martedì, 18 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il valore universale del pensiero di Gramsci
Pubblicato il 08-06-2018


gramscimonIl Centro di Iniziativa Democratica (CID), per la prevalente iniziativa di Carlo Arthemalle, Salvatore Cherci e Pietro Maturandi, ripropone l’esperienza di una vecchia associazione cagliaritana del secolo scorso, con lo scopo di analizzare le situazioni e i problemi della società contemporanea; a tal fine, il “Centro” assume oggi l’obiettivo di ricuperare le forze disperse della sinistra, per impegnarle a contribuire alla realizzazione dell’uguaglianza e del riscatto dei singoli e dei popoli; una nuova sinistra, però, “senza aggettivi e senza scorie di gesta non sempre presentabili e spesso impresentabili”.
Di recente il CID ha pubblicato il “Quaderno n. 1”, nel quale è riportato il testo di una conferenza che il Professor Remo Bodei ha tenuto a Cagliari nel dicembre dello scorso anno in occasione della celebrazione dell’ottantesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci. Il testo della conferenza, dal titolo “Come i grandi eventi dei primi decenni del Novecento hanno, per Gramsci, modificato le coscienze”, è preceduto da una breve presentazione di Arthemalle e da una introduzione di Maturandi, entrambi promotori del rilancio del CID.
Nella sua presentazione Arthemalle spiega che la decisone di diffondere, con la stampa del Quaderno n. 1, il testo della conferenza di Bodei risponde all’esigenza di fare conoscere i “materiali di particolare interesse culturale e politico”, secondo l’ammonimento di Gramsci, ovvero che la cultura non deve essere esibita come “una croce di cavaliere” o un “fiore all’occhiello”, perché, se ciò accadesse, essa (la cultura) degraderebbe a pura erudizione, mancando d’essere accompagnata dall’impegno civile di concorrere a risolvere i problemi sociali che assillano le comunità durante lo svolgersi del processo storico.
Le argomentazioni di Arthemalle sono state ribadite da Maurandi nella sua introduzione, affermando che la celebrazione dell’ottantesimo anniversario della sua morte, non significa che del prigioniero di Turi si voglia farne un santino “ad perpetuam rei memoriam”; proprio per questo, è stato chiesto l’intervento di Bodei, che della vicenda culturale di Gramsci si è a lungo occupato, senza farne un simulacro.
Nelle argomentazioni di Arthemalle e di Maurandi non mancano affioramenti, qua e là, di pretese antiche, tese a ricondurre il pensiero gramsciano nel ristretto alveo della vita politica dell’Italia del secolo scorso; Remo Bodei, però, ne evidenzia la valenza universale, sino a presentarlo quale esso è: “patrimonio dell’umanità”.
Guardando indietro, ai tempi di “ferro e fuoco” dei primi “tre decenni del novecento in cui Gramsci ha vissuto e operato”, si può comprendere – afferma Bodei – come gli avvenimenti occorsi (la prima guerra mondiale, la Rivoluzione russa, il fascismo, il nazismo, lo stalinismo, il progresso tecnico-scientifico, l’intervento dello Stato in economia, ecc.) “abbiano obbligato la maggior parte degli uomini ad orientarsi con difficoltà in uno scenario nuovo e in continua trasformazione, che li ha spesso chiamati a scelte radicali […], così da poter intervenire nei mutamenti in corso, a divenire attivi nella storia e a non rimanere pedine di un gioco altrui”.
Gramsci, che è stato tra quegli uomini, ha analizzato, “con acume e presisione”, gli avvenimenti accaduti tra il 1916 e il 1935, collocando la sua riflessione in un “corpus” di proposizioni teoriche che possono essere utilizzate anche per risolvere i problemi attuali. Ciò non significa – avverte Bodei – che il pensiero di Gramsci possa essere sic et simpliciter attualizzato per risolvere quei problemi; significa, invece, cogliere il fatto che egli “è stato uno dei pochi pensatori del Novecento che ha visto un rapporto diretto tra coscienza individuale e dimensione politica nel senso di dimostrare come la soggettività sia plasmata da forze storiche, economiche e sociali che rischiano spesso di distruggerlo, ma su cui l’individuo e, ancor più i gruppi, possono agire”.
Gramsci ha così elaborato e strutturato le sue idee e i suoi concetti in una teoria che spiega come il mutamento sociale non possa essere governato attraverso la “conquista del Palazzo d’Inverno, ma attraverso una lunga lotta di ‘egemonia’, capace di trasformare gli individui, specie delle classi subalterne, attraverso una riforma intellettuale e morale, quindi di creare le basi di una democrazia intesa come “travaso ‘molecolare’ dei governati tra i governanti, nella prospettiva remota dell’estinzione dello Stato, in quanto ‘corazza di forza della società civile, ossia di una crescita progressiva del consenso”.
Il significato di quest’assunto di Gramsci offre oggi alle società contemporanee di fare fronte a quel che appare quasi una loro “crisi senza fine”, facendo “eticamente perno – afferma Bodei – su un più costante, coerente e vigile senso di responsabilità personale e collettiva”. Ciò, al fine di evitare che, per fugare le crescenti minacce, si ricorra a “salti nel buio” fuori dalla democrazia, o alla decisione di “porsi, per paura, sotto le ali protettive delle istituzioni che amministrano il sacro, nella speranza di essere traghettati da questa valle di lacrime verso le serene gioie del paradiso”.
Una corrente di pensiero multidisciplinare, estranea alla tradizione marxista e nata all’interno del campo delle scienze sociali, in particolare dell’economia, ha adottato l’interpretazione di uno dei concetti portanti della teoria garmsciana del governo della dinamica sociale, quello di egemonia, per spiegare il modo di porre rimedio allo stato di crisi strutturale del funzionamento del sistema capitalistico; crisi quanto mai evidente nel momento in cui tale sistema sta vivendo le difficoltà dovute al suo passaggio dalla società della scarsità e dei rapporti gerarchizzati a quella dell’abbondanza e della ricerca di meccanismi distributivi compatibili con una maggiore stabilità economica, sociale e politica.
Il riferimento della teoria gramsciana alla cura dei problemi propri delle società caratterizzate da procedure decisionali maggioritarie, quali sono quelle capitalistiche rette da regimi democratici, può sembrare un non-senso; ciò perché, nelle analisi gramsciane, il concetto di egemonia è interpretato come lo “strumento” per il cui controllo ed esercizio i gruppi sociali egemonizzati “lottano”, allo scopo di mettere fine al loro sfruttamento. In questa prospettiva, il governo della dinamica sociale non implica tanto la sostituzione ricorrente del gruppo che esercita l’egemonia, quanto la “cristallizzazione” del concetto stesso di egemonia nel senso di “egemonia degli sfruttati”, come garanzia di una democrazia sostanziale. In questo senso, l’acquisizione dell’egemonia non implica un’”alternanza” dei gruppi sociali nell’esercizio del potere egemonico, ma il suo assolutizzarsi in uno solo dei gruppi sociali.
Per evitare che ciò accada, nel governo della dinamica sociale il soggetto egemonico non può essere identificato con il portatore degli interessi di una data classe sociale precostituita; l’identificazione può essere trovata solo in una “volontà collettiva, incorporata nello Stato, in cui si realizzi una sintesi di un’equilibrata dinamica del sistema sociale”. Interpretato in questo modo, il concetto di egemonia non individua più una specifica relazione sociale fra portatori di interessi contrapposti, ma uno specifico rimedio allo stato di conflitto sistemico che caratterizza, oggi più di ieri, i sistemi capitalistici, i quali continuano a regolare la distribuzione del prodotto sociale secondo i modelli distributivi propri delle società caratterizzate dalla scarsità dei mezzi materiali disponibili.
Come viene sottolineato dalla corrente di pensiero multidisciplinare fuori dall’alveo dell’analisi marxista, nei sistemi capitalistici caratterizzati dal superamento della scarsità dei mezzi materiali, lo Stato svolge oggi una funzione molto più importante che in passato nel governo della dinamica sociale, intervenendo nella regolazione dell’attività economica per stabilizzarla, attraverso la realizzazione di una distribuzione socialmente condivisa del prodotto sociale.
Lo Stato, quindi, assurto a “moderno principe” in luogo dell’antico soggetto espresso dal partito, è l’elemento che concorre alla creazione della necessaria “forza giacobina” posta a presidio della “rivoluzione permanente”, utile a conservare e a stimolare l’evoluzione partecipata della volontà collettiva, in sostituzione di ogni forma di “rivoluzione passiva”, implicante, invece, solo equilibri corporativi sul piano dei rapporti tra i diversi gruppi. E’ in questo senso che la riflessione critica del liberalismo di Gramsci e la sua lettura del “Principe” di Machiavelli possono essere considerate come uno sviluppo del marxismo e, nel loro insieme, rappresentare la collocazione dei rapporti di classe ad un più alto livello di solidarietà sociale.
A giustificazione di questo assunto, occorre considerare l’analisi che Gramsci compie della società civile, intesa come l’insieme degli organismi privati intermedi che si collocano tra i singoli soggetti e l’insieme delle istituzioni in cui si articola l’organizzazione dello Stato, quali le associazioni di ogni genere e tipo, i partiti, i sindacati, ecc. La concezione che Gramsci ha della società civile è diversa da quella di Marx; egli, infatti, assegna la società civile al “momento della sovrastruttura” e non al “momento della struttura”.
A sostegno di questa posizione metodologica di Gramsci è sufficiente citare un passo famoso, tratto dai “Quaderni dal carcere”, che così recita: “Si possono, per ora, fissare due grandi ‘piani’ superstrutturali, quello che si può chiamare della ‘società civile’, cioè dell’insieme degli organismi volgarmente detti ‘privati’ e quello della ‘società politica o Stato’ e che corrispondono alla funzione di ‘egemonia’ che il gruppo dominante esercita in tutta la società e a quello di ‘dominio diretto’ o di comando che si esprime nello Stato e nel governo giuridico”.
L’egemonia politica legittima l’esercizio del dominio diretto, quando lo Stato garantisce, regolandola, la “circolazione” tra i gruppi egemoni ed i gruppi egemonizzati. La distinzione tra egemonia e dominio diretto anticipa quella effettuata da altri tra “autorità” e “potenza”, nel senso che la prima è la qualità motivante la potenza sentita e riconosciuta da chi la accetta; l’autorità, perciò, può essere associata alla potenza e tradursi in egemonia, solo quando sia accettata da coloro che la legittimano in forza di una fiducia di natura, appunto, politica.
Tuttavia, a differenza della definizione di un’egemonia che limiti la sua legittimazione alla sola accettazione generalizzata da parte di tutti i gruppi sociali, senza alcun’altra specificazione, in Gramsci l’egemonia è ricondotta al dominio diretto, non solo quando essa sia accettata da tutti i gruppi sociali, ma anche quando vi sia libera circolazione tra gli stessi gruppi. Non è una differenza di poco conto; essa, infatti, consente di distinguere l’esercizio dell’egemonia all’interno degli Stati retti da regimi democratici, da quello possibile all’interno degli Stati che democratici non sono.
Come possono i gruppi dominanti legittimare di continuo la propria egemonia all’interno di una società capitalista, quale quella oggi prevalente, al fine di rimuovere la percezione di una sua “crisi senza fine”, attraverso una distribuzione del prodotto sociale compatibile con un suo più stabile funzionamento? La conservazione dell’ordine capitalista dipenderà dalla capacità dei gruppi egemoni di coordinare, con le azioni e le decisioni assunte, i loro interessi con quelli dei gruppi egemonizzati (sempre nella prospettiva della circolazione “molecolare” tra i gruppi); ciò, al fine di soddisfare oltre che i propri, anche gli interessi dei gruppi che accettano pro-tempore l’egemonia.
Per Gramsci, l’esercizio dell’egemonia implica che si tenga sempre conto “degli interessi e delle tendenze dei gruppi sui quali l’egemonia verrà esercitata, che si formi un certo equilibrio di compromesso, che cioè il gruppo dirigente faccia dei sacrifici di ordine economico corporativo…”; e “se l’egemonia è etico-politica, non può non essere anche economica, non può non avere il suo fondamento nella funzione decisiva che il gruppo dirigente esercita nel nucleo decisivo dell’attività economica” (Gramsci, Quaderni dal carcere, 1975, p. 1691).
In questo modo, il confronto democratico tra i gruppi dirigenti e quelli diretti trasforma l’accesso al risultato comune, non in una “distribuzione a somma zero”, ma in una “distribuzione a somma positiva”; la “plusvalenza” costituisce l’arricchimento che segna in positivo il contributo al governo della dinamica sociale, propria della società dell’abbondanza, della collaborazione tra i gruppi sociali portatori di interessi diversi. Il confronto democratico tra i gruppi sociali concorrenti costituisce la “condizione necessaria” all’esercizio dell’egemonia, mentre la contemporanea soddisfazione degli interessi dei gruppi egemoni e dei gruppi egemonizzati ne costituisce la “condizione sufficiente”.
L’esercizio in “modo equilibrato” dell’egemonia costituisce, dunque, la condizione necessaria perché tale esercizio e la dinamica del sistema sociale non siano compromessi dal fallimento dell’azione dei gruppi dominanti. Tutto ciò può essere evitato solo con la soddisfazione della condizione sufficiente dell’esercizio dell’egemonia, attraverso la contemporanea soddisfazione degli interessi dei gruppi egemoni e di quelli egemonizzati, fondata sulla conservazione e sulla salvaguardia della circolazione tra i diversi gruppi che costituiscono il sistema sociale; è questo il presupposto perché dal confronto tra i vari gruppi possa derivare un contributo al governo della dinamica del sistema, utile a garantire continuità, nell’ordine, alla democrazia, alla reiterazione dell’egemonia e ad una giustizia sociale compatibile con l’avvento della società dell’abbondanza.

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