mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Eugenio Galioto:
La fortezza Europa e l’afasia della sinistra
Pubblicato il 18-06-2018


Considerando il dibattito sui social in questi giorni, così come le dichiarazione ufficiali di parlamentari e forze politiche sembrerebbe che a sinistra non si faccia altro che replicare al salvinismo incalzante con dell’inopportuno e inutile politically correct.
Non serve a niente sciorinare statistiche su statistiche (come ad esempio le cifre dell’accoglienza), così come è del tutto fuorviante far leva sui principi etici. Tutto ciò non muove nulla in termini di consenso. I frames attivati, infatti, non si distruggono né ergendosi a paladini della verità, né appellandosi moralmente alla buona condotta.
Più si ripete “non pensare all’elefante”, e più inevitabilmente si finisce per pensarci, come ci insegna Lakoff.

Allora che fare?
Credo che una sinistra che voglia porsi come alternativa e rilanciare la propria azione dovrebbe prendere parola su Dublino, sulla necessità di rivedere il trattato. E rivederlo, a partire dalle responsabilità che hanno avuto alcuni Paesi europei nell’aver fatto del Medioriente una polveriera e della sua ricchezza un pozzo prosciugato.
Dunque far pagare i “debiti di guerra” a chi ha contribuito in questi anni a “esportare democrazia” con le bombe, regalando miseria e distruzione.
Ecco, quei Paesi che, finanche con azioni unilaterali (dov’è l’Europa da chiamare in causa, quando non si tratta di euro e di mercati!?), hanno dimostrato di essere spregiudicati quando si tratta di accaparrarsi il bottino da portarsi a casa, dovrebbero farsi carico in primo luogo dell’accoglienza dei popoli che colonizzano (ops… dei popoli che vanno a liberare, “a casa loro”, con guerre umanitarie).

Sicuramente, i signori di questi Paesi ci penserebbero due volte prima di dar lezioni di civiltà, chiamando “vomitevoli” le decisioni di un altro Paese sovrano.
La revisione del trattato di Dublino, in questo senso, potrebbe innescare un confronto critico tra i Paesi europei dal cui conflitto sarebbe impossibile uscirne se non con l’avvio di un reale processo di rifondazione dell’Europa.

Una sinistra che voglia ritornare a essere presente nel panorama politico non può prescindere dal parlare della miseria e della guerra che l’Occidente capitalista crea ogni giorno e della necessità per l’Occidente di farsi carico delle conseguenze. A livello europeo certamente, ma innanzitutto a partire da chi ha più responsabilità.
Sarebbe una sinistra capace finalmente di produrre un discorso autonomo, evitando di cadere nella trappola di inseguire il consenso di elettorati altrui (ricordate i manifesti para-leghisti del PD di Renzi “aiutiamoli a casa loro?) o, per contro, di gridare in ogni dove “Allarmi, al fascismo!”, quando i problemi avvertiti dai cittadini sono ben altri che il timore dell’olio di ricino e del manganello.

Una sinistra non afasica, non moraleggiante e soprattutto non ipocrita (già dimenticato gli accordi libici?), che si impegni, anche mostrando i muscoli, a trasformare l’Europa; che sia capace, per dirla con Nanni Moretti, di dire “qualcosa di sinistra”, producendo e trasformando il senso comune, anziché piegarsi ad esso, sottostando ai suoi frames.
In definitiva, una sinistra che conosca il vento e sappia, al momento opportuno, dispiegare le vele per seguire la propria rotta, senza cedere alle sirene né del populismo salviniano, né dell’establishment.

Peccato solo che, al momento, questa nave all’orizzonte non si veda neanche col cannocchiale.

Eugenio Galioto

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