sabato, 15 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Luciano Masolini:
Vallecchi e l’Eroe dei due mondi
Pubblicato il 01-06-2018


Nel 1948 presso il prestigioso marchio fiorentino delle edizioni Vallecchi comparve un allettante libro di ricordi sull’Eroe dei due  mondi. Al testo, dalla bella ed espressiva prosa e pure molto veritiero in quanto scritto proprio direttamente dalla figlia di Garibaldi, Clelia (1867-1959), era stato posto il titolo “Mio padre”. Nel volume tra le varie fotografie, che ne arricchiscono ulteriormente il contenuto, vi è anche quella resasi famosa (almeno nell’iconografia garibaldina) di un decorativo calendario fermatosi alla data del 2 giugno 1882, proprio il giorno della morte di Garibaldi. Clelia, che tantissimo aveva amato suo padre e che visse tutta la sua esistenza prodigandosi per onorarne la memoria, con la sua deliziosa scrittura rammentò così quel suo brutto e doloroso momento: “(…) Nel pomeriggio del giorno 2, forse presentendo l’immane catastrofe, ci mandarono Manlio (il fratello di Clelia, nda) ed io, giù al mare accompagnati dalla zio Pietro, con la scusa che si doveva attendere l’arrivo del piroscafo con il professor Albanese. Appena via noi, raccontava mamma, due capinere vennero a posarsi sul davanzale della finestra della camera di mio Padre, dove, di solito, essendo quella la camera da pranzo, tutti i giorni si erano messe briciole di pane per gli uccellini. Mamma, temendo che le capinere col loro cinguettio, dessero noia a Papà, cercava di mandarle via; ma egli le disse piano: “Francesca (Francesca Armosino, terza moglie di Garibaldi, nda), non le scacciare; forse sono le anime delle nostre bambine che vengono a prendermi”. Poi chiese di Manlio, e saputo che era andato al mare pregò di avvertire lo zio Pietro che era con lui di riaccompagnarlo al più presto a casa poiché desiderava vederlo. Le sue condizioni si aggravavano sempre più. Mamma capì che era ormai la fine. Ma non si fece accorgere di nulla. Lo carezzava col dolce viso di sempre, e porgeva l’orecchio ad ogni sua parola, che spesso risultava incomprensibile. Chiaramente ella, però, lo sentì dire: “Muoio col dolore di non vedere redente Trento e Trieste !”. Poi, più nulla. Si spense proprio come un lume (erano esattamente le 18:20, nda). Poco dopo lo zio Vincenzo ci raggiunse al mare, dicendoci semplicemente di ritornare a casa. Mi colpì il fatto, tornando, che, nonostante fosse ancora giorno, un grande chiarore artificiale si scorgesse nella camera di Papà. Capii che erano state accese tutte le candele della grande lumiera. Non ebbi bisogno di domandare nulla per comprendere ciò che era successo. Entrata in casa, senza voler veder nessuno, entrai in camera mia, mi gettai sul letto e rimasi sola piangendo silenziosamente per tutta la notte…”. Da quel tardo pomeriggio di venerdì 2 giugno la salma del Generale rimase esposta per una settimana, migliaia le persone che giunsero a Caprera a rendergli omaggio. Il suo desiderio era quello di essere cremato ne aveva, infatti, più volte già date scrupolose indicazioni. Ma i tanti amici garibaldini mossi dal forte desiderio di conservarne il suo corpo, tradendo la sua volontà, optarono invece per l’imbalsamazione.

Luciano Masolini

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