venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

L’esordio di un’autrice rock e la storia delle sue “Quattro donne”
Pubblicato il 20-06-2018


quattro donne bis

“Quattro donne” è il romanzo d’esordio di Carla Garofalo, celebre avvocato palermitano che ha affidato questa prima composizione alla casa editrice Qanat, per la collana “Quadrifogli” che co-edita l’associazione Flavio Beninati di cui è Presidente.

La vicenda si apre con Giulia che prova a ricomporsi, fisicamente e psicologicamente, immediatamente dopo un incidente stradale. Il narratore supporta molto il personaggio nel suo primo monologo, aiutando la prima delle quattro donne protagoniste a condensare coscienza e ricordi in un qualcosa di coerente.

Nell’ospedale milanese in cui sarà condotta si svolgerà la parte maggiore della storia.
Dal lazzaretto dei Promessi Sposi al letto di malattia di Pinocchio (coi medici Corvo, Civetta e Grillo Parlante), e anche nel cinema dalle Invasioni Barbariche a The Fountain, e via cantando, dove si cura il corpo si cura anche l’anima dai peccati, dalle bugie, dai rancori. Qui le Provvide Sventure ci costringono a fermarci e affrontare gli irrisolti.

Giulia ci appare come una Alice loquace che, nel suo letto, non fa che risvegliarsi da un’incoscienza all’altra: dal coma alle bugie incrostate sulla sua vicenda familiare, un dramma il cui graduale e saporito dipanarsi domina una buona metà dell’azione.

L’altra metà gira intorno alla sua compagna di degenza, Alba. Convitata di Pietra, anzi di gesso, garze e sedativi, che per buona parte del libro se ne starà mugghiante sul proprio letto. Sfinge che attirerà la curiosità di Giulia e della sorella Milena, uscirà dalla crisalide di bendature e misteri in un mozartiano andante in re minore (quello del Commendatore) che avvierà alle conclusioni.

L’avvocato Milena e la collega e amica inglese Charlotte sono i gran caratteri del romanzo.
Ci vengono introdotte e poi narrate come abituate a essere il motore della vita loro e degli altri, ma Quattro donne racconta una parentesi in cui si trovano invece condotte dalle vicissitudini altrui, che aiutano nello sbrogliarsi, partecipandovi con grande respiro di sentimenti.

Gli altri personaggi, soprattutto un medico damerino e una colorita infermiera, non sono parte degli intrecci anche se offrono delle occasioni importanti nel meccanismo narrativo. Intervengono come gli eventi atmosferici dei miti, equivoci ma fatali; sono gli spiriti dell’ospedale, fatti della stessa sostanza di cui sono fatte le attese nosocomiali, le veglie dei congiunti al fianco dei pazienti.

Personaggio impersonale, ma comunque molto invadente, è il Destino, che non si preoccupa affatto del verosimile: sono gli imponenti sentimenti delle quattro donne a ingombrare di credibilità, di vita, la storia. C’è da rilevare un altro agente improprio nella caldaia narrativa, anche se non viene mai descritto apertamente si fa strada nell’opera mostrando la volontà di farsi personaggio: l’intelligenza.

Certo, intelligente è l’acuta e magica Milena, intelligente è la metodica Charlotte, intelligente è la sensibile Giulia e intelligente è la penetrante Alba. L’intelligenza però non si accontenta di essere una dote, è in cerca di un personaggio e allora prova a incarnarsi ma si incarta, ìn un libro, anzi nel nome del suo autore, con cui quasi tutti i personaggi dimostrano di avere gran confidenza: Pirandello.

Luigi Pirandello viene evocato nella storia e invocato nella dedica e in citazioni-preghiere, tutte pie devozioni. Ma Pirandello per le protagoniste e per l’autrice non è solo Pirandello, Pirandello è l’intelligenza.

Di Pirandello anche un altro immenso tema, quello dell’identità, anche di genere. Essere veramente noi stessi? Come si fa però a essere pienamente noi stessi rinunciando a quelle parti, superfetazioni ma comunque nostre, che danno agli altri e a noi stessi l’impressione di non esserlo? L’ipocrisia e la confusione, la menzogna e lo sradicamento sono componenti identitarie e allora l’accento si sposta sulla liberazione, se non addirittura sulla salvezza. Che spesso dovremmo darci l’un l’altro.

Dar conto e darsi conto dunque, e significato, chiamare le cose e le persone col loro vero nome e se stessi con il proprio vero nome, anche autobattezzandosi, fare chiarezza. Così come chiaro è il linguaggio che permea i monologhi e anima i dialoghi, non soltanto nella loro funzione narrativa ma anche nella composizione letteraria. Ogni monologo è un safari nell’intelligenza dei personaggi, dal primo cartesianeggiante ai successivi meno metodologici, ma sempre con una invidiabile chiarezza.

L’autrice scrive come parla, non si perde mai di casa, è semplice e senza pretese di cambiare il mondo.

La scrittura della Garofalo è elettrica e ha una ricca sezione ritmica, non si spaventa di alterarsi quasi fino alla dissonanza senza perdere mai l’intonazione e la semplicità. Possiamo definirla un’autrice rock.

Conduce il lettore senza forzargli il passo, ogni tanto una ben misurata sosta che subito riparte senza lasciare nulla di inevaso, sempre prima che possa scattare la noia e dando sempre nuovi motivi per continuare a leggere.

Non c’è traccia di autocompiacemnto, una pulizia che raramente si incontra nelle opere prime. C’è infatti da ribadire che la dimestichezza con le parole della Garofalo viene dalla sua professione di avvocato, una professione in cui ha raggiunto grandi vette, svolgendola sempre con grinta ma soprattutto con intelligenza, dimostrando come questo lavoro può essere svolto con una grande attitudine intellettuale, proprio per le numerose occasioni di confronto con le miserie umane quotidiane e straordinarie. Vale la pena infatti concludere accennando a un saggio che ci dà della sua disposizione di avvocato come interprete dell’Umano: nel corso degli eventi narrati nel libro, fa più volte capolino, per poi assumere la forma di una vera e propria digressione, la ricalcatura di un notorio fatto di cronaca nera, poi evento giudiziario e fenomeno mediatico e caso giurisprudenziale e criminologico che tutti i lettori riconosceranno agilmente.

Roberto Sajeva

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