mercoledì, 19 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Cinema: la mostra di Venezia presenta i grandi classici restaurati
Pubblicato il 30-07-2018


A QUALCUNO PIACE CALDO

La 75esima Mostra del Cinema di Venezia, diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta si terrà al Lido dal 29 agosto all’8 settembre prossimi.

I film in concorso li presenteremo in un altro articolo, qui parliamo di “Venezia Classici”, la sezione della Mostra che dal 2012 presenta in anteprima mondiale una selezione dei migliori restauri di film realizzati in tutto il mondo. Curata da Alberto Barbera, con la collaborazione di Stefano Francia di Celle, Venezia Classici è arricchita da una selezione di documentari sul cinema e i suoi autori.

Una giuria composta da 26 studenti – indicati dai docenti – dei corsi di cinema delle università italiane, dei Dams e della veneziana Ca’ Foscari, assegnerà il Premio Venezia Classici al miglior film restaurato e al miglior documentario sul cinema. Presidente è il regista sardo Salvatore Mereu, nato a Dorgali (provincia di Nuoro) nel 1965. Il suo “Ballo a tre passi”, con cui ha esordito nel 2003, è stato premiato come miglior film della Settimana Internazione della Critica alla 60esima edizione della Mostra. Per la stessa pellicola, nel 2004 Mereu ha vinto anche il David di Donatello per il miglior regista esordiente.

Quest’anno Venezia Classici presenta la versione restaurata di diciotto capolavori che hanno dato un contributo importante alla storia del cinema.

Il film di preapertura è considerato il capolavoro del cinema espressionista tedesco e uno degli horror più ben riusciti di tutti i tempi. Si tratta de Il Golem – Come venne al mondo (Der Golem, wie er in die Welt kam, 1920, muto e in bianco e nero) di Carl Boese e Paul Wegener. E’ il terzo film girato da Wegener, che interpreta anche la creatura magica nata dall’argilla. Ed è l’unico a essere arrivato sino ai giorni nostri. Per realizzarlo sono stati usati trucchi ed effetti speciali di cui non si parla molto ma di uno straordinario livello tecnologico per l’epoca e di grande effetto scenico.

Proseguiamo con delle brevi schede su ognuno dei titoli, in un mix tra preferenze personali e ordine causale. Comunque sia, sono opere di alto livello firmate da nomi importanti, tutte meritevoli di un ritorno sul grande schermo.

Il primo posto non poteva che toccare A qualcuno piace caldo (Some like it hot, 1959, in bianco e nero) di Billy Wilder, una delle migliori commedie mai girate, il film perfetto malgrado la battuta finale affermi che “nessuno è perfetto”. Marilyn Monroe, Tony Curtis e Jack Lemmon sono le star di una storia dal ritmo incalzante e dalla fama imperitura. Marilyn, qui in una delle sue ultime interpretazioni, ci ha anche regalato la celeberrima “I Wanna Be Loved by You”.

Un argomento di grande attualità è quello toccato da Nulla sul serio (Nothing Sacred, 1937) di William A. Wellman. Il regista che nel 1927 ha vinto il primo Oscar al miglior film con “Ali”, e che ha firmato opere rimaste nella storia del cinema, usa Carole Lombard e Fredric March per raccontare una storia di fake news, giornalisti, editori e politici tutti insieme appassionatamente alleati per imbrogliare il pubblico in generale e i lettori in particolare.

Tra i classici anche quattro pellicole italiane

Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani, con Dirk Bogarde e Charlotte Rampling. Un’ebrea sopravvissuta al campo di concentramento incontra per caso uno dei suoi aguzzini, che lavora come portiere di notte in un albergo di Vienna. Ne nasce una relazione sadomasochista, con un’atmosfera malata da Sindrome di Stoccolma, tipo che non c’è carnefice senza vittima, e quanto questa vittima vuole essere sacrificata, che tanto ha fatto discutere critica e pubblico. La ragazza potrebbe denunciare il suo aguzzino ma preferisce la relazione amorosa. Il film non dà risposte ma fa nascere tante domande. Personalmente abbiamo ritrovato la stessa atmosfera malata de Il portiere di notte nella domanda “Ma come eri vestita?” che spesso viene rivolta alle donne vittima di una violenza sessuale.

Morte a Venezia di Luchino Visconti (1971), dal romanzo “La morte a Venezia” di Thomas Mann, ha vinto il Premio speciale del venticinquesimo anniversario al 24esimo Festival di Cannes. Con Dirk Bogarde, Romolo Valli, Nora Ricci, Marisa Berenson, Silvana Mangano e Biorn Andrésen nella parte del giovane Tadzio, il film racconta di un anziano e raffinato musicista, in vacanza a Venezia per riprendersi da una crisi cardiaca, che si innamora di un adolescente.

Il Posto (1961, bianco e nero). Scritto e diretto da un giovane Ermanno Olmi alla sua seconda opera. Ritorna a Venezia la pellicola che ha lanciato il regista a livello internazionale e che all’epoca ha vinto il Premio della critica. Cambiano gli scenari e i tempi ma questa storia di ricerca di un posto di lavoro fisso non ha perso smalto, soprattutto quando descrive luoghi e persone.

La notte di San Lorenzo (1982). Il nono film di Paolo e Vittorio Taviani è ispirato alla strage del Duomo di San Miniato, in provincia di Pisa, uno dei tanti drammi della Seconda guerra mondiale. Gran Prix Speciale della Giuria e Premio della giuria ecumenica al 35esimo Festival di Cannes.

Poteva mancare un ruggito in francese? L’anno scorso a Marienbad (L’année dernière à Marienbad, 1961, bianco e nero) di Alain Resnais ha vinto il Leone d’oro a Venezia e due anni dopo, nel 1963, è stato candidato all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Il film è piaciuto alla critica ma non ha avuto grande fortuna al botteghino.

Sempre dalla Francia arriva Desideri nel sole (Adieu Philippine, 1962, in bianco e nero). Jacques Rozier racconta la storia di Robert, un ragazzo conteso tra due donne, e della sua ultima vacanza estiva in Corsica prima di partire per l’Algeria, arruolato nell’esercito francese. Una storia solare con un finale triste.

Noir e thriller come solo gli americani li sapevano fare

La città nuda (The Naked City, 1948 in bianco e nero), Oscar per la miglior fotografia e per il miglior montaggio, è il film che ha lanciato il regista Jules Dassin nel grande giro di Hollywood, prima dell’esilio in Francia a causa della caccia alle streghe del senatore McCarthy. Un film noir girato con tutti i crismi da uno dei padri nobili del genere, che viene ricordato anche per le riprese in esterni realizzate per le strade di New York.

I gangsters (1946, in bianco e nero) e Contratto per uccidere (1964) sono entrambi tratti dal racconto di Ernest Hemingway “The Killers” (Gli uccisori), del 1927. Robert Siodmak è il regista del primo, Don Siegel del secondo.

I gangsters, uno dei maggiori successi di Siodmak al botteghino, è un classico noir degli anni Quaranta con due tra i più grandi divi dell’epoca: Ava Gardner e Burt Lancaster.

Contratto per uccidere, vira più verso il thriller e doveva essere il primo tv movie degli Usa, ma la violenza insita nella storia ha convinto i produttori a dirottarlo nelle sale. Nel cast, Lee Marvin, Ronald Reagan, futuro presidente degli Stati Uniti, al suo ultimo film, John Cassavetes e Angie Dickinson, una delle donne più belle del mondo, le cui gambe vennero assicurate per un milione di dollari dell’epoca e che la leggenda vuole sia la “Angie” che ha ispirato la canzone dei Rolling Stones.

Un bis e una storia d’amore fuori dal comune per l’impero del Sol Levante

Ritorna a Venezia La strada della vergogna (Akasen chitai, 1956), l’ultima opera del giapponese Kenji Mizoguchi, che era stata presentata in concorso alla 21esima edizione della Mostra di Venezia, guadagnandosi una Segnalazione della Giuria. Girato in bianco e nero, il film racconta la storia di cinque prostitute giapponesi che devono fare i conti con legge che ha abolito le case di tolleranza.

La volpe folle (Koy Ya Koy nasuna koy, 1962) è considerato il film più estremo, più allucinato di Tomu Uchida. La trama è un omaggio ai racconti tradizionali giapponesi e racconta le vicissitudini di un vedovo che non riesce a rassegnarsi alla morte della moglie e di una volpe che ne prende le sembianze.

Tra le nevi della Bielorussia

L’ascesa (Voskhozhdeniye) di Larisa Shepitko (1976, bianco e nero). L’ultima opera della regista sovietica, Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1977, racconta una storia di guerra, amicizie e tradimenti ambientata tra le nevi della Bielorussia, durante la Seconda guerra mondiale.

Un grande narratore sudamericano

Il regista messicano Arturo Ripstein è considerato uno dei grandi cantori della solitudine in salsa sudamericana. Ne Il luogo senza limiti (El Lugar Sin Limites, 1977) racconta la storia di un uomo d’affari che vuole acquistare un bordello, così da diventare proprietario di un’intera cittadina, che rivenderà con un buon profitto. Ma il bordello è di proprietà di un uomo e di sua figlia: lui vuol vendere; la figlia gay, che si esibisce nei panni di un ballerino di flamenco, non ne vuole proprio sapere.

Il taxi delle sorprese

Khesht o Ayeneh (Il mattone e lo specchio, 1964, in bianco e nero) di Ebrahim Golestan, fondatore della prima casa di produzione indipendente iraniana. Un taxista trova una neonata abbandonata nella sua auto dall’ultima cliente. Denuncia il fatto alla polizia che, non riuscendo a trovare la madre, gli ordina di custodire lui la bambina e di portarla il giorno dopo all’orfanotrofio. La presenza della neonata mette in crisi il rapporto con la sua fidanzata.

Invasori dallo spazio per un capolavoro dimenticato

Essi vivono (They live, 1988), sceneggiatura e regia di John Carpenter da un racconto di Ray Nelson. Invasori alieni che usano il consumismo e la pubblicità per depredare la Terra delle sue risorse, causando anche il riscaldamento globale. Uno dei capolavori dimenticati della Hollywood Sinistra, secondo il professore e accademico sloveno Slavoj Žižek, dove Carpenter mischia politica, horror e fantascienza.

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