Budapest o Varsavia, automaticamente chiudono la conversazione”.

Praga deve peraltro affrontare anche l’ambiguo strabismo politico del gruppo di Visegrad, con un Orban legato a doppia mandata con Mosca e una Polonia che, in conflitto con tutti i vicini orientali e con la Germania, annovera come unico teorico alleato Trump, molto infastidito dalla legge revisionista sull’Olocausto promossa da Varsavia in primavera a tal punto da rifiutarsi di ricevere il presidente polacco nel corso di una visita a Washington.

Problemi di collocamento estero aggravati dall’instabilità caratteriale e politica dello stesso primo ministro, un mix tra il primo Berlusconi e la spinta populistica di un Grillo. Il tutto condito da un governo che ancora non si è formato (i comunisti devono ancora decidere se appoggiare la deficitaria maggioranza parlamentare) ed un presidente della Repubblica anch’esso fortemente populista, Zeman il quale, al contrario dell’omonimo allenatore di calcio, gioca sulla difensiva ponendo il veto su ministri degli esteri pro europei e socialisti.

Un rebus dal quale la piccola Repubblica Ceca deve uscire se vuole davvero sovvertire gli equilibri di spartizione dei fondi europei.
Verso quale direzione andrà Praga?

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