giovedì, 21 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Andrea Zirilli:
Una nuova fase per il lavoro
Pubblicato il 05-06-2018


“La prima preoccupazione del Governo saranno i diritti sociali che sono stati progressivamente smantellati, con i risultati che conosciamo: milioni di disoccupati. È ora di dire che i cittadini italiani hanno diritto a un salario minimo orario, affinché nessuno venga più sfruttato, hanno diritto a un reddito di cittadinanza e a un reinserimento al lavoro qualora si ritrovino disoccupati”. Queste le parole del Neo premier Conte al Senato. C’è un passaggio in più che manca, che ci suggeriva il Santo Padre in un discorso in Sardegna qualche tempo fa: “la cultura del lavoro, in confronto a quella dell’assistenzialismo, implica l’educazione al lavoro fin da giovani, l’accompagnamento al lavoro, la dignità per ogni attività lavorativa, la condivisione del lavoro e l’eliminazione di ogni lavoro nero”.
In Italia, il mercato del lavoro è da anni sottoposto a continue trasformazioni, sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta. Le esigenze di competitività e d’innovazione delle aziende incidono sull’organizzazione del lavoro, sulla delocalizzazione produttiva e sull’esternalizzazione delle attività produttive. Questi cambiamenti, dal lato della domanda, hanno evidenziato un mercato del lavoro flessibile in cui è più facile, dover cambiare il lavoro, è più facile, trovare un lavoro temporaneo piuttosto che un lavoro stabile, è più facile infine, trovare il lavoro se si hanno già esperienze lavorative e quindi maggiori competenze professionali. Di conseguenza, oltre alle tradizionali contrapposizioni tra chi ha un lavoro e chi non lo ha, si deve considerare il rapporto tra chi ha un lavoro continuativo e chi no, chi ha un lavoro tutelato e chi no, chi ha un lavoro professionalizzato e chi no. La mancanza di norme e strumenti contrattuali adeguati a governare il cambiamento, espone soprattutto a pericoli i più deboli, per i quali la flessibilità rischia di trasformarsi in precarietà. La flessibilità, deve essere sorretta da regole e tutele adeguate: senza tali elementi la flessibilità, si trasforma in mera competizione basata sul costo, sganciata dai processi di valorizzazione del “valore” lavoro e fonte solo di mera precarietà.
Già lo stesso Marco Biagi, nel 2001 nel Libro Bianco sul mercato del lavoro, tendeva a differenziare in maniera molto chiara i due concetti di flessibilità e precarietà, sostenendo che “un mercato del lavoro flessibile, deve anche migliorare la qualità, oltre che la quantità dei posti di lavoro, rendere più fluido l’incontro tra obiettivi e desideri delle imprese e dei lavoratori e consentire ai singoli individui di cogliere le opportunità lavorative più proficue, evitando che essi rimangano intrappolati in situazioni a rischio di forte esclusione sociale”.
Un modello di flexicurity italiano dovrebbe caratterizzarsi per una maggiore flessibilità accompagnata da protezioni forti per i lavoratori e i disoccupati, e dovrebbe anche poter contare anche su azioni di stimolo all’ingresso e al reinserimento nel mercato del lavoro. Un ruolo di primo ordine è affidata alla formazione, identificata come uno strumento di crescita del capitale umano e sociale dei singoli; essa, dovrebbe differenziarsi in programmi diretti a contribuire ad un incontro tra domanda e offerta di lavoro per i giovani, ma anche, e soprattutto, per i lavoratori, secondo un approccio di life long learning, in cui l’attività lavorativa è accompagnata dal continuo aggiornamento delle professionalità per garantire l’accesso alle opportunità di impiego e consentire agli occupati di affrontare con serenità le transizioni professionali.
Per questo reputo importante incentivare il ruolo strategico delle agenzie per il lavoro. Grazie alle agenzie si sa di non andare incontro ad un lavoro precario: c’è certezza retributiva, c’è la formazione per migliorare le competenze e, migliorando queste, cresce il tasso di “occupabilità” o la spendibilità del soggetto sul mercato del lavoro. E’ come se il lavoratore avesse due datori di lavoro: l’azienda utilizzatrice che impiega il lavoratore e la fa lavorare (nel senso stretto del termine), mentre l’agenzia del lavoro si occupa del lavoratore sul mercato del lavoro, non lasciando il lavoratore mai abbandonato a se stesso. Ecco perché incentivando e sostenendo il ruolo delle Agenzie per il lavoro, il Premier potrà avere una risposta alle sue preoccupazioni: non c’è mai sfruttamento ma professionalità nell’intermediare domanda e offerta di lavoro, efficacia nell’inserire le persone in percorsi formativi e di continuità professionale ed infine capacità nell’accompagnare i lavoratori in percorsi di ricollocazione professionale.

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