TUTTO DA RIFARE

ilvaIl ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, rispondendo ad una interpellanza urgente alla Camera dei Deputati sulla questione dell’Ilva, ha affermato: “Le criticità segnalate dall’Anac sulla procedura di gara dell’Ilva sono macigni, sono gravissime e questo governo non può continuare a far finta di niente come è stato fatto per troppo tempo: chiederò immediatamente chiarimenti ai commissari Ilva, aprirò un’indagine interna al ministero e chiederò il parere all’Avvocatura dello Stato. La procedura di gara è stata un pasticcio  con regole cambiate in corsa. C’era chi ci prendeva in giro perché stavamo perdendo tempo a studiare 23mila pagine. Invece, abbiamo fatto bene e  l’Anac ha confermato tutte le criticità e che le nostre preoccupazioni erano fondate. Tra le criticità della procedura c’è anche quello dei rilanci, tema scritto malissimo e in maniera confusa, che ha consentito l’aggiudicazione ad ArcelorMittal rispetto ad AcciaItalia, la cui offerta era migliore sul piano ambientale e occupazionale. Il primo pasticcio riguarda la tempistica dell’attuazione del piano ambientale e, come ha concluso l’Anac, ha leso il principio di concorrenza. Quando è stata bandita la gara, il 5 gennaio del 2016, chi voleva partecipare alla procedura di gara doveva fare un’offerta che prevedeva di attuare il piano ambientale entro il 31 dicembre dello stesso anno. Capirete bene che questa sarebbe stata un’impresa titanica e poche imprese hanno potuto partecipare. Successivamente, il termine è stato posticipato di due anni e poi di ulteriori cinque. Si è arrivati al 2023, sette anni in più e questo avrebbe significato che avrebbero potuto partecipare molte più imprese e avremmo potuto avere molte più offerte e migliori, compresa quella di ArcelorMittal. Non solo: l’azienda non ha poi neanche rispettato i termini intermedi del piano ambientale e questo di per sé, se confermato, sarebbe bastato ad escluderla. E meno male che quelli prima di noi erano i competenti. Ora, ha proseguito, chi ha fatto questa procedura di gara politicamente ne dovrà rispondere. Per questo Governo prima viene la legalità. In questo caso specifico vogliamo andare fino in fondo; capire chi non ha sorvegliato queste criticità, chi si ostina a dire che tutto è in regola. Questo non è assolutamente accettabile. Criticità, quelle messe a fuoco dall’Anac, che sono macigni. Qui si sta giocando con la salute delle persone. Se si è fatto una procedura di gara che non ha messo al centro il massimo delle tutele occupazionali ambientali e le tutele della salute, politicamente ne dovrà rispondere, soprattutto se poi all’interno delle 23mila pagine ci sono le criticità che abbiamo segnalato. Segnalazioni non solo del ministero dello Sviluppo economico ma, tra gli altri, anche di un governatore che di certo non è vicino a questo governo. Quando guardo alla procedura di gara e guardo alla lettera dell’Anac, penso alle persone che in tutti in questi anni hanno segnalato queste cose. Riuscire a decifrare tutti questi atti non è stato semplice ma ne è valsa la pena. Per me sul tavolo, restano sempre le questioni occupazionali e ambientali tant’è vero che ho detto chiaramente ad ArcelorMittal che il loro piano ambientale non era soddisfacente e che devono fare una controproposta che sembra sia per arrivare nei prossime ore per mezzo dei commissari”.

Il ministro, con piglio giustizialista, ha poi detto: Chiederò subito chiarimenti ai commissari e avvierò un’indagine all’interno del ministero. Inoltre, chiederò subito un parere all’Avvocatura dello Stato. Non possiamo continuare a fare finta di niente e intendiamo andare fino in fondo per fare chiarezza”.

Alle parole di Di Maio ha replicato l’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda: “Caro Luigi Di Maio, hai detto in Parlamento cose gravi e false. Minacciare indagini interne al Mise è vergognoso. La responsabilità sulla gara è mia. A differenza tua – ha scritto ancora su Twitter – non ho bisogno di inventarmi manine. E assumiti la responsabilità di annullare la gara se la ritieni viziata”.

Dunque, il Governo giallo-verde sta portando avanti la querelle iniziata dal Governatore Emiliano che però non ha trovato consensi tra le organizzazioni sindacali. La questione sembrava superata con il ministro Calenda, invece, con Di Maio sarebbe tutto da rifare. Nuova incertezza per il Paese arriva dall’acciaieria Ilva che anche Confindustria ha giudicato strategica per l’economia. La prossima puntata sul caso Ilva dovrebbe esserci dopo il pronunciamento dell’Avvocatura dello Stato, o anche delle possibili risposte di Arcelor-Mittal e dell’ex ministro Calenda.

Salvatore Rondello

Emiliano, ILVA: una scala per il paradiso

Stairway to heaven, sembra apparentemente questa la strada che l’Italia sta prendendo col nuovo governo Lega5 stelle, una scala per il paradiso. Un sogno dopo anni di “privilegi rubati”, promesse non mantenute e il solito modello all’italiana del “sta bene la mia pancia, sta bene la mia famiglia”. Siamo entrati nella Terza Repubblica, quella in cui i leggendari viaggi in motocicletta li fa il leggendario Dibba al motto palestinese di “onestah”. A proposito di sogni, c’è chi in Puglia sta facendo sognare con le sue promesse e la sua strenua difesa della “pugliesità”. Mi riferisco al neo-borbonico, fiero esponente di una dinastia ormai perduta, Emiliano, che dell’ILVA ne sta facendo un vero cavallo di battaglia. La crisi dell’ILVA sta attraversando la storia politica degli ultimi anni. Da Monti a Letta, da Letta a Renzi, da Renzi a Gentiloni. Ora tocca al governo Lega-M5S. Come dargli torto, il Siderurgico di Taranto è ormai entrato nei polmoni di tutti, metaforicamente e non solo. Cerchiamo allora di fare una radiografia attenta. Immaginiamo che i destini dell’Ilva in amministrazione straordinaria e di AncelorMittal si separino, come si può immaginare leggendo il contratto di Governo di Lega e Cinque stelle. Il contratto parla chiaro: si prevede «un programma di riconversione economica basato sulla chiusura delle fonti inquinanti». D’altronde, al contrario di quello che si dice, si parla di un impianto ormai logoro, non all’altezza degli standard mondiali, insomma, un impianto ormai vecchio e di media qualità. Il Governo può scegliere tre strade: assegnare gli asset a un nuovo compratore, con il mandato preciso di produrre acciaio «pulito» (qualsiasi cosa voglia dire); imporre lo stesso vincolo ad ArcelorMittal; oppure decidere di smantellare e bonificare completamente l’area, per poi rilanciarla con l’insediamento di nuove realtà green. Emiliano si batte per la bonifica dell’area ed è a favore della green economy.
Dunque immaginando di poter smantellare, si dovrebbe cominciare a liquidare gli asset Ilva. I creditori? Si parla di 2,3 mld di euro. L’alternativa sarebbe modificare il decreto Marzano e mettere a tacere tutti i creditori (strada però poco indicata e percorribile). Quindi dopo aver cacciato l’indiano Mittal, cambiato il decreto Marzano per eliminare il peso di 2,3 mld dei creditori, si passerebbe alla bonifica. Si parla di 1,2 mld (già nella disponibilità della procedura, legati alla transazione con i Riva), circa 36 mesi (a detta degli esperti) per eseguire la bonifica senza considerare eventuali rallentamenti burocratici, pagamento degli stipendi ai circa 14mila addetti al lavoro sulle bonifiche (una stima), oltre che per gli interventi di bonifica e di risanamento. Senza contare il fatto che Ilva dovrebbe restituire anche i 900 milioni ottenuti dal Governo. E la filiera ILVA in Italia? Ne risentirebbe: aumenterebbero le importazioni e forse si perderebbe quel poco di autonomia nazionale del comparto acciaio. Ma noi siamo l’Italia! Passiamo il girone di qualificazione ai Mondiali con tre pareggi e poi si vede! Magari vinciamo i Mondiali! Chiudere l’ILVA costerebbe 3,4 mld di euro. Sognare non costa nulla, caro Emiliano! Ma se reddito, ambiente, salute e lavoro devono coesistere, occorre creare un nuovo modello economico.
Ogni qualvolta, però, si è cercato di imbastire un’equazione risolutiva ne è sempre venuta fuori una disequazione a più variabili. La salute delle persone ha un costo inestimabile ma essa deve essere sostenuta da un progetto serio, di crescita sostenibile e di rilancio economico. Progetto che all’orizzonte non c’è. Armarsi e partire alla conquista del feudo di Aurocastro, caro Emiliano, non fa di te Brancaleone da Norcia bensì al massimo il fido Aquilante. Questo modello di sviluppo economico sembra infatti essere poco chiaro al neo-borbonico che invoca lo smantellamento del mostro ILVA e appoggia la nascita di un nuovo termovalorizzatore a Modugno. Nulla da dire sul termovalorizzatore se realizzato rispettando i dettami europei ma scelta poco in linea col modello di Circular economy e green che sta caratterizzando la discussione del siderurgico di Taranto.
Sono confuso, caro Emiliano, tu che stai facendo della battaglia al mostro anti-ambiente di Taranto il tuo “reddito di cittadinanza” ora appoggi un’iniziativa che va contro la circular economy? Tu che hai fatto della “Casa della partecip-azione” uno slogan, con iniziative in cui al massimo si scorgono i “tirocinanti” della Regione Puglia a rappresentarti, e presenti un Piano di Gestione dei rifiuti confuso, in cui si parla di raccolta differenziata e riuso e poi si butta in mezzo un inceneritore proprio li, vicino Bari, città che hai governato, dimostri di non avere ben chiaro cosa vuoi fare dell’”universo Puglia” a livello ambientale. Evidentemente stai sognando anche tu. Eppure di esempi virtuosi in giro per il Mondo ce ne sono. Basterebbe avere fantasia o, volendo, copiare, caro Emiliano!
L’ILVA è questione assai delicata e la salute dei cittadini è, come già detto, fondamentale ma la mancanza di una proposta alternativa seria e ponderata preoccupa. Questo Paese, e in particolare il sud Italia, non si può permettere di credere ancora a sogni e fantasie.

There’s a lady who’s sure
all that glitters is gold
And she’s buying
a stairway to heaven…

Daniele Cocca

Voucher, intesa nel governo su modifiche Dl dignità

lavoro campi

Da quanto si apprende da fonti di maggioranza governativa, sarebbe stata raggiunta l’intesa tra M5S e Lega sulle principali modifiche da apportare al decreto dignità. Via libera quindi all’ampliamento dell’utilizzo dei voucher in agricoltura e per i settori del turismo e, probabilmente, anche degli enti locali. In arrivo anche, come annunciato dal ministro Luigi Di Maio, gli incentivi alle trasformazioni dei contratti a tempo determinato in contratti stabili, con un meccanismo che restituirà alle imprese i costi aggiuntivi (0,5%) dei rinnovi.

Ma, la Cgil è intervenuta nuovamente sui voucher. Lo aveva già fatto durante il governo Gentiloni costringendolo a limitarne gli utilizzi. Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, sull’ipotesi della reintroduzione dei voucher nel ‘decreto dignità’ in discussione alla Camera, durante una trasmissione a Radio Anch’io, ha affermato: “La posizione della Cgil sui voucher è molto dura e netta. Se fosse vero che vengono riprodotti e allargati penso che bisogna fare una discussione se chiamarlo decreto dignità o decreto liberalizzazione. I voucher sono un perfetto strumento di sfruttamento, Di Maio forse deve mettersi d’accordo con sé stesso su quale è l’obiettivo del provvedimento. Si vuole reintrodurre uno degli strumenti peggiori”.

Alla domanda se la Cgil è pronta a rimobilitarsi come ha già fatto in passato, Camusso ha risposto: “Senza dubbio”. A proposito delle modalità, se con referendum o altro, ha detto: “Vedremo la norma e vedremo gli strumenti. E’ sbagliato non permettere ai cittadini italiani di esprimersi”.

Però, bisognerebbe anche chiedere alla Camusso ed alla Cgil con quali strumenti alternativi intenderebbero contrastare il lavoro in nero da cui ne deriva l’evasione e l’elusione contributiva e fiscale con danni ai lavoratori in termini di prestazioni pensionistiche ma anche di entrate per l’erario.

S. R.

Barbagallo: “Sicurezza sul lavoro bene indisponibile”

BarbagalloAngeletti-UIL

Il 14 luglio scorso, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ha visto ufficialmente la luce il cosiddetto decreto dignità che già tante polemiche e veleni ha sparso, che adesso si trova all’esame del Parlamento che lo dovrà convertire in legge. Sui contenuti di questo decreto, e su altri temi di attualità legati al mondo del lavoro, abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil.

Segretario Barbagallo, qual è il giudizio della Uil sul decreto dignità varato di recente dall’attuale Governo?
Le novità introdotte dal cosiddetto decreto dignità in materia di lavoro, rappresentano per la Uil un primo, seppur debole, passo verso un miglior bilanciamento di tutele e diritti per le lavoratrici e lavoratori. In particolare, la regolamentazione in materia di delocalizzazione è in sintonia con le proposte avanzate dalla Uil. Così come ci trovano concordi le misure per il contrasto alla ludopatia. Non condividiamo, invece, l’introduzione del criterio di “equipollenza” tra contratti a termine diretti e in somministrazione, considerata la differenza di natura e finalità che li caratterizza. Siamo, però, favorevoli alla reintroduzione delle causali, di cui sarebbe auspicabile un ritorno anche per il primo contratto a tempo determinato. Manca, invece, una normativa di “raccordo” tra la precedente disciplina e quella attuale. Ci riferiamo, in particolare, a un periodo transitorio che consenta, senza perdite occupazionali, proroghe e rinnovi per i contratti in essere.

Quali considerazioni trarre dalla verifica dei dati della rappresentanza sindacali, richiesta recentemente dal ministro Di Maio? Va nell’ottica dell’imbavagliare i sindacati? E c’è qualche sindacato “amico” o che ha comunque in gran simpatia l’attuale governo e il ministro del lavoro?
Non vedo questi “rischi”. La questione è un’altra e la nostra posizione al riguardo è semplice e chiara. Il vice premier Di Maio chiede una verifica dei dati relativi alla rappresentanza sindacale? Noi siamo prontissimi. Peraltro, per avere chiaro il quadro della rappresentatività dei sindacati, basta leggere i risultati delle consultazioni elettorali che, sistematicamente e a scrutinio segreto, si svolgono in tutti i luoghi di lavoro, coinvolgendo tutti i lavoratori.  Ad esempio, nelle recenti elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego, dove esiste già una legge che regolamenta il tutto, ha votato circa il 90% dei lavoratori coinvolti. Il livello di partecipazione, dunque, è stato altissimo ed è stata così confermata la volontà di farsi rappresentare, in particolare, dal sindacato confederale per la tutela dei propri interessi e la difesa dei propri diritti. Ovviamente, si vota anche in tutti i luoghi di lavoro del settore privato e gli esiti emersi dalle singole imprese sono conosciuti e pubblicizzati. Anche in questo caso, peraltro, c’è già un’intesa tra sindacati e associazioni imprenditoriali per la verifica e la misurazione della rappresentanza: occorre, semplicemente, che venga applicata in toto per avere un quadro complessivo e generalizzato della rappresentatività. A tal proposito, il sistema delle imprese, da un lato, e il Ministero del lavoro, dall’altro, hanno da svolgere alcune incombenze. Insomma, quanto “pesano” i sindacati è cosa nota e se occorre qualche intervento per ufficializzare e pubblicizzare questo dato, la Uil è a disposizione.

Parliamo del caporalato: come combattere questo ritorno a uno sfruttamento che ricorda molto da vicino il mercato degli schiavi?
Nonostante tutti gli sforzi messi in campo e i provvedimenti varati anche su sollecitazione del sindacato, il caporalato continua a essere una piaga per il mondo del lavoro. Per debellare questo fenomeno, bisogna aumentare i controlli e tenere alta la vigilanza sul territorio. Su questo fronte, la Uil sta conducendo una battaglia in prima linea, anche con sacrifici personali e rischi per la propria incolumità di alcuni nostri attivisti. Bisogna proseguire su questo terreno ed estirpare la mala pianta. La cosa paradossale, però, è che accanto a un caporalato, per così dire, “tradizionale”, c’è anche un nuovo caporalato che si sta affermando, con il cosiddetto nuovo che avanza. Alcune imprese 4.0, soprattutto multinazionali, attraverso le piattaforme digitali e tramite app, offrono lavoretti senza garanzie e tutele contrattuali. Insomma, siamo di fronte a una sorta di caporalato 4.0 che pone problemi altrettanto seri e che sfrutta soprattutto le difficoltà e le necessità dei giovani. Tutto ciò fa capire perché ci sia sempre più bisogno di sindacato e perché la nostra battaglia debba proseguire con maggior vigore e determinazione, nonostante alcuni attacchino in modo pretestuoso e scomposto il movimento sindacale.

I voucher, che tanto hanno fatto discutere anche la stessa maggioranza di governo, per non parlare dell’opposizione, possono contribuire a limitare il fenomeno o lo aggraverebbero?
In agricoltura, così come nel turismo, l’uso dei voucher non deve essere ampliato, altrimenti aumenta in automatico la precarietà. È dimostrato, infatti, che a una diminuzione dei voucher corrisponde un incremento dei contratti stagionali che, pur essendo improntati a criteri di spiccata flessibilità, preservano alcune importanti tutele per i lavoratori coinvolti. Al contrario, come si allargano le maglie per i voucher, i contratti stagionali diminuiscono. Insomma, in questi specifici settori e in particolari condizioni, esistono già tutti gli strumenti contrattuali per coniugare le esigenze delle imprese con le garanzie ai lavoratori: non è necessario altro.

A proposito di Salvini, sull’accoglienza avete idee ben diverse da quelle del ministro dell’interno? Come dovrebbero affrontare l’Italia e l’Europa il problema delle migrazioni, ormai diventato una sfida epocale?
In questa tragedia, l’Europa continua a essere colpevolmente assente, mentre dovrebbe gestire l’accoglienza, garantendo una ripartizione che tenga conto delle dimensioni dello Stato membro, del Pil e del lavoro disponibile. Intanto, il prezzo continuano a pagarlo i migranti: uomini, donne e bambini. Questo è inaccettabile. Così come è altrettanto inaccettabile che questi esseri umani siano abbandonati a loro stessi, prima vittime di malfattori e delinquenti che si approfittano della loro condizione di bisogno, e poi ostaggio dei contrasti della politica.  Secondo la normativa internazionale e la legge del mare, chi è in pericolo, va soccorso. L’Europa, poi, dovrebbe gestire il successivo smistamento dei flussi.

Per quanto riguarda l’Europea, le attuali spinte nazionaliste e le nuove e vecchie destre, con un forte asse antieuropeo che sta prendendo piede all’interno della stessa Unione, possono portare alla dissoluzione di un sogno lungo settant’anni?
Questa Europa della finanza, dei burocrati e della politica dell’austerità a noi non è mai piaciuta. Ma dall’Europa non si può più prescindere e uscire dall’euro ci costerebbe molto più dei sacrifici fatti per entrarvi. Dobbiamo, invece, contribuire a rifondarla sul sociale, sul lavoro, sullo sviluppo, sui popoli. Soprattutto, dobbiamo imporre regole di solidarietà che valgano sempre e per tutti. Insomma, serve più Europa, con più politiche comuni, a partire da quelle fiscali sino a quelle sulla difesa. Ma i cittadini europei devono potere influire di più sui nuovi assetti e sulle scelte che ne conseguono. Questa è l’Europa che vogliamo, in cui crediamo e che vorremmo trasferire ai nostri figli, quelli della cosiddetta generazione Erasmus. Spetterà forse a loro, forti di questa esperienza di scambi formativi, gettare basi culturali, più solide e più profonde, per la costruzione di un edificio comune più accogliente e meglio organizzato.

Padova, Carrara, Napoli, si allunga sempre di più l’elenco dei morti sul lavoro. Sembra proprio che il diritto alla vita dei lavoratori, degli operai in particolar modo, sia diventato un’optional. Come si può fermare questa strage continua?
Dobbiamo impostare la nostra azione sindacale sapendo che la salute e la sicurezza sono beni indisponibili, sono una precondizione del rapporto di lavoro e un dovere del datore di lavoro. Non basta, però, affermare principi, bisogna salvare vite umane. Pertanto, noi chiederemo che si investa di più in prevenzione e si accrescano i poteri di controllo e interdizione in capo ai rappresentanti per la sicurezza. Al tempo stesso, riteniamo che sia anche necessario costruire sia un sistema di inasprimento delle pene, che in alcuni casi determinati possa fungere da deterrente per comportamenti illegittimi, sia un sistema premiale sulla base di logiche assicurative già operanti.

Antonio Salvatore Sassu

Scrive Lucio Garofalo:
17 anni fa il G8 di Genova

17 anni fa, il 20 luglio del 2001, Carlo Giuliani era un ragazzo di 23 anni. Era nato nel 1978, un anno di notevoli e straordinari mutamenti della società italiana anzitutto sul terreno dei diritti e delle conquiste civili. Basti pensare a due leggi fondamentali promulgate in quell’anno: la legge 180 del 13 maggio 1978 (esattamente 4 giorni dopo gli omicidi di Peppino Impastato e Aldo Moro), meglio nota come Legge Basaglia, che prese il nome da Franco Basaglia, fondatore ed esponente di primo piano del movimento della “Psichiatria Democratica” in Italia ed uno dei principali promotori della riforma psichiatrica, che intervenne a legiferare su una disciplina assai delicata e controversa: “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” (in pratica, abolì l’abominio incivile e disumano dei manicomi); e la legge 194 del 22 maggio 1978, che regolamenta la interruzione volontaria di gravidanza. In altri termini, si tratta di due tra le più significative e preziose conquiste di civiltà giuridica e progresso della società italiana, su cui non sarebbe scorretto avviare una seria ed onesta disamina per vagliare e verificare i limiti e le criticità sociali prodotte da un’applicazione distorta dei succitati provvedimenti legislativi. In ogni caso, il 1978 fu un anno eccezionale ed unico per svariate e molteplici ragioni storiche, politiche, culturali, per le profonde innovazioni dei costumi e delle consuetudini di vita in Italia e nel mondo, dopo un lungo, vivace ed intenso decennio (iniziato nel 1968) contrassegnato da mobilitazioni e contestazioni di massa, da lotte e rivendicazioni politiche e sociali radicali, che furono espresse da un imponente movimento generazionale che mai si era visto di tale entità e portata, di rivolte studentesche ed operaie (in Francia, in Germania e in Italia, più che altrove).

Ebbene, dopo i sommovimenti giovanili insorti nel 1968 e nel 1977, l’apice e, nel contempo, le origini del declino e del riflusso storico-politico e culturale della società italiana, coincisero e si intersecarono (temo) proprio nel 1978. Da quel momento “debuttarono” gli anni del distacco e del disimpegno civile, gli anni del ripiegamento individuale nella sfera esistenziale del privato, gli anni del cosiddetto “edonismo reaganiano”: gli anni Ottanta. Sorvolo sul periodo, che in un certo senso ha assistito ad una successione di mode e di fenomeni socio-culturali all’insegna del conformismo e del consumismo di massa.

Credo che bisognerà attendere proprio la fine degli anni Novanta e l’inizio del 2000 (direi fino al luglio del 2001), per poter vivere una nuova ondata di lotte, di proteste e di proposte messe in campo da un movimento sociale e politico di massa: il “popolo di Seattle”, meglio noto come “movimento no-global”, altrimenti denominato come “movimento dei movimenti”. All’indomani dei drammatici e luttuosi avvenimenti del luglio 2001, durante il G8 a Genova, con l’assassinio del giovane Carlo Giuliani (il 20 luglio), le botte ed i massacri compiuti nella Scuola Diaz, dove la notte del 21 luglio fecero irruzione i Reparti mobili della Polizia di Stato, con il supporto operativo di alcuni battaglioni dei Carabinieri, e gli atti di tortura subiti dai manifestanti presso la caserma di Bolzaneto, temo che quella vasta ed enorme passione civile e politica si spense assieme alla vita di Carlo ed alle speranze dei numerosi attivisti, militanti e simpatizzanti che provenivano da diverse nazioni per dare vita a quel grandioso movimento di massa. L’ultimo al quale anch’io mi convinsi ad aderire, senza esitazioni, con immediata e piena fiducia, con risolutezza e con sincero entusiasmo interiori.

Lucio Garofalo

Ciò che di Marx è ancora “vivo” a duecento anni dalla sua morte

Karl MarxKarl Marx continua a fare discutere di sé, inducendo molti commentatori a porsi la domanda se, per caso, il suo pensiero, o meglio l’esito della sua critica al modo capitalistico di produrre, sia ancora “vivo” o sia “morto”. Così, Antonio Carioti, ha curato la pubblicazione di un libro collettaneo, dal titolo “Karl Marx vivo o morto? Il profeta del comunismo duecento anni dopo”. Il volume raccoglie i contributi di numerosi affermati studiosi di varia ispirazione ideologica (fra i molti: Ernesto Galli della Loggia, Maurizio Ferrera, Michele Salvati, Giulio Giorello, Gianfranco Pasquino), il cui intento è quello di dare una risposta critica alla domanda posta dal titolo del libro di Carioti.

Tra i diversi contributi, quello di Michele Salvati (“Il capitalismo soffre, ma ha la pelle dura”), appare essere il più compiuto; ciò perché egli, realisticamente, rifiutando di porsi all’interno di una prospettiva di filosofia della storia (trappola nella quale spesso cadono critici e apologeti del pensiero marxiano), coglie criticamente, contestualizzando l’analisi che Marx ha condotto sul modo di funzionare del capitalismo, ciò che oggi del pensiero marxiano non è più “vivo”, salvo l’intuizione dell’irrazionalità della ragione economica intrinseca alla logica del capitalismo. Per illustrare in cosa consista questa irrazionalità conviene seguire la narrazione di Salvati riguardo alla rilevanza che il pensiero critico di Marx ha rivestito, e continua a rivestire, nella spiegazione della scaturigine degli effetti negativi prodotti sul sistema sociale dalla la logica di funzionamento del capitalismo.

Marx, dopo aver dato corpo alla sua analisi critica del capitalismo, a cavallo tra la prima e la seconda metà del XIX secolo, dando alle stampe, assieme a Friedrich Engels, il famoso “Manifesto” (nel quale oltre ad essere esaltato il ruolo rivoluzionario e progressista del capitalismo, vene formulata la previsione del suo superamento, per le molte contraddizioni interne che ne rendono instabile e precario il funzionamento), compendia il suo pensiero, in un corpus dottrinario e teorico, sia la critica del capitalismo che la previsione del suo superamento.

A parere di Ernesto Galli della Loggia (“L’egemonia che non c’è più”), la diffusione di tale “corpus” di idee critiche e di previsioni non sarebbe mai andato “oltre l’ambito delle teorie e delle storia economica”. Secondo lo storico, sarebbe priva di risultati significativi la ricerca, prima del 1914, di scrittori che “abbiano manifestato un interesse” per il pensiero marxiano. Fino alla Grande guerra, afferma Galli della Loggia, con la sola eccezione delle Russia, dove la tirannide zarista rendeva urgente il suo superamento, la maggioranza schiacciante dell’intellettualità europea inclinava per lo più “verso posizioni conservatrici e nazionaliste, cariche comunque di fermenti elitari e antidemocratici”. La frattura rappresentata dalla Prima guerra mondiale ha aperto il mondo a una nuova epoca storica.

Nel dopoguerra, caratterizzato da crisi sociali, economiche, politiche ed istituzionali, la previsione del marxismo è apparsa come la sola alternativa alle varie forme di instabilità e, perciò, come l’analisi più convincente delle loro cause, idonea a suggerire la prospettiva di azione politica più adatta al loro superamento. I motivi per cui il marxismo si è imposto, a parere di Salvati, non starebbero prevalentemente nelle sue analisi economiche, ma in “tre caratteri” del messaggio in esse contenuto: il primo espresso dal suo umanesimo, emergente dal rifiuto delle conseguenze sulla condizione dell’uomo della rivoluzione capitalistico-industriale; il secondo emergente dalla filosofia della storia, il materialismo storico, esprimente l’idea che il processo continuo di divisione del lavoro avrebbe causato necessariamente la caduta del capitalismo, per via della contraddizione interna, che la sua “ragione economica” avrebbe alimentato, tra il progresso delle forze produttive e i modi di produzione che lo frenavano; il terzo carattere, infine, consistente nelle “profondità e nell’ampiezza dell’analisi” contenuta nella critica marxiana del capitalismo.

In sostanza, i tre caratteri decritti sarebbero serviti ad assicurare “pieno riconoscimento” al marxismo, come forma critica esclusiva delle difficoltà e dell’instabilità, sul piano sociale, economico, politico ed istituzionale, seguita alla fine della Prima guerra mondiale, ma anche e soprattutto delle “sofferenze e della mortificazione delle capacità umane”, inflitte dalla rivoluzione industriale capitalistica; queste ultime, già evidenziate nel corso dell’Ottocento, venivano avvertite in tutta la loro ampiezza e durezza nell’immediato dopoguerra, valendo a diffondere la speranza che potessero essere superate attraverso la “diversa organizzazione dell’economia, della società e della politica”, prospettata dal marxismo. Dove stava l’origine di questa speranza?

Una risposta all’interrogativo è offerta dalla narrazione che Salvati effettua della nascita e dell’evoluzione del capitalismo; questo si afferma – ricorda Salvati – “insieme alla rivoluzione industriale e nel luogo più favorevole alla sua nascita e al suo sviluppo: circa un secolo più tardi, e dopo che focolai di capitalismo si erano accesi o si stavano accendendo in gran parte dell’Europa e negli Stati Uniti, fu merito di Marx aver capito che questo modo di produzione avrebbe rivoluzionato il mondo intero”; in particolare, è stato Marx ad evidenziare l’”arcano” della ragione economica della dinamica del capitale, ovvero il modo in cui i capitalisti che lo controllavano, al fine di massimizzare il loro tornaconto all’interno di un libero mercato, indirizzavano l’impiego dei mezzi che lo costituivano, non per soddisfare i bisogni sociali, ma per alimentare un processo di accumulazione senza fine, implicante, non solo l’instabilità del funzionamento del sistema economico, ma anche l’appropriazione unilaterale del “sovrappiù”; cioè di gran parte del prodotto sociale, a danno soprattutto del lavoratori, ovvero di coloro che non avevano accesso al controllo dei mezzi di produzione, se non dei servizi della loro forza lavoro.

Marx ha cercato di dare una base scientifica al processo di “espropriazione” del sovrappiù da parte dei capitalisti; partendo dall’idea, propria delle teoria economica classica, che il valore complessivo delle merci prodotte fosse espresso dalla quantità di lavoro necessario per produrle, egli non è riuscito però a dimostrare, al pari degli altri economisti classici, come “venire a capo della trasformazione dei valori-lavoro nei prezzi di produzione, quelli secondo cui le merci effettivamente si scambiano”. Tuttavia, sebbene Marx non sia riuscito a dare una dimostrazione compiuta della sua idea, accadeva che i meccanismi in base ai quali si formavano i prezzi delle merci nei mercati competitivi originassero un profitto (cioè un sovrappiù) che derivava dalla differenza tra il prezzo corrente delle merci (che non aveva alcun rapporto con il costo del lavoro in esse incorporato) e il prezzo corrente delle forza lavoro, che tendeva a risultare uguale al costo minimo della sua riproduzione, a causa della sua abbondante disponibilità. Poiché il salario, necessario alla forza lavoro per “sopravvivere e riprodursi”, era inferiore al valore del lavoro incorporato nelle merci prodotte, il risultato era la formazione di un profitto-sovrappiù del quale i capitalisti si appropriavano senza merito.

Questa era l’origine del profitto-sovrappiù: lavoro – afferma Salvati – pagato sì al suo valore, che era però inferiore al valore delle merci prodotte col suo impiego. Il problema non rivestiva solo un significato teorico, per via del fatto che la sua mancata soluzione riguardava, oltre che l’aspetto distributivo, anche quello della crescita e dello sviluppo del sistema economico in condizioni di stabilità. Aspetti, questi, che non saranno affrontati in modo adeguato dalla teoria economica neoclassica, oggi dominante.

Sarà la critica di Piero Sraffa a rendere possibile l’abbandono della soluzione insoddisfacente data dalla teoria economica neoclassica al problema distributivo e la sua riconduzione nell’alveo della critica marxiana. La critica sraffiana, infatti, dimostrerà che le quote distributive del prodotto sociale tra capitale e lavoro non dipendono dalle condizioni tecniche della produzione, ma dai rapporti di forza tra lavoratori e detentori del capitale, oltre che da cause esterne al processo distributivo, quali quelle di natura monetaria. Il processo distributivo risulterà così affatto diverso da quello prefigurato dalla teoria economica neoclassica; l’imputazione delle quote del prodotto sociale ai fattori produttivi (lavoro e capitale) sarà fatta dipendere dal conflitto tra categorie sociali contrapposte e non più dal libero svolgersi dell’interazione competitiva nel mercato della domanda e dell’offerta di tutte le merci prodotte.

Risolto il problema distributivo, è rimasto insoluto quello sottostante l’intuizione di Marx, secondo cui “lo sviluppo della produzione lasciato soltanto al motore dello spirito di guadagno dei singoli capitalisti, nonché il loro coordinamento lasciato soltanto al mercato avrebbe incontrato tensioni al suo procedere, sia a livello nazionale sia globale”. Sono passati centosettant’anni – sottolinea Salvati – da quando Marx ha enunciato la sua intuizione nel “Manifesto” e centocinquant’anni dalle sue formulazioni “più mature” nel “Capitale”. Molte previsioni implicite nella sua intuizione, però, non si sono verificate, oppure non si è riusciti nell’intento di darne una dimostrazione compiuta.

Ciononostante, l’intuizione marxiana è ancora oggi “feconda”, nel senso che resta la spiegazione del perché le crisi economiche e le tensioni sociali possano essere il risultato di una divisione sociale del lavoro fondata “esclusivamente sullo spirito di guadagno dei capitalisti e sul loro coordinamento mediante il mercato”. Ciò che risulta privo di fondamento dell’intuizione di Marx è il fatto di averla collocata all’interno di una prospettiva finalistica, che lo ha condotto ad affermare che il capitalismo sarebbe inevitabilmente crollato a causa delle crisi e delle contraddizioni caratterizzanti il suo funzionamento.

Le analisi sulle crisi effettuate negli anni successivi all’affermazione del marxismo, non più riconducibili alla prospettiva fatalistica, risulteranno “più pertinenti e affidabili” e tali da escludere l’inevitabilità delle previsioni catastrofiche di Marx e suscettibili d’essere utilizzate per rimuovere le cause da cui esse traggono origine, od anche per prevenire il loro verificarsi. Tra gli economisti che, dopo Marx, mostreranno d’essere consapevoli dell’instabilità del capitalismo, spiccherà la figura di John Maynard Keynes, la cui riflessione critica lo condurrà a formulare, da posizioni ideologiche e politiche opposte a quelle di Marx, un assetto istituzionale del sistema produttivo in grado di prevenire il verificarsi delle crisi economiche e sociali; il contributo keynesiano varrà a consentire ai Paesi capitalistici più avanzati, nei trent’anni successivi al Secondo conflitto mondiale, la realizzazione – sottolinea Salvati – della “più straordinaria fase di sviluppo […], che il capitalismo abbia conosciuto, una fase in cui questo modo di produzione dimostrò di poter essere compatibile con la democrazia politica e il benessere dei ceti popolari”.

A partire dalla fine delle seconda metà del secolo scorso, responsabile la globalizzazione e l’affermazione dell’ideologia neoliberista, le crisi sono ricomparse, riproponendo – afferma Salvati – “il conflitto tra capitalismo e benessere dei ceti popolari anche nei Paesi più sviluppati”, mentre gli economisti sono tornati a dividersi tra quelli che considerano il libero mercato il più efficace strumento per la crescita e lo sviluppo e coloro che ritengono irrinunciabile il keynesismo, sebbene la globalizzazione abbia affievolito il ruolo che lo Stato svolgeva nell’attuazione delle politiche sociali che ad esso si ispiravano.

Ciò è valso a riproporre – osserva Salvati – la validità delle previsioni circa l’inevitabilità del crollo del capitalismo. Queste previsioni, però, sarebbero formulate in termini di maggior cautela, per diverse ragioni: innanzitutto, perché la previsione marxiana deve essere riformulata, per tener conto dei mutamenti intervenuti nel funzionamento del capitalismo rispetto al tempo in cui egli è vissuto; in secondo luogo, perché, il capitalismo, dopo aver trovato il modo di prevenire le crisi con le politiche keynesiane (oggi in crisi), potrebbe trovarne di nuove, idonee ad affrontare le difficoltà di oggi; in terzo luogo, perché la forza lavoro, il soggetto che dovrebbe garantire la “spinta” necessaria al cambiamento, non è più così coesa e individuabile come lo è stata nel passato; infine, perché non può avvalersi di un progetto credibile di un nuovo modo di produzione alternativo al capitalismo di oggi.

Ciononostante, le voci sull’agonia del capitalismo sono insistenti; per quanto esso (il capitalismo) possa continuare a sopravvivere, si ritiene che prima o poi un “incidente” dell’ordine di grandezza di quello procurato alle economie di mercato dalla Grande Depressione del 1929/1932 sarà sufficiente a decretarne la fine. A fronte di questa drastica previsione, Salvati non esclude che il capitalismo possa sopravvivere anche in presenza delle difficoltà attuali, avvalendosi di “qualche imprevedibile modificazione delle sue politiche nazionali e dei suoi assetti internazionali”, non derivabili dalla riflessione critica di Marx. Ma se così stanno le cose, si chiede Salvati, “cos’è vivo e cos’è morto nel pensiero di Marx?”

Pur essendo in gran parte “morto” o superato, del pensiero di Marx rimane “viva” politicamente e intellettualmente l’intuizione fondamentale, secondo cui un sistema economico-sociale che si affida per il suo sviluppo alla ricerca del profitto da parte di operatori collegati tra loro prevalentemente solo dal mercato è destinato a scontare crisi e difficoltà; se queste crisi saranno di portata tale da determinare una catastrofe definitiva del capitalismo, oppure un suo adattamento alle mutate condizioni, non si può sapere. Ciò che si sa, conclude Salvati, è che la ricerca del profitto è “sia causa di crisi, sia stimolo a continue innovazioni tecnologiche, sociali e politiche rivolte a superarle”,

Finché il capitalismo resterà in vita continuerà ad essere caratterizzato da crisi e difficoltà di funzionamento, per il cui superamento saranno elaborati “continui progetti di riassetto delle relazioni politiche interne e internazionali, per adattarle al modo di produzione dominante”; delle crisi e delle difficoltà ricorrenti si conosce però la “loro causa ultima. Lo sappiamo grazie a Marx”. Poiché la causa ultima è la contrazione della capacità d’acquisto dei cittadini, causata dalle crisi, cosa impedisce agli establishment nazionali e internazionali dominati di modificare, nel loro stesso interesse, i meccanismi distributivi del prodotto sociale, perché i sistemi economici tornino a funzionare in presenza della stabilità del periodo successivo al secondo conflitto mondiale?

Alla domanda si stenta a dare risposte durature ed efficaci; le ragioni non stanno tanto nella natura del capitalismo, quanto nelle qualità soggettive dei componenti gli establishment dominanti, afflitti dalla persistenza in essi degli incontrollabili “animal spirit”, che li spingono incessantemente a perseguire un’accumulazione capitalistica fine a se stessa.

Gianfranco Sabattini

Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Natalità e immigrazione, dati controcorrente

natalitaUno dei temi più discussi negli ultimi anni, legato al fenomeno dell’immigrazione, riguarda il tasso di natalità, che secondo alcuni sarebbe più alto nelle coppie d’ origine straniera che in quelle italiane. Una ricerca curata dall’ AMSI, Associazione Medici di origine Straniera in Italia, e dal Movimento internazionale “Uniti per Unire” in collaborazione col docente universitario Claudio Manna, fornisce altre interpretazioni, grazie anche ai piu’ recenti dati ISTAT sull’argomento.

Secondo, infatti, il Prof. Claudio Manna, ginecologo ed esperto di infertilità nonché docente, a Tor Vergata, di tecniche di Fecondazione assistita, ed esponente di Uniti per Unire, bisogna valutare il quoziente di natalità (QN) , ossia il numero dei nuovi nati, per anno, ogni mille residenti. Dal 2011 al 2016, il QN in Italia è sceso da 9 a 7,8. In particolare, nel Lazio è stato di 8,1, mentre nel centro e nel nord Italia 7,7, e 7, 8 al sud. In Trentino-Alto Adige, invece, è di 9,5; mentre a Bolzano, è addirittura di 10,4. Il prof. Manna snocciola anche con precisione i numeri del tasso di fecondità, ossia il numero medio dei figli per le donne residenti in Italia in un anno. Dal 2011 al 2015 è sceso costantemente da 1,44 a 1,35: in particolare, nel Lazio il tasso di fecondità totale nel 2015 è risultato pari a 1,32 , cioè meno di quello nazionale. Nelle italiane, però, il numero di figli/donna è calato da 1,32 a 1,27 (-0,05), mentre nelle straniere è sceso da 2,36 a 1,94 ( -0,42, ossia quasi 10 volte di più).
Quindi l’opinione secondo cui al tasso di natalità italiano contribuisca maggiormente la quota dei nati da coppie straniere non corrisponde al vero. E’ interessante chiedersi il perché di questi decrementi, specie nelle straniere: Manna pone l’accento anche sull’ annoso problema dell’ infertilità, che può contribuire alla denatalità nonostante le terapie più avanzate, in quanto “la necessità, a volte, di ripetere cicli di trattamento per la fecondazione assistita può comportare sentimenti di frustrazione, impotenza, sfiducia, sino anche ad una vera e propria depressione”. Allora, sempre secondo Manna, “fondamentale è l’ascolto attento del medico specialista nell’infertilità; per affrontare al meglio queste problematiche, che possono danneggiare anche il rapporto di coppia”.
La statistica dell’ infertilità a livello internazionale è compresa tra il 15 e il 20%, ma in Italia potrebbe essere maggiore, in quanto l’età media della donna al primo figlio è di 31 anni, la più elevata in Europa. L’ età della donna, infatti, incide moltissimo sulla fertilità naturale e artificiale. L’inquinamento ambientale e lo stress sono altri fattori che possono abbassare molto la fertilità, femminile e maschile.
La proposta di Amsi e Uniti per unire, allora, riguarda la prevenzione, da realizzarsi con una corretta informazione e ricerca sui fattori più rilevanti che influiscono su fertilità e sterilità; insieme all’ aggiornamento e alla collaborazione interprofessionale e interdisciplinare, che deve indirizzare verso cure sempre più personalizzate e centri di sicura qualità.
Il fondatore di AMSI e Uniti per Unire, prof.Foad Aodi, medico fisiatra, esprime prima di tutto solidarietà agli immigrati e immigrate che soffrono o muoiono durante il tragitto della speranza nel mare; e annuncia la ricerca condotta dalle associazioni e comunità di origine straniera aderenti al Movimento Uniti per Unire, che conferma che anche le donne immigrate negli ultimi 10 anni fanno meno figli ( meno di 2 per coppia), a causa delle crescenti difficoltà economiche, della disoccupazione e dell’ aumento dei divorzi, specie nelle coppie sposate tra connazionali del mondo arabo e del Sudamerica. Anche la diversa struttura sociale dell’ Italia potrebbe influire su quest’ andamento, dando alle donne piu’ autorità, autonomia e coraggio di decidere il loro futuro, sia nel matrimonio che sul piano del lavoro. Le residenti in Italia, infatti, fanno figli in età più tarda rispetto alle loro amiche e cugine dei loro Paesi d’ origine: che si sposano all’ età di 19-24 anni e fanno 4 figli per coppia, dimostrando minori problemi di fertilità.

Fabrizio Federici

Tria, il ministro che tira… indietro

Il ministro dell’Economia é maestro di prudenza. Uomo intelligente, non a caso proviene dalla nostra scuola, ha già rilasciato interviste e dichiarazioni che finiscono per relegare in soffitta il decantato contratto di governo. Dove si parla di soldi, lui esce per mettere in guardia, per gettare acqua sui bollori a Cinque stelle, per avvertire e per rassicurare i mercati. In fondo é grazie a lui che Salvini, per ora, si espone come incontrastato leader dell’esecutivo. La repulsione dei migranti non costa un euro. E neppure la legittima difesa armata. Figurarsi il taglio ai vitalizi dei soli deputati. Tria sorride e lascia fare. Ma appena qualcuno ripropone temi come l’abbandono del raffreddamento del rapporto deficit Pil, ora al 2,2 per cento, lui interviene e avverte che i rischi son dietro l’angolo e che invece bisogna continuare nella politica di contenimento peraltro condotta dai governi di centro-sinistra. Adesso é esploso il conflitto con Di Maio sulla presidenza della Cassa depositi e prestiti. Di Maio vorrebbe un suo uomo, Tria lo ha bloccato. E il leader grillino ha minacciato, dopo quelle di Boeri, di chiedere le dimissioni anche del ministro dell’Economia.

Se é stato Mattarella a inserirlo nell’esecutivo il suo é stato un colpo da maestro, così da far diventare di fatto, anche con Moavero agli Esteri, questo governo come quello Di Maio-Salvini-Mattarella. I due lo sanno e fanno finta di niente. Il presidente della Repubblica ha in realtà inserito nell’esecutivo, in funzione chiave, una sorta di clausola dissolvente. Se i Cinque stelle e la Lega vogliono mandare avanti le tre clamorose promesse elettorali, e cioè il reddito di cittadinanza, la flat tax e la riforma della Fornero, dovranno passare sul suo cadavere, quello di Tria, voglio dire, e conseguentemente quello di Mattarella.

D’altronde questo governo é nato per questo. Il presidente della Repubblica ha tenuto duro su Savona all’economia non a caso. Uno che continua a ritenere l’euro una condanna (ieri in un’intervista radiofonica anche Borghi, economista di punta della Lega, lo ha definito testualmente “un carcere”), poteva condurre l’Italia nel baratro. Questo Borghi peraltro é quel signore che quando parla fa alzare lo spreed. Meglio che si contenga per i nostri portafogli. Pare inventata per lui la famosa massima: “Il silenzio é d’oro”. Meno male che Tria c’è, dunque. Tria il temporeggiatore, che controlla e reprime insane smanie. Ma quanto durerà? Il nostro non mi pare personaggio che cambia idea per mantenere una poltrona. E non mi pare che i due vice presidenti di un governo a presidenza coatta abbiano intenzione di tradire i loro elettori
Ne vedremo delle belle. O delle pessime…

Legittima Difesa. Lega in perenne campagna elettorale

matteo-salvini-fucile-1039494L’obiettivo è a portata di mano per la Lega. Che potrebbe mettere a segno un nuovo punto nella personale partita di Governo con i 5 Stelle. La legge sulla legittima difesa in salsa populista è in procinto di essere discussa al Senato. Una delle bandiere leghiste sventolate in campagna elettorale potrebbe presto vedere la luce. E le reazioni contrarie di opposizioni e magistratura non fanno altro che dare forza al provvedimento.
La debolezza politica dei grillini nell’Esecutivo è venuta a galla anche in questa vicenda. Incapaci di stare dietro all’avanzata di Salvini, troppo timidi quando c’è da adottare una linea ben definita. A dimostrarlo proprio la legge sulla legittima difesa. Prima appoggiata in pieno, ora solo in parte. Sono cinque i disegni di legge incardinati in commissione Giustizia. “Non vogliamo la liberalizzazione delle armi”, si è affrettato a dire il guardasigilli Bonafede dopo i primi malumori in casa pentastellata. Poiché in ballo ci sono questioni delicate il testo “ha bisogno di tutti gli approfondimenti del caso”, ha spiegato il senatore 5 Stelle, Francesco Urraro. “Il Governo non incita all’uso delle armi” la precisazione del premier Conte.
L’obiettivo è prendere tempo, migliorare il testo con qualche emendamento di bandiera e scongiurare che dal Parlamento esca una legge a trazione (troppo) leghista. Il risultato, tuttavia, lo dovrebbe portare a casa ancora Salvini. A parole il capo della Lega tiene unite le fila (“Con Bonafede piena sintonia”), ma è ben consapevole dell’importanza della legge per il suo elettorato. Jacopo Morrone, sottosegretario leghista alla Giustizia ha parlato di “priorità” e ha sostenuto che il Governo voterà “a breve” la proposta di legge del Carroccio.
Diverso invece l’approccio della magistratura, che con le norme sostenute da Salvini si troverebbe di fronte a situazioni al limite. “Se interveniamo sulla legittima difesa nei termini di cui stiamo leggendo in questi giorni rischiamo di legittimare i reati più gravi persino l’omicidio” la bordata del presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, Francesco Minisci. Il numero uno delle toghe ha parlato a InBlu Radio, l’emittente della CEI (!). “Nel 2006 sono stati già attuati alcuni interventi di modifica. Non vediamo quali possano essere gli ulteriori interventi”.

Sul piano politico il risultato lo incasserà nuovamente Salvini. Giorno dopo giorno il leader lombardo si sta mettendo contro tutti i gruppi di interesse. Da solo contro i poteri forti a difesa del popolo. È il traguardo che sembra voler raggiungere il segretario della Lega. Considerata l’inconsistenza delle opposizioni, potrebbe anche riuscirci. I sondaggi parlano chiaro, il consenso è in crescita. E presto Salvini potrebbe passare all’incasso.