martedì, 23 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

La solitudine del riformista Saragat
Pubblicato il 12-06-2018


Penso che molti lettori di questo articolo non sappiano chi sia Giuseppe Saragat. Quelli non più giovani lo ricordano quale Presidente della Repubblica degli anni ’60/70. Penso anche che il suo nome sia generalmente sconosciuto agli studenti, visto che nelle scuole “educazione civica” non si studia quasi più e nel programma di storia non si arriva certamente al dopo guerra. Eppure il politico piemontese ebbe un ruolo fondamentale nella storia del nostro Paese.
Mi sembra dunque quasi inattuale scrivere un articolo su Saragat. Viviamo un altro tempo, un altro secolo. Quasi in un sogno per alcuni, in un incubo per altri. Ci risveglieremo prima o poi. Forse però riflettendo sul passato si può capire, anche per contrasto, il presente. Probabilmente per questo lunedì 11 giugno, in Senato, il Capo dello Stato Mattarella ricorderà Saragat a 30 anni dalla morte, come ha fatto il 12 maggio scorso con le celebrazioni per il settantesimo anniversario dell’elezione di Luigi Einaudi.
Lo stesso Saragat però è stato inattuale nella sua storia politica. Precursore spesso non creduto. Fautore di svolte che gli costarono caro, che non furono capite subito ma che si rivelarono anticipatrici delle tendenze successive. La prima, la più nota, è la cosiddetta “scissione di palazzo Barberini” del gennaio 1947, quando durante il Congresso Socialista ruppe con Pietro Nenni sulla alleanza con i comunisti. Saragat scelse una via opposta, democratica, liberale. Lo accusarono di tradimento. Certo, fu atlantista, fautore della Nato (tema ancora in discussione in questi giorni), alla fine anticomunista cioè antiautoritario. Soltanto quasi 10 anni dopo tutti i Socialisti gli diedero ragione, quando si conobbero i crimini di Stalin e il vero volto della Russia Sovietica (anche della Russia si discute in questi giorni!).
Certamente Saragat ebbe anche grandi onori: ambasciatore a Parigi, dal marzo del ’45 al marzo del ’46; molte volte Ministro degli Esteri e Vice Presidente del Consiglio dei Ministri; infine, nel 1964, Presidente della Repubblica. In questi ruoli incrociò più volte De Gasperi e quindi il Trentino. Quando lo statista di Sella Valsugana incontrò De Gaulle a Parigi nel settembre 1945 c’era lui e ancora Saragat seguì parte del cammino che portò alla “conferenza di Parigi” dell’agosto del ’46. Sul finire del ’64 poco prima di diventare Presidente delle Repubblica, da Ministro degli Esteri, tentò una soluzione per la vertenza sud tirolese (era il tempo degli attentati) che fu respinta dalla SVP. Mantenne sempre rapporti con importanti settori del nostro antifascismo, in particolare con Ernesta Battisti e il figlio Gigino, con Egidio Bacchi e con Danilo Paris deputato Socialista alla Assemblea Costituente.
Da Presidente della Repubblica visitò 2 volte il Trentino. Nel ’66 giunse in una città e in un territorio devastati dall’alluvione. Due anni dopo, nel fatidico ’68, sempre a novembre venne a ricordare i 50 anni dalla fine della Grande Guerra. Una visita con molti applausi e con tante contestazioni da parte di studenti e manifestanti (anche di questo si discute in questi giorni).
Mi pare, a questo punto doveroso ricordare che in occasione di quella visita la Presidenza della Repubblica elargì la somma di circa un miliardo e mezzo di lire che il Comune di Trento destinò alla creazione dell’Auditorium del Centro Culturale “S. Chiara”.
Forse questo succinto elenco di avvenimenti può non interessare, soprattutto in questo tempo di fretta e di incompetenza. Ritorna di nuovo quella “solitudine dei riformisti” con cui, sette anni fa, definivo su questo giornale l’emarginazione che i socialisti sono costretti a subire per le loro idee di rinnovamento. Appunto sempre “inattuali”.
Qualcuno ha paragonato le elezioni del 4 marzo a quelle del 18 aprile 1948. Saragat aveva scelto prima per la democrazia. Noi oggi dobbiamo pensare al nuovo. Tra est e ovest Saragat non ebbe dubbi: rifiutò il blocco sovietico perché illiberale, perché non garantiva e non avrebbe garantito i diritti civili, perché proponeva un modello economico fallimentare. Oggi tutto è cambiato, esistono nuove contrapposizioni che richiedono coraggiose scelte di campo. Ma forse la differenza è ancora tra democrazia e tentazioni autoritarie. O almeno tra apertura e nazionalismo, tra Europa e autarchia, tra inclusione e odio, tra sviluppo economico ordinato e statalismo. Tra riforma e reazione. Da che parte stiamo?
In questa fase non serve, in Trentino come in Italia, chiudersi nelle identità tradizionali anche se fossero della sinistra più coerente e determinata. Occorre schierarsi chiaramente in favore di quella che il Segretario del PSI Nencini ha chiamato “Alleanza per la Repubblica”. Forse per coincidenza anche qui si sta parlando di “Alleanza”. Per il Trentino, per l’Autonomia, per difendere la nostra specificità e soprattutto per difendere le conquiste raggiunte e le buone pratiche dei Governi di Centro Sinistra (da Kessler a Grigolli ad Andreotti e con il nuovo sistema elettorale da Dellai a Pacher a Rossi.
L’accordo tra Lega e M5S non è occasionale, è strategico. È possibile che si ripeta anche alle provinciali di ottobre. E noi cosa facciamo? Prepariamo una coalizione larga, lungimirante. Usiamo parole di verità ai trentini. Magari non ci comprenderanno ora, ma alla fine le idee giuste, concrete, serie si fanno strada. E vincono. Cerchiamo di vincere ora. Sarà meglio per il Trentino!.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale PSI Trento

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