sabato, 18 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Il presidente Mattarella e le iene della tastiera
Pubblicato il 04-06-2018


Mattarella

Il governo giallo-verde con Conte presidente si è finalmente insediato, e in poche ore ha già dato buoni esempi del mix populista e squadrista dei suoi componenti. Un chiaro esempio dell’aria che tira è il pesante attacco al Quirinale, con minacce, intimidazioni e insulti soprattutto via web al presidente Mattarella. Un’ennesima campagna d’odio che potrebbe essere stata anche orchestrata da registi non tanto occulti.

Ne ha parlato anche il nostro segretario Riccardo Nencini in un post su fb, di cui riportiamo l’inizio: “L’attacco al Capo dello Stato che si sta consumando in queste ore è di una gravità inaudita. Mi rivolgo alle compagne e ai compagni di tutta Italia: organizzate presidi in difesa della Costituzione e di Mattarella, lasciate aperte le sezioni e le federazioni in difesa della legalità ed esprimiamo la nostra vicinanza al Presidente della Repubblica contro l’atteggiamento squadrista delle forze populiste”.

Premesso che chi scrive sta con Mattarella senza se e senza ma, riteniamo che bene ha fatto la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, a tentare di arginare l’attacco di Danilo Toninelli al presidente della Repubblica. Ma altri e ben più gravi fatti sono accaduti nell’ultima settimana di maggio, a cavallo tra il primo e secondo incarico a Conte, soprattutto su facebook dove iene della tastiera e odiatori di professione hanno imbastito un vero e proprio attacco al Quirinale, minacciando un assalto come quello alla Bastiglia, vedremo poi da chi, con minacce di morte, insulti al calor bianco e persino l’augurio a Mattarella di fare la stessa fine del fratello Pier Santi che, lo ricordiamo è stato ucciso dalla mafia.

Abbiamo già messo in evidenza altre volte le due realtà che ci troviamo ad affrontare dentro e fuori dal web. La prima è regolata dalle leggi (più o meno rispettate e applicate) e la seconda tipo pascolo brado, una terra di nessuno dove chiunque può insultare, infangare, minacciare e quant’altro con la quasi certezza di farla franca. E tutto questo sembra la normalità, anzi la nuova moda del vivere civile.

Mentre se un giornale o una radio o una televisione si azzarda a scrivere la metà delle cose che si sono lette tra i commenti della Rete sul presidente della Repubblica, o su un qualunque personaggio pubblico, succede un putiferio con processi, multe, provvedimenti disciplinari, e quant’altro. Perché sembra proprio che le regole siano state scritte e vadano applicate solo ed esclusivamente alla stampa chiamiamola “tradizionale”.

Niente da obiettare se non per i due pesi e due misure che ogni tanto conquistano le luci della ribalta. Allora decidiamoci: o è vietato insultare, offendere e minacciare il presidente della Repubblica o non lo è, così come sono vietate altre cose, altri modi di dire. Ma qualunque sia la scelta deve essere applicata dappertutto e non solo per la carta stampata e la televisione. E questo non significa che vogliamo l’impunità per tutti ma certezze per tutti, questo sì. O tutti dentro o tutti fuori, o regole uguali per tutti o nessuna regola.

Per spiegarci meglio, ricapitoliamo i fatti che hanno portato a una indagine della Procura di Roma che vede indagato per violazione dell’articolo 278 del codice penale, che si occupa delle offese all’onore e al prestigio del capo dello Stato, tale Vittorio Di Battista, padre di Alessandro, esponente grillino tra i più ortodossi e scrittore in erba con un congruo assegno di 400mila euro (versato da una casa editrice di proprietà della Fininvest) per il prossimo libro.

Di Battista padre in un post del 23 maggio scorso (poi rimosso) intitolato “I dolori di mister allegria” ha usato toni tra l’irridente e il minaccioso nei confronti del presidente Mattarella. Tra le altre cose gli suggeriva di andarsi a rileggere le vicende della Bastiglia e concludeva con “Forza, mister Allegria, fai il tuo dovere e non avrai seccature”.

E’ un assaggio de “Lo Stato siamo noi”?, le prove generali di quello che ci aspetta da questo governo di cattolici e fascisti? Sono già pronti i rosari intrecciati ai manganelli? Dobbiamo tirar fuori i materassi?

Mentre Roma indaga Di Battista padre, Palermo ha denunciato tre persone per attentato alla libertà e offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato. E le indagini, si spera, stiano continuando.

Tra un insulto e l’altro qualcuno ha trovato anche il tempo di chiarire meglio la filosofia di quanti si sentono già padroni dello Stato. Inutile spiegare che al 31 maggio scorso lo Stato non aveva padroni nel senso che intende il club dei compagnucci della terza repubblica.

Ci riferiamo a un pensionato di 70 anni di Vanzone con San Carlo, comune del Verbano, autore di una lettera anonima con minacce scritte a mano imbustata assieme a un proiettile, sempre indirizzata al presidente Mattarella. Ai carabinieri che lo hanno identificato e denunciato, l’anziano pensionato, che in casa aveva altri 14 proiettili, avrebbe confessato di avere agito in un momento di nervosismo.

Ma le minacce, anche pesanti, al presidente della Repubblica via Internet sembrano essere diventate un must. Basta fare un passo indietro così da riportare alla luce un episodio di cui si sono perse le tracce e legato alla visita ufficiale in Sardegna di Mattarella del 2 ottobre 2017. Tra gli appuntamenti in agenda, la celebrazione a Ghilarza degli 80 anni della morte di Antonio Gramsci.

Le iene della tastiera si sono scatenate perché l’aereo presidenziale è atterrato nello scalo di Oristano-Fenosu, con reazioni tanto esagitate da far scattare le indagini della Digos e della polizia postale, come riporta un articolo del 4 ottobre 2017 apparso sul sito web del quotidiano La Nuova Sardegna: “Molto criticata è stata la decisione di utilizzare lo scalo di Fenosu per far atterrare l’aereo presidenziale. Una scelta che ha dato il via a commenti che definire coloriti sarebbe eufemistico. E si consideri che la redazione elimina i commenti più forti e offensivi”. Per non parlare di tutto quello che è apparso nel web.

Ma diffondere odio e minacce pesanti attraverso la Rete è una pratica che in Sardegna non fa quasi più notizia. Risale al 19 ottobre scorso, infatti, la clamorosa denuncia fatta da un avvocato che difende un ragazzo accusato di omicidio e processato a Nuoro. E proprio nel corso dell’udienza in Assise, l’avvocato ha letto i post di un sito (tempestivamente chiuso dopo la denuncia) dove tra insulti vari c’erano anche frasi tipo “Ma questo avvocato vuole vivere o morire?”. Per altri dettagli leggere qui.

Due episodi, magari commessi dalle stesse persone che si divertono a minacciare e insultare la gente perché tanto non li trova nessuno. Episodi che rischiano l’oblio, di essere archiviati nelle sabbie mobili della Rete che tutto risucchiano garantendo in molti casi l’impunità assoluta.

Sarà una cosa normale chiedere a che punto sono le indagini? Se sono così difficili, magari si può provare a chiedere in prestito ad altre procure, anche non sarde, qualche bravo investigatore, magari da Roma o da Palermo, che qualche risultato hanno ottenuto in poche ore. Il minimo che si possa chiedere è che queste persone vengano identificate (non pensiamo che un account falso possa essere un così grave ostacolo) e rinviate a giudizio.

Le minacce di morte, che suonano particolarmente gravi se rivolte al presidente della Repubblica, sono ammesse nei confronti di altre persone purché fatte su Internet? Perché è questo il messaggio che sta passando sinché non verranno denunciati questi sedicenti fabbricanti di odio e sciacalli della tastiera.

Antonio Salvatore Sassu

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