martedì, 14 agosto 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Casaleggio e la democrazia
Pubblicato il 24-07-2018


Non mi stupisco della dichiarazione di Casaleggio secondo il quale il Parlamento finirà per essere soppiantato dal web e la democrazia rappresentativa dalla democrazia diretta. Non è la prima volta che i leader dei Cinque stelle irridono al sistema parlamentare. Basti ricordare le urla di Grillo contro i deputati nella campagna elettorale del 2013 quando li definì “persone malate da trattare coi guanti”, che fanno il paio con la sua più recente uscita sui senatori che dovrebbero essere estratti a sorte. E in mezzo l’alza bandiera festosa per aver dimezzato i vitalizi a coloro che li avevano “rubati” e la stessa metodologia usata per espellere i traditori contando sulla superiorità morale e indiscutibile della base del movimento consultata via Internet come giudice impietoso, capace di condannare col dito rivolto all’ingiù e mai di assolvere. Anche durante il terrore esisteva una sorta di giudizio affidato direttamente a tavoli giacobini con tricoteuses urlacchianti. Una democrazia diretta della giustizia.

Non si tratta del primo caso di partito antiparlamentare (i suoi rappresentanti contano meno di zero e la proposta di abolire la mancanza di vincolo di mandato prevista dalla Costituzione parte da loro) e non è neppure la prima volta che si oppone alla crisi del Parlamento un altro modello di supposta democrazia. L’on. Edmondo Rossoni, il padre del sindacalismo fascista, confessò nel 1925: “Non vedo l’ora che si chiuda il Parlamento”. Accadde di lì a poco e lo si sostituì con la Camera dei fasci e delle corporazioni, frutto di una rete rigidamente controllata da un partito solo (il Senato era a titolo onorifico e, almeno formalmente, di nomina regia). Una sorta di democrazia diretta delle associazioni economiche e sociali. Ancor prima in Russia si era formato in luogo della Dieta la democrazia dei soviet, col partito comunista anch’esso unico e despota assoluto. In quanti ci sono cascati a credere alla democrazia diretta del proletariato? L’idea della democrazia diretta ispirò anche la rivoluzione cinese, che capovolse i rapporti tra conoscenza e apprendimento, che produsse violente repressioni, milioni di morti.

Ogni volta che nella storia si è sperimentato un modello alternativo di dichiarata democrazia diretta si è sconfinato nella dittatura e nella violenza. Il motivo è semplice. Non può esistere, e lo stesso Rousseau finiva per supporlo, una sovranità popolare senza guida. Come non esiste movimento senza motore immoto, direbbe Aristotele. Non a caso il modello di democrazia dei Cinque stelle presuppone l’esistenza del capo carismatico, del teorico supremo, della guida con le chiavi in mano della democrazia. Chi amministra la piattaforma Rousseau? Oggi le nuove tecnologie hanno indubbiamente aperto nuove strade al rapporto tra cittadini e rappresentanti. Sono praticabili, fino a poco fa non lo erano, sondaggi, referendum, consultazioni velocissime e si potrebbero risparmiare milioni di euro con elezioni, una volta (ma non siamo a questo punto) che tutti fossero in grado di possedere il materiale e la conoscenza occorrenti, da tenere sul web. Quel che a me pare deleterio e financo pericoloso è ritenere che questa forma di democrazia diretta possa soppiantare quella rappresentativa.

È deleterio perché la funzione della delega non può essere interpretata come disinteresse, ma come affidamento in base alle capacità di affrontare e risolvere i problemi, mentre la sola idea che tutti possano decidere in ogni momento su tutto mi pare foriera di gravi conseguenze per qualsiasi comunità. Le nuove tecnologie rischiano di cancellare la conoscenza, la professionalità, la competenza. Saremmo tutti uguali, persone sapienti e ignoranti, e tutto si risolve con un “mi piace” o “non mi piace” come su Facebook. Una sorta di plebiscito di stampo fascista. In fondo è proprio per questo che diventa pericolosa, perché il popolo non scegliendo i suoi rappresentanti finisce per essere lui stesso soggetto decidente, ma senza averne i requisiti e finendo inesorabilmente per seguire una guida, un capo, un mandante. Non si avranno più dibattiti, fatti di sfumature, di obiezioni di merito, di possibili convergenze, morirà dunque la politica come noi l’abbiamo conosciuta, e nascerà l’autocrazia, che nominalmente é il contrario della democrazia diretta, ma che ieri come oggi ne rappresenta la sua inevitabile conseguenza.

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Altro fondo del Direttore di notevole qualità, tanto nella descrizione dei pericolosi precedenti storici, quanto, ancor di più, nella lucida valutazione delle ragioni della democrazia rappresentativa.
    Platone fondava la sua avversità nei confronti della democrazia, sulla base della complessità dei problemi della Polis, per ciò stesso irrangiungibile oggetto di complesso dominio conoscitivo da parte dei più.
    Certamente respingiamo l’ostilità nei confronti della democrazia da parte di Platone, tuttavia, con il Direttore, sosteniamo la necessità di una “democrazia mediata”, dalla cultura, competenza, consapevolezza, professionalità.
    Enrico Berlinguer, a suo tempo, ebbe a sostenere che una democrazia senza cultura rischia di divenire una forma di barbarie.
    Ora il punto mi sembra il seguente: con l’avvento dell’epoca postideologica si è preparata la strada all’epoca postpolitica.
    Con la fine delle ideologie in generale, emerge la fine della prima repubblica da noi.
    Di qui, fine delle organizzazioni partitiche, strumenti qualificati e qualificanti di selezione della classe dirigente, quindi fine dello spessore dei nostri rappresentanti.
    Ed ecco l’oggi.
    Ora, da un lato, “abusus non tollit usum”, per cui l’indecenza dei nostri ultimi rappresentanti non può decretare la fine della rappresentanza.
    D’altra parte il “raccolto” odierno è la conseguenza diretta della precedente semina.
    Il populismo che denunciamo oggi, così come le collegate pulsioni di democrazia diretta e di esasperazione della leadership, sono la lussureggiante vegetazione infestante seminata nel tempo prima da Berlusconi e poi da Renzi, salvo ora, da parte dei due generatori “gridare allo scandalo”.

  2. Analisi corretta. Bisogna elaborare una strategia di contrasto. Poi applicarla. Ma noi socialisti, abbiamo la forza e i mezzi necessari?
    Ci sono aziende che, pagate, provvedono a diffondere messaggi tendenziose che influenzano e convincono gli elettori. Cambridge Analitica insegna.

  3. Aggiungo, stando “sul pezzo”.
    Ho letto le proposte socialiste su giovani, democrazia, formazione.
    Ritengo che per intervenire opportunamente sulla citata triangolazione, vada assunta una lente interpretativa centrata e profonda.
    Come sopra descritto, la crisi della democrazia rappresentativa è la crisi della consapevolezza, della responsabilità, della cultura.
    “L’intellettuale collettivo” di ieri è stato sostituito dal “nichilista soggettivo” di oggi.
    Quale prius, va ricostituito un impianto formativo in grado di esprimere potenziamento scolastico ed universitario, rimodulazione e rielaborazione tematica, qualificazione e valorizzazione didattica, al fine di ricucire culturalmente il tessuto sociale.
    Solo dopo è non solo pensabile ma particolarmente opportuno dilatare la platea partecipativa.
    NON E’ L’INGRESSO NELLA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA A DETERMINARE RESPONSABILITA’ E FORMAZIONE, E’ VICEVERSA L’INGRESSO IN UNO STATUS FORMATIVO A DETERMINARE, RESPONSABILMENTE, PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA.

  4. Il Direttore tratta da par suo un tema piuttosto delicato e complesso, e anche “impervio”, come quello della democrazia rappresentativa e democrazia diretta, consegnandoci elementi e spunti di riflessione, e tra questi ve n’è uno dal quale vorrei partire, e segnatamente laddove si parla della “capacità di affrontare e risolvere i problemi”, ossia la funzione “alta e nobile” che competerebbe alla sfera politica.

    Quando la politica – intesa nelle sue forme tradizionali – viene meno a detto compito, per un insieme di ragioni, o non si dimostra in grado di assolverlo, o ne dà comunque l’impressione, essa perde la fiducia del corpo elettorale, il quale viene di conseguenza indotto a rivolgere l’attenzione verso altre “formule”, che possano per l’appunto trovare il modo di “affrontare e risolvere i problemi”, o essere viste come tali nel nostro immaginario.

    Si alzano pertanto le “quotazioni” delle figure tecniche, la cui esperienza, professionalità e competenza, ovvero le doti dimostrate al di fuori dell’ambito politico, possono rappresentare una realistica e logica credenziale per assumere incarichi “governativi”, e del resto in tanti campi di attività i “generalisti” sono stati sostituiti dagli “specialisti”, ed è abbastanza difficile pensare che la politica possa sottrarsi a questa regola.

    Da tempo, poi, ha preso sempre più campo l’interesse e il favore verso il leader, il cui carisma-fascino-ascendente viene altresì amplificato dai mezzi di comunicazione, in questa era mediatica, e più d’un elettore guarda soprattutto a lui, come sappiamo, nel momento del voto, sperando di trovarvi un “demiurgo” che sappia risollevare la situazione (è la cosiddetta “scoperta dell’acqua calda”, ma dobbiamo tenerne conto).

    Voglio in sostanza dire che, volenti o nolenti, sono cambiati non poco i parametri e i modelli per noi classici e canonici, ossia quelli cui era abituata la mia generazione, e non sono probabilmente da escludere ulteriori trasformazioni – quantomeno nel livello di percezione e valutazione degli elettori riguardo alla “democrazia rappresentativa” – e a me sembra che la politica ci abbia messo del suo se questo è avvenuto.

    Paolo B. 27.07.2018

  5. La democrazia occidentale si regge su equilibri delicati. I processi decisionali seguono le fasi dell’ideazione, della proposta, del consenso, del controllo, della progettazione e della realizzazione. Ne ho dimenticata qualcuna? … Può darsi. C’è da aggiungere che le deliberazioni, siano esse leggi od opere, sono sottoposte a verifica continua. È assurda la pretesa che, di fronte ad un errore conclamato, si debba continuarea sbagliare per coerenza. Infine le deliberazioni non hanno una validità eterna: sono, per loro natura, diacroniche.
    Nessuna assemblea ha mai formulato un’idea geniale però sono le assemblee che eliminano le idee balorde. Come nella ricerca scientifica, ogni teoria va validata dalle prove sperimentali.
    Detto questo, deve valere il principio della costruttività e della compatibilità delle proposte con le risorse disponibili.
    Quella di Davide Casaleggio è solo una riflessione sul miglior metodo democratico possibile. Senza dogmi o fondamentalismi, con spirito laico. Nell’età dei big data è impensabile gestire l’informazione con pergamene e tavolette di cera. Però, attenzione alle semplificazioni e alla costruttività.
    Ci vuole leggerezza, consapevolezza che non c’è mai niente di definitivo e immutabile. Roberto Arditti scrive che la democrazia “deve essere trattata come un progetto in perenne evoluzione, capace di sorprendere sempre i suoi nemici storici, cioè l’oligarchia economica, la divisione religiosa o etnica, la tendenza naturale dell’uomo alla sopraffazione del più debole.” Io sono d’accordo con lui.

Lascia un commento