sabato, 18 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

La politica inefficace di Trump sull’immigrazione
Pubblicato il 11-06-2018


hewitt“Non si dovrebbero separare i bambini dai loro genitori…è traumatico e terrificante per i bambini”. Così il conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt mentre cercava di fare vedere le conseguenze del nuovo provvedimento usato al confine col Messico a Jeff Sessions, il procuratore generale degli Stati Uniti. Sessions aveva annunciato la direttiva come parte della tolleranza zero per limitare il numero dei migranti che cercano di entrare negli Stati Uniti. Sessions ha spiegato che coloro i quali entrano in America senza permesso legale hanno commesso un reato e quindi vanno arrestati e esattamente come in altri casi criminali i figli vengono separati dai genitori.

Sessions si sbaglia che chiunque entri negli Stati Uniti senza documenti sia necessariamente un criminale. Alcuni lo fanno alla ricerca di asilo politico e bisogna dunque determinare la ragione per l’apparente trasgressione. Chiedere asilo politico è un diritto universale. Condannare tutti senza sapere i dettagli non è consistente con la legge americana la quale sostiene innocenza fino a prova contraria. Ciononostante, da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, l’Immigration e Customs Enforcement (Ice), l’agenzia incaricata dell’immigrazione, ha condotto una politica aspra con deportazioni che a volte hanno sconvolto famiglie residenti in America da molti anni.

La separazione dei figli da nuovi arrivati alla frontiera è il più recente provvedimento usato come deterrente per ridurre le entrate di gente disperata che spesso fugge alla situazione tragica dell’America Centrale ma anche di altri Paesi costretti a rischiare la vita alla ricerca di un futuro migliore.

La linea dura dell’amministrazione Trump sull’immigrazione però non sta funzionando né dal punto di visto pratico né morale. La separazione dei figli dai genitori, che Sessions condanna prima che vengano giudicati, contrasta con l’idealismo degli Stati Uniti come una nazione di immigrati. Un’idea che l’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mai usato nella campagna politica né con la sua amministrazione. La questione degli immigrati per Trump consiste di fermarli tutti perché rappresentano un pericolo per la sicurezza. Difficile capire come gente che sfugge alle guerra e alle gang di narcotrafficanti del’America Centrale possa causare pericoli per gli americani.

La American Civil Right Union (ACLU) ha denunciato il governo americano accusando l’amministrazione Trump di mettere in carcere individui innocenti che cercano asilo politico. Nel frattempo continuano le separazioni dei figli dai genitori con effetti persino imbarazzanti. Quando i figli sono separati dai migranti vengono consegnati a funzionari del Dipartimento Health e Human Services (HSS) che li detiene in centri inadeguati, spesso senza riscaldamento, in media una trentina di giorni. Alla fine verranno dati in affido a delle famiglie che possono prendersene cura. Recentemente si è saputo che 1550 di questi giovani sono scomparsi e il governo non sa dove saranno andati a finire. Alcuni saranno scappati di casa ma altri non hanno risposto alle richieste di informazioni fatte dal HSS. Un pugno nell’occhio all’amministrazione Trump incapace di gestire i figli dei migranti i cui genitori sono stati arrestati come criminali comuni.

La linea dura di Trump con gli immigrati non funziona nemmeno dal punto di vista pratico. L’uso della Guardia Nazionale di parecchi Stati al confine col Messico non ha ottenuto i risultati sperati dall’attuale inquilino della Casa Bianca. Negli ultimi tre mesi il numero di arresti alla frontiera è aumentato a 50 mila, 3 volte le cifre del 2017. Il 45esimo presidente non è dunque affatto contento con Kirstjen Michele Nielsen, il segretario della Homeland Security che include l’Ice, la quale ha considerato dimettersi a causa dei rimproveri in pubblico ricevuti dal suo capo.

Come spesso fa, l’attuale inquilino della Casa Bianca, non accetta responsabilità e cerca di assegnare la colpa ad altri. In un suo tweet Trump ha accusato i democratici delle pessime leggi che causano l’insicurezza alla frontiera. Dimentica ovviamente che lui è il presidente e che il suo partito controlla ambedue le Camere. Se si tratta di cambiare le leggi dovrebbe dunque avere tutte le armi necessarie per farlo. Trump però non ha fatto nulla per migliorare la questione dell’immigrazione usandola invece per creare insicurezza sostenendo che gli Stati Uniti sono sotto assedio dal di fuori.

L’altra sua soluzione ripetuta ad nauseam durante la campagna elettorale è l’idea della costruzione del famoso muro al confine col Messico. I legislatori repubblicani però non lo vedono come soluzione e non hanno stanziato i fondi necessari. Ma anche se il muro fosse costruito non risolverebbe il problema che ha radici molto profonde al di fuori degli Stati Uniti. Inoltre non risolverebbe la questione di tutti gli immigrati irregolari poiché il 40 percento viene in aereo con visto di studente o di turista e poi decide di rimanere negli Stati Uniti. Ma questi “criminali” sono in linee generali europei o canadesi, invisibili all’ottica di Trump.

L’immigrazione nella storia americana è sempre stata una questione spinosissima. Durante l’amministrazione di Barack Obama ci sono stati degli sforzi per risolvere almeno in parte e temporaneamente la questione. Ciononostante, Obama, Democratico, con due Camere controllate dai Repubblicani, fece poco progresso. Trump ha usato la paura creata dalla cosiddetta “invasione” degli emigranti mescolandola al terrorismo ottenendo consensi alle urne come sta avvenendo anche in Europa con i politici populisti. Non ha però fatto nulla per risolvere la triste situazione delle forze politiche e economiche che costringono la gente dell’America Centrale e del Messico ad abbandonare i loro Paesi. Ciò richiederebbe una politica internazionale diametralmente opposta all’egoismo dell’America First auspicata da Trump.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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  1. Alle 3 italiane, le 9 del mattino a Singapore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incontrato il dittatore nordcoreano Kim Jong-un per un vertice che la stampa internazionale ha definito storico. L’incontro è iniziato con una lunga stretta di mano durata 13 secondi tra Trump e Kim Jong-un. “Non era mai successo – ricorda il Post – che un presidente statunitense in carica stringesse la mano a un leader nordcoreano e in generale i rapporti tra i due paesi sono sempre stati più che tesi”. Sul tavolo del vertice, la trattativa per il disarmo nucleare della Nord Corea e la successiva revoca delle sanzioni internazionali. I due leader hanno avuto due incontri terminati con la firma di un documento di cui non è ancora noto il contenuto. “Il mondo vedrà un cambiamento importante”, ha detto Kim Jong-un dopo che lui e il presidente Trump hanno firmato un documento dopo il loro storico vertice. “Siamo molto orgogliosi di ciò che è accaduto oggi”, ha detto Trump alla cerimonia della firma, come riportano Washington Post e New York Times. Alla domanda se il leader nordcoreano abbia accettato il processo di denuclearizzazione, Trump ha detto: “Stiamo iniziando quel processo molto rapidamente”
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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