mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Sinistra e Caviale
Pubblicato il 25-06-2018


pd elezioniE ancora una volta è débâcle in casa Pd. Dopo la disfatta del referendum del 4 dicembre e l’umiliazione del 4 marzo, il partito guidato da Martina subisce una nuova e grave battuta d’arresto, perdendo al ballottaggio in alcune delle più note città rosse: Pisa, Massa e Siena in primis, ma anche nella lombarda Cinisello Balsamo. La sconfitta è ancor più pesante se si pensa alla tradizione politica della Toscana che, insieme all’Emilia Romagna, costituiva il nerbo delle regioni rosse che nemmeno la più grave crisi politica della sinistra (quella del passaggio dal Pci al Pds) aveva potuto scalfire. Martina e Renzi sono riusciti dove Occhetto aveva fallito: distruggere un patrimonio di voti secolare e radicatissimo. Una missione quasi impossibile, per via del fortissimo senso di appartenenza alla ‘ditta’ degli elettori di queste zone, ma che è stata portata a termine all’odierno Pd. A dire il vero questa tendenza era già emersa nel 2017 quando a Sesto San Giovanni – l’ex Stalingrado d’Italia – e a Genova aveva vinto il centrodestra. E si era consolidata con le recenti elezioni politiche. Quello delle ultime consultazioni è stato un clamoroso salto di qualità.
Ormai è sempre più chiaro: la sinistra non è più quella delle origini. Non è più quella parte dello schieramento politico che dà voce al popolo minuto e alle istanze dei più deboli, degli oppressi e degli ultimi. Il Pd non è più il partito operaio radicato nei grandi distretti industriali. L’odierno Partito democratico è tutt’altro. È un partito d’élite che disprezza i ceti popolari incolti e «mediocri» (si veda l’intervista di Michele Serra al «Foglio»), chiuso in una turris eburnea da cui vengono lanciati giudizi sprezzanti. Una vera gauche caviar che preferisce incolpare l’elettorato piuttosto che fare i conti con se stessa e con la propria crisi.
In questa fase drammatica non si vedono vie d’uscita, anzi. Il dibattito interno risulta particolarmente autoreferenziale e inconcludente. Lo scontro post elettorale tra Martina e Calenda ne è l’emblema. Mentre il primo parla di cambiamenti radicali e ricostruzione, il secondo propone un ripensamento totale che coinvolga «linguaggio, idee, persone e organizzazione» in modo da allargare e coinvolgere più cittadini nel cosiddetto Fronte Repubblicano che dovrebbe sostituirsi al Pd.
Mentre le lotte intestine dilagano e gli elettori si dileguano, la nave affonda.

Martino Loiacono

Laureato in Lettere, esperto della Storia dell'Italia Repubblicana e appassionato di politica. Mi occupo di comunicazione pubblica e istituzionale.

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Commenti all'articolo
  1. La metafora della nave che affonda è azzeccata, ma va tenuto presente che qui non si è trattato di una avaria o anomalia improvvisa, che provoca un inaspettato naufragio, bensì del sommarsi di falle che potevano essere riparate per tempo, e stupisce che anche la componente socialista di quell’equipaggio non se ne sia accorta, o preoccupata più di tanto (stando almeno alle apparenze, o impressioni).

    Ora sembra che più d’uno voglia abbandonare la nave in difficoltà, ma anche volendosi affidare ad una nuova e diversa imbarcazione non è detto che il problema vada automaticamente a risolversi, se non si sa fin da subito quale direzione imboccare, e quale è il porto di approdo, perché diversamente si può rimanere sempre in balia delle onde e del mare, rischiando così di incorrere in un altro naufragio.

    Fuor di metafora, è sembrato che in questi anni la sinistra abbia preferito “gridare al lupo”, nei confronti del centrodestra, cercando di far passare l’avversario politico come un nemico, o si sia chiusa “in una turris eburnea”, per usare le parole dell’Autore, piuttosto che cercar di capire gli “umori” del Paese, ed impegnarsi poi a darvi risposta, come dovrebbe fare ogni entità politica che aspiri a diventare forza di governo.

    Ora c’è da sperare che il rinchiudersi nella “turris eburnea” e nel “politicamente corretto” non l’abbia resa talmente autoreferenziale da disabituarla ad ascoltare la voce del Paese, e a corrispondervi, perché nella vita democratica dovrebbe valere la logica dei contrappesi, nel senso che qualsiasi Governo, pur bravo che sia, dovrebbe avere una opposizione che possa realisticamente porsi come eventuale alternativa.

    Paolo B. 01.07.2018

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