giovedì, 13 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La fine del Pd
Pubblicato il 25-06-2018


Inutile girarci attorno. E’ finita davvero una fase storica per la sinistra italiana. E sta finendo politicamente la stagione del Pd. Ammesso che questo partito esista ancora, giacché, a parte la volonterosa e sofferta traversia del povero Martina, non un solo grido d’allarme, e neppure un solo ragionamento sul futuro, s’è avvertito in questi quasi quattro mesi che ci separano dal desolante esito del 4 marzo. Eppure già quel risultato avrebbe dovuto far riflettere e costringere quel partito a un’immediata opera di approfondimento, di revisione e di progettazione. Nulla di tutto questo s’è minimamente avvertito, se non il noioso, ripetitivo e autolesionistico riprodursi del solito teatrino di scontri personali, fondati su accidie e vendette postume, condite con un sordido gioco alla calendarizzazione di scadenze burocratiche e organizzative. Così, forse, anche il malato si è destinato da solo a morte sicura. La sta, forse incoscientemente, programmando. Dove serviva uno scatto di novità è affiorata la solita logica delle vecchie contrapposizioni, dove serviva l’immediato approntamento di un nuovo programma è prevalsa la ricerca di un semplice organigramma, dove era richiesta la capacità di una nuova lettura della società italiana, che si era espressa col voto in direzioni opposte, è calato il più assordante, sconcertante silenzio.

I primi a rendersi conto della fine del Pd, dunque, sono apparsi proprio i suoi dirigenti, che hanno alzato le braccia di fronte alla sua irreversibile eclissi. Sono arrivate poi le elezioni amministrative che hanno accentuato ancor di più il disastro. Di esse voglio leggere l’aspetto più indicativo ed è costituito dalla pesante sconfitta della sinistra nelle sue zone tradizionali, la Toscana e l’Emilia-Romagna, dove già si erano registrati sintomi evidenti di profondo cedimento, che solo un cieco poteva non vedere. In Emilia-Romagna il fatto che alle elezioni regionali del 2014 abbia votato solo il 37% degli aventi diritto è stato accolto senza preoccupazione, quasi fosse un inevitabile segnale di un semplice calo alla partecipazione, frutto di una transitorietà che si poteva superare con i soliti riti politici e le stesse parole d’ordine. E magari infiorando qualche vecchio militante col ripristino di una Festa dell’Unità. Non si è andati all’origine del fenomeno, quello di un distacco di massa da un partito alle prese con la più complicata crisi del dopoguerra della cooperazione e della piccola impresa, che erano state il perno del modello emiliano, e che crollavano mentre più difficili diventavano le risposte degli enti locali nei servizi e nella integrazione dei migranti. Qui c’è stata, come in Toscana, una rivolta silenziosa, che il Pd, pur essendo essa evidente, non ha saputo contrastare.

L’Emilia e la Toscana sono state, sarebbe inutile perfino ricordarlo, le terre più socialiste, più fasciste e più comuniste nel giro di un secolo, dove è stato il sistema a farsi rappresentare politicamente in modo diverso. Quel sistema economico e sociale, peraltro diffuso e organizzato, che era alla base dei successi della sinistra, ha oggi scelto altri approdi. Dunque la sinistra, che già aveva lasciato campo libero in tutte le altre zone del nord e che già in Umbria, con le politiche di quest’anno, aveva ceduto al centro-destra, non esiste praticamente più. E’ morta e sepolta. Può rinascere coi vecchi partiti, con i vecchi programmi, con le vecchie nomenclature? Sarebbe oltre che morta anche definitivamente sepolta. Sepolta e benedetta. Se si vuole farla rinascere occorre darle un’identità (il che non significa accettare tout court quella socialista, ma acconsentire che esistano tradizioni e storie che ancora possono affratellare una comunità, far sentirei suoi aderenti parte di un progetto, sancire l’esistenza di un legame che nessun partito puramente mercantile, cioè solo contrassegnato dalla volontà di vincere le elezioni, può manifestare), affidarle un nome nuovo (il Pd, nato essenzialmente da due ceppi e senza nemmeno saperli bene integrare, è solo un ostacolo a una vera, nuova, larga concentrazione di forze che oggi si rivela quanto mai necessaria per costruire un’alternativa alla coalizione di governo), proporre un nuovo itinerario suggestivo in chiave europeista e solidale, nel segno di una seria equità sociale, di una accoglienza senza cedimenti e difendendo i cardini di una cultura illuminista e razionale, oggi purtroppo desuete. Ma occorre anche affidarle un nuovo gruppo dirigente, perché in politica (valeva anche ai tempi della cosiddetta prima Repubblica) chi perde non può succedere a se stesso. Smetta chi di dovere di piangersi addosso e si metta subito al lavoro. Noi socialisti, la nostra piccola comunità, è pronta a fornire il suo contributo di idee e di proposte. Ora, perché già ora è un po’ troppo tardi.

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Commenti all'articolo
  1. Direttore, condivido pienamente la tua puntuale analisi del voto e come ben sai la tua posizione è la posizione che sostengo da mesi.
    E’ triste prendere atto della fine del P.d. e malgrado non possiamo dimenticare gli atteggiamenti discriminanti nei nostri confronti, dispiace.
    Nell’elencare le sue roccaforti decapitate hai dimenticato Sarzana.
    “Sarzana Rossa si passa e non si tocca”, era il moto del 21 Luglio 1921, quando gli squadristi tentarono di entrare in Sarzana per liberare alcuni loro camerati e furono respinti dalle Forze dell’Ordine e dagli antifascisti guidati dal Sindaco Socialista Pietro Arnaldo Terzi.
    Giusto il tuo appello agli “altri” noi siamo coscientemente pronti a dare il nostro contributo ! Un Caro Saluto.

  2. Benvenuto direttore! Si doveva arrivare alla disfatta, alla dispersione di oltre un secolo di storia, per accorgersi che il Pd renziano (e non) era un vuoto a perdere. Un partito nato per la pura sopravvivenza di classi politiche post comuniste e democristiana. Un partito usato come una società di scopo, dove ognuno continuava a mimetizzarsi per poter continuare a vivere. Senza anima, senza identità. Uno, nessuno, centomila. Gia adesso la storia presentea il conto. A tutti, socialisti compresi. La nostra piccola comunità può essere importante se avrà il coraggio di porre un quesito agli uomini e donne di ieri di oggi che si sentono persi, traditi, delusi. Oggi spetta anche a noi mettere da parte i rancori. L’obiettivo è quello quello di far rinasce un Partito Socialista democratico plurale, che riparte dai bisogni e dai meriti dei giorni nostri ma con radici storiche ben piantati nel solco della nostra storia.

  3. Mi perdoni il direttore se riporto la mia nota del 7.11.2016 su “il cannocchiale,it”:
    “E’ finito il compromesso storico.
    Il PCI, che era il più forte dei partiti comunisti fuori dal blocco sovietico, dovette prendere atto di essere dentro l’area che ad Yalta venne destinata alle potenze occidentali, USA in primis.
    Nasce di lì il tentativo, pur stando fuori dal governo dopo il ritorno di De Gasperi dagli USA, nel ’47, di non isolarsi tentando di agganciare un rapporto con il mondo libero, che in Italia era sostanzialmente la DC e la platea cattolica.
    Quando, nel ’73, in seguito all’uccisione di Salvador Allende ed al golpe teleguidato dagli USA, Enrico Berlinguer formulò la teoria del compromesso storico, aveva alle spalle proprio questa consapevolezza:
    “Il senso più profondo della svolta stava nella necessità e nella volontà del partito comunista di fare i conti con tutta la storia italiana, e quindi anche con tutte le forze storiche (d’ispirazione socialista, cattolica e di altre ispirazioni democratiche) che erano presenti sulla scena del paese e che si battevano insieme a noi per la democrazia, per l’indipendenza del paese e per la sua unità.”
    A metà strada – era il 1962 – si può citare un passo delle “Tesi per il X° congresso del PCI” laddove si legge:
    “Oggi non si tratta più di superare le preclusioni e i settarismi che fanno ostacolo alla collaborazione di forze socialiste e di forze cattoliche, per ottenere risultati economici e politici immediati, Si tratta di comprendere come l’aspirazione a una società socialista non solo possa farsi strada in uomini che hanno una fede religiosa, ma che tale aspirazione può trovare in una sofferta coscienza religiosa uno stimolo di fronte ai drammatici problemi del mondo contemporaneo.”
    Dal 1976 al 1979 qualcosa in Italia andò in questa direzione. Ma i tempi non erano ancora maturi per tentare questa mediazione.
    Ci volle l’89, con la fine dell’esperienza comunista e poi la liquidazione dei vecchi partiti, avvenuta con la stagione di “mani pulite”, ed ancora nuovi esperimenti come l’Ulivo e la comune lotta contro il berlusconismo, per creare l’humus necessario per tentare di coagulare intorno ad uno stesso soggetto politico i resti del vecchio PCI – convertitisi comunque alla globalizzazione ed al mercato – e quello che restava della sinistra democristiana.
    Fu questo il campo che Veltroni cercò di arare con la nascita del Partito Democratico.
    Il resto è storia di questi anni.
    Veltroni, al primo intoppo, mollò tutto e l’amalgama non riuscì ad avanzare. Il ceppo post-comunista restò saldamente al comando, fino alla gestione della “non vittoria” del 2013, alla quale fece seguito la presa del potere di coloro che erano cresciuti in area cattolico-progressista.
    Questi ultimi non hanno più sentito il bisogno di contemperare le vecchie istanze post-comuniste, scioltesi nella gestione di un partito pienamente “borghese”, ma hanno fatto tabula rasa di tutto ciò, spingendo per l’affermazione di tesi e temi più direttamente legati alla tradizione cattolica.
    Sembra proprio giunto il momento di prendere atto che l’amalgama non è riuscito, a scapito dell’antica propensione comunista di legarsi al popolo cattolico più avanzato.”

  4. E’ comprensibile che la responsabilità dell’esito elettorale venga fatta ricadere sul maggiore, ed anche egemone, partito della sinistra, ma pure i suoi alleati non dovrebbero ora “tirarsi indietro”, quasi a voler prenderne le distanze, dal momento che ne hanno condiviso, o quantomeno assecondato l’azione politica, fin dal Referendum del dicembre 2016, e potremmo dire ancor prima, per aggiungere che nella campagna elettorale antecedente il voto del 4 marzo non sembravano differenziarsi con proposte proprie, o percepite come tali, ma, se non ricordo male, si sono sostanzialmente uniti al coro di chi liquidava come populismo, sovranismo, fascismo, razzismo, xenofobia, ecc…, lo stato d’animo di quanti nel Belpaese esprimevano preoccupazione e disagio per l’andamento delle cose (senza trovare ascolto dalla classe “governante”).

    Oggi può aver senso che sia un’altra cultura politica, nella fattispecie quella dei “partiti minori”, a guidare o tentare la ripresa della sinistra, ma bisogna avere in ogni caso “la capacità di una nuova lettura della società italiana”, ed è su questo che occorre misurarsi, proponendo risposte e soluzioni ai problemi dei giorni nostri, perché soltanto in questo modo, almeno io credo, si può “costruire un’alternativa alla coalizione di governo” che sia credibile agli occhi degli elettori, e a questo riguardo concetti come “una seria equità sociale” oppure “una accoglienza senza cedimenti” mi sembrano francamente troppo generici, e la “piccola comunità socialista” non dovrebbe aspettare che qualcuno chieda il “suo contributo di idee e proposte”, ma esporle fin da subito di propria iniziativa (a comprova del suo saper entrare nel merito delle questioni).

    Paolo B. 26.06.2018

  5. E’ comprensibile che la responsabilità dell’esito elettorale venga fatta ricadere sul maggiore, ed anche egemone, partito della sinistra, ma pure i suoi alleati non dovrebbero ora “tirarsi indietro”, quasi a voler prenderne le distanze, dal momento che ne hanno condiviso, o quantomeno assecondato l’azione politica, fin dal Referendum del dicembre 2016, e potremmo dire ancor prima, per aggiungere che nella campagna elettorale antecedente il voto del 4 marzo non sembravano differenziarsi con proposte proprie, o percepite come tali, ma, se non ricordo male, si sono sostanzialmente uniti al coro di chi liquidava come populismo, sovranismo, fascismo, razzismo, xenofobia, ecc…, lo stato d’animo di quanti nel Belpaese esprimevano preoccupazione e disagio per l’andamento delle cose (senza trovare ascolto dalla classe “governante”).

    Oggi può aver senso che sia un’altra cultura politica, nella fattispecie quella dei “partiti minori”, a guidare o tentare la ripresa della sinistra, ma bisogna avere in ogni caso “la capacità di una nuova lettura della società italiana”, ed è su questo che occorre misurarsi, proponendo risposte e soluzioni ai problemi dei giorni nostri, perché soltanto in questo modo, almeno io credo, si può “costruire un’alternativa alla coalizione di governo” che sia credibile agli occhi degli elettori, e a questo riguardo concetti come “una seria equità sociale” oppure “una accoglienza senza cedimenti” mi sembrano francamente troppo generici, e la “piccola comunità socialista” non dovrebbe aspettare che qualcuno chieda il “suo contributo di idee e proposte”, ma esporle fin da subito di propria iniziativa (a comprova del suo saper entrare nel merito delle questioni).

    Paolo B. 26.06.2018

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