martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Guido Melis e le contraddizioni interne dello Stato fascista
Pubblicato il 01-06-2018


melisIl fascismo è stato un fenomeno “molto più complesso del regime totalitario” che la storiografia ha talvolta rappresentato e che l’immaginario collettivo spesso ha condiviso, accreditando l’idea che la modernizzazione dell’Italia sia stata da esso interrotta. al contrario, Guido Melis, docente di Storia delle istituzioni politiche e di Storia dell’amministrazione pubblica presso l’Università “La Sapienza” di Roma, in “La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista”, sostiene che il fascismo è stato un fenomeno “più articolato e permeabile, ‘poroso’ persino; più ‘monoliticamente pluralista’…; più abitato da interessi differenti di quanto non si sia spesso ritenuto”; esso ha incarnato una pluralità di interessi che, per quanto “tenuti a freno” dall’esoscheletro della dittatura, hanno caratterizzato una dialettica interna che ne ha corroso il progetto di poterli conciliare attraverso il “corporativismo”, sino a condurlo al baratro. Successivamente, quegli stessi interessi, in concorrenza tra loro e che la dittatura aveva tentato invano di “addomesticare”, avranno la possibilità di riproporsi e di continuare a caratterizzare la tradizionale vita politica del Paese, reinnestandola sul “tronco” dell’instabile situazione politico-sociale del primo dopoguerra, che il fascismo aveva inteso di superare.

La narrazione di Melis “fila liscia” e convincente, perché supportata da prove documentali, snodandosi dall’avvento del fascismo sino alla sua caduta. Il 30 ottobre del 1922 – afferma l’autore – “Mussolini, salendo per la prima volta al governo ‘senza la tradizionale carriera’, homo novus per eccellenza, avrebbe impersonato, per contenuti, modi di porsi, persino per stile, un modello radicalmente alternativo a quello del vecchio mondo liberale”; egli accedeva, attraverso la “piazza”, al governo di uno Stato alla cui organizzazione il fascismo-movimento non aveva dedicato una sufficiente riflessione, convinto di poterne facilmente indirizzare i “meccanismi” sottostanti, solo grazie ad un loro rigido controllo. Non si trattava – osserva Melis – di un’idea nuova, in quanto era ormai diffuso a livello europeo il convincimento che le emergenze nate con la fine della Grande guerra potessero essere affrontate in modo appropriato solo attraverso una forte premiership.

Questo convincimento ha dato inizio a una radicale trasformazione delle istituzioni pubbliche, che il Parlamento, profondamente diviso, e l’introduzione di nuove regole elettorali non hanno potuto impedire; il risultato è stato la messa a punto di una struttura di governo, non più fondato sul tradizionale “check and bilance”, ma sull’azione di un esecutivo che assumeva direttamente le decisioni, per poi proporle al Parlamento perché le trasformasse in legge. I cambiamenti apportati alla struttura del governo nel primo periodo dell’avvento del fascismo al potere – afferma Melis – hanno riguardato, dunque, gli “equilibri di potere al suo interno, il gioco spesso sotterraneo delle influenze e delle concorrenze […] tra ministri e ministri e tra ministri e ministeri. Qualcosa di impercettibile all’esterno […], che spesso sfuggiva alla prescrizione normativa e investiva le prassi di governo nel loro farsi quotidiano”.

A condurre il mutamento è stato lo stesso Mussolini, il quale, per tutto il ventennio della dittatura, ha esercitato un’”incisiva attività direttiva, coadiuvato prevalentemente dalla sua “Segreteria particolare” e dal Ministero delle finanze, in quanto “pendant necessario ai poteri accresciuti della Presidenza”. Sino alle leggi eccezionali, adottate tra il 1925 e il 1926, il governo fascista si è conservato, almeno formalmente, entro i limiti della Costituzione vigente, fatta eccezione per l’istituzione, nel 1923, della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che è valsa ad erodere parte delle prerogative del sovrano. L’equilibrio tra fascismo e monarchia, realizzatosi dopo la nomina di Mussolini a capo del governo, con l’adozione delle leggi eccezionali ha rischiato di rompersi, salvo ricomporsi “su nuove basi con la piena adesione del Re alla svolta autoritaria”.

La ricomposizione dell’equilibrio tra fascismo e monarchia, fondata sulla legge del 24 dicembre 1925 (disciplinante le attribuzioni e le prerogative del capo del governo), si è poi protratta sino al 25 luglio del 1943, nonostante che, con una legge del 1926, fosse stato dato all’esecutivo il potere di emanare norme giuridiche che facevano rientrare nelle prerogative del governo anche quella “di emanare disposizioni concernenti l’organizzazione ed il funzionamento dei pubblici uffici”. La modifica dell’assetto della divisione tra i poteri dello Stato è stata ulteriormente radicalizzata con la successiva “costituzionalizzazione” del Gran Consiglio del fascismo; questo organo, in virtù delle attribuzioni assegnategli, ha rappresentato un vulnus irreparabile della costituzionalità dello Stato, in quanto un organo di partito diveniva una componente delle istituzioni che lo esprimevano.

È stata così inaugura la prassi di un governo diarchico, rappresentato dalla coesistenza della Corona e del fascismo nel governo del Paese; ma Mussolini, “unendo alle sue prerogative istituzionali quelle derivantegli dalla direzione politica del Gran consiglio”, ha potuto esercitare “naturalmente nella diarchia un protagonismo di fatto, concentrando nella sua persona tutto il potere esecutivo e in gran parte quello legislativo”. Solo nelle ore drammatiche del 25 luglio 1943, la Corona riacquisterà i suoi poteri, rimasti pressoché ininfluenti durante il ventennio dell’era fascista.

Parallelamente al mutamento istituzionale impresso all’organizzazione dello Stato italiano da Mussolini, la politica fascista ha dato origine, nell’arco dell’intero ventennio, alla proliferazione di una miriade di enti pubblici; la nuova dirigenza tecnico-amministrativa ad essi preposta, ha proceduto alla regolazione dei diversi aspetti della vita della società civile italiana, ai fini della la sua trasformazione in senso corporativistico. Questa trasformazione, iniziata nel 1922, con la costituzione della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, si è protratta fino al 1939, con la costituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni; il fatto che per l’introduzione dell’ordinamento corporativo siano stati necessari circa 17 anni dell’intero arco temporale della dittatura evidenzia – afferma Melis – che la “natura processuale” della corporativizzazione della società italiana, già di per sé stessa, ne denotava “le difficoltà di attuazione”.

Se l’ordinamento corporativo doveva costituire la riforma con cui “conferire nuovo ordine all’intero sistema economico-politico-istituzionale”, i tempi lunghi e le difficoltà che il regime ha dovuto superare legittimano l’ipotesi che essa (la riforma) è stata “tardiva, tormentata e in gran larga misura destinata a restare irrisolta”, in quanto, secondo Melis, si sarebbe dimostrata inadeguata per “imporre una visione unitaria” del progetto corporativo; ciò sarebbe accaduto per via del fatto che l’ordinamento corporativo (nei limiti in cui è stato possibile attuarlo) si sarebbe dimostrato inadeguato rispetto alla risoluzione del “paradosso teorico, prima ancora che pratico, di uno Stato che, restando di fatto custode e garante della proprietà privata”, voleva proporsi come regolatore dell’economia attraverso l’introduzione della programmazione. L’adozione di questa e dello strumento col quale esercitarla, il “Piano”, ha suscitato un esteso conflitto tra tutte le parti coinvolte; il che ha compromesso i meccanismi decisionali coi quali si sarebbe dovuta governare l’economia nell’Italia fascista.

Il risultato – continua Melis – è stato “un compromesso” che non ha condizionato l’autonomia decisionale dell’imprenditorialità privata, la cui ostilità ha significato una sostanziale sconfitta per la soluzione dirigistico-istituzionale disegnata dall’ordinamento corporativo; ciò è accaduto perché, secondo Melis, il fascismo pretendeva di regolare un’economia che, dopo diversi anni dall’inizio della realizzazione del progetto corporativo, risultava ancora controllata dalla “vecchia élite industriale e agraria del dopoguerra con il suo sistema di potere”; una élite, appunto, che rifiutava di introdurre nelle modalità di gestione delle attività produttive lo strumento, il piano, al quale lo Stato fascista avrebbe dovuto adeguarsi, perdendo la sua originaria forma burocratica, per divenire l’ispiratore dei contenuti della pianificazione e la guida della sua attuazione. Tutto ciò sarebbe dovuto avvenire fuori da ogni burocratico statalismo, in quanto, col piano, l’”autogoverno economico da parte dei produttori” avrebbe dovuto sostituire la struttura gerarchica delle loro relazioni, propria di una società divisa in classi in conflitto tra loro.

La lentezza e le opposizioni che ne hanno caratterizzato la realizzazione non hanno mancato di suscitare reazioni da parte dei più fedeli sostenitori dello Stato corporativo, propensi a mobilitarsi perché si “andasse oltre” l’attuazione del corporativismo storicamente posto in essere; ma questa pretesa ha fatto solo emergere la realtà di un corporativismo irrealizzato, sia nella sua versione più radicale, che in quella di una versione alternativa più moderata. Ciò accadeva – afferma Melis – quando l’Italia era già coinvolta in una guerra, che segnava un limite invalicabile alle velleità rivoluzionarie del fascismo. “Il suo tempo ‘rivoluzionario’ il fascismo lo aveva avuto nei vent’anni precedenti, ma lo aveva lasciato scadere. Ora era troppo tardi”.

In conclusione, secondo Melis, all’indomani della fine del primo conflitto mondiale, il fascismo aveva inteso risolvere i problemi che agitavano la società italiana attraverso un radicale stravolgimento delle istituzioni dello Stato costituzionale; ciò, al fine di introdurre in Italia un ordinamento corporativo che, nei limiti in cui è stato realizzato, si è tradotto in una “macchina imperfetta”, in quanto il dirigismo statale che essa implicava è stato rifiutato da quelle stesse forze cui andavano ricondotti i problemi che avevano concorso a creare le condizioni per l’affermazione del fascismo. Quest’ultimo è, dunque, fallito per le sue contraddizioni interne, ovvero perché la risposta istituzionale che esso ha inteso proporre per la soluzione dei problemi della società italiana non è stata condivisa, anzi rifiutata, da quelle stesse forze che originariamente ne avevano consentito l’affermazione. Dopo la caduta della dittatura fascista, l’ordinamento corporativo realizzato si è “rotto” come il vaso di Pandora; sono così riemerse, riproponendosi nella riconquistata democrazia italiana, quelle stesse forze che, dopo aver favorito l’ascesa del fascismo, ne avevano causato la caduta.

A questo punto, viene spontanea una domanda. Queste forze sociali, liberate dal fantasma del dirigismo statalista proposto dal fascismo, hanno poi contribuito, in democrazia, a favorire la modernizzazione politico-sociale del Paese? È plausibile nutrire qualche dubbio in proposito. Certo, se si pensa che nei primi decenni di vita democratica, l’Italia è passata, da una posizione che la vedeva “relegata” alla periferia del mondo, ad essere uno dei Paesi economicamente più avanzati, è indubbio che la modernizzazione vi è stata; ma è stata solo di natura economica. Le opportunità offerte dal passaggio del Paese dalla periferia al centro del mondo sono state originate, però, non dalle forze imprenditoriali democratiche, ma dall’estero, ovvero dal sistema di relazioni internazionali all’interno del quale il Paese ha avuto la “fortuna” di trovarsi collocato.

Di tali opportunità si sono avvalse quelle forze esprimenti la continuità dei valori e delle propensioni di quelle pre-fasciste e di quelle che si erano opportunisticamente “intruppate” nel fascismo; ma gli egoismi di cui erano portatrici (responsabili anche le ideologie contrapposte dopo il ricupero della democrazia) sono valsi a riproporre un problema della società italiana mai risolto, ovvero le divisioni sociali preunitarie, che il processo di unificazione del Paese aveva conservato intatte e che ne caratterizzeranno la vita politica, prima, durante e dopo l’esperienza della dittatura fascista, costituendo e che costituiranno una delle cause della debolezza su piano politico-sociale dell’Italia di oggi.

Ironia della sorte, fra i lasciti del fascismo alla riconquistata democrazia vanno annoverate l’organizzazione e l’esperienza connesse alla “nascita dello Stato imprenditore”, al cui operato, dopo essere sopravvissuto al fascismo, va riconosciuto il merito di aver promosso e presidiato il processo di sviluppo economico del dopoguerra, e di aver rappresentato l’unico baluardo al prevalere degli egoismi dell’imprenditorialità privata; non è casuale che tale imprenditorialità, complici le forze antifasciste, sia stata successivamente “liquidata”, portando il Paese ad “incagliarsi” nella palude di una crisi nella quale sembra destinato a sprofondare sempre più.

Gianfranco Sabattini

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