mercoledì, 17 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Ciò che di Marx è ancora “vivo” a duecento anni dalla sua morte
Pubblicato il 20-07-2018


Karl MarxKarl Marx continua a fare discutere di sé, inducendo molti commentatori a porsi la domanda se, per caso, il suo pensiero, o meglio l’esito della sua critica al modo capitalistico di produrre, sia ancora “vivo” o sia “morto”. Così, Antonio Carioti, ha curato la pubblicazione di un libro collettaneo, dal titolo “Karl Marx vivo o morto? Il profeta del comunismo duecento anni dopo”. Il volume raccoglie i contributi di numerosi affermati studiosi di varia ispirazione ideologica (fra i molti: Ernesto Galli della Loggia, Maurizio Ferrera, Michele Salvati, Giulio Giorello, Gianfranco Pasquino), il cui intento è quello di dare una risposta critica alla domanda posta dal titolo del libro di Carioti.

Tra i diversi contributi, quello di Michele Salvati (“Il capitalismo soffre, ma ha la pelle dura”), appare essere il più compiuto; ciò perché egli, realisticamente, rifiutando di porsi all’interno di una prospettiva di filosofia della storia (trappola nella quale spesso cadono critici e apologeti del pensiero marxiano), coglie criticamente, contestualizzando l’analisi che Marx ha condotto sul modo di funzionare del capitalismo, ciò che oggi del pensiero marxiano non è più “vivo”, salvo l’intuizione dell’irrazionalità della ragione economica intrinseca alla logica del capitalismo. Per illustrare in cosa consista questa irrazionalità conviene seguire la narrazione di Salvati riguardo alla rilevanza che il pensiero critico di Marx ha rivestito, e continua a rivestire, nella spiegazione della scaturigine degli effetti negativi prodotti sul sistema sociale dalla la logica di funzionamento del capitalismo.

Marx, dopo aver dato corpo alla sua analisi critica del capitalismo, a cavallo tra la prima e la seconda metà del XIX secolo, dando alle stampe, assieme a Friedrich Engels, il famoso “Manifesto” (nel quale oltre ad essere esaltato il ruolo rivoluzionario e progressista del capitalismo, vene formulata la previsione del suo superamento, per le molte contraddizioni interne che ne rendono instabile e precario il funzionamento), compendia il suo pensiero, in un corpus dottrinario e teorico, sia la critica del capitalismo che la previsione del suo superamento.

A parere di Ernesto Galli della Loggia (“L’egemonia che non c’è più”), la diffusione di tale “corpus” di idee critiche e di previsioni non sarebbe mai andato “oltre l’ambito delle teorie e delle storia economica”. Secondo lo storico, sarebbe priva di risultati significativi la ricerca, prima del 1914, di scrittori che “abbiano manifestato un interesse” per il pensiero marxiano. Fino alla Grande guerra, afferma Galli della Loggia, con la sola eccezione delle Russia, dove la tirannide zarista rendeva urgente il suo superamento, la maggioranza schiacciante dell’intellettualità europea inclinava per lo più “verso posizioni conservatrici e nazionaliste, cariche comunque di fermenti elitari e antidemocratici”. La frattura rappresentata dalla Prima guerra mondiale ha aperto il mondo a una nuova epoca storica.

Nel dopoguerra, caratterizzato da crisi sociali, economiche, politiche ed istituzionali, la previsione del marxismo è apparsa come la sola alternativa alle varie forme di instabilità e, perciò, come l’analisi più convincente delle loro cause, idonea a suggerire la prospettiva di azione politica più adatta al loro superamento. I motivi per cui il marxismo si è imposto, a parere di Salvati, non starebbero prevalentemente nelle sue analisi economiche, ma in “tre caratteri” del messaggio in esse contenuto: il primo espresso dal suo umanesimo, emergente dal rifiuto delle conseguenze sulla condizione dell’uomo della rivoluzione capitalistico-industriale; il secondo emergente dalla filosofia della storia, il materialismo storico, esprimente l’idea che il processo continuo di divisione del lavoro avrebbe causato necessariamente la caduta del capitalismo, per via della contraddizione interna, che la sua “ragione economica” avrebbe alimentato, tra il progresso delle forze produttive e i modi di produzione che lo frenavano; il terzo carattere, infine, consistente nelle “profondità e nell’ampiezza dell’analisi” contenuta nella critica marxiana del capitalismo.

In sostanza, i tre caratteri decritti sarebbero serviti ad assicurare “pieno riconoscimento” al marxismo, come forma critica esclusiva delle difficoltà e dell’instabilità, sul piano sociale, economico, politico ed istituzionale, seguita alla fine della Prima guerra mondiale, ma anche e soprattutto delle “sofferenze e della mortificazione delle capacità umane”, inflitte dalla rivoluzione industriale capitalistica; queste ultime, già evidenziate nel corso dell’Ottocento, venivano avvertite in tutta la loro ampiezza e durezza nell’immediato dopoguerra, valendo a diffondere la speranza che potessero essere superate attraverso la “diversa organizzazione dell’economia, della società e della politica”, prospettata dal marxismo. Dove stava l’origine di questa speranza?

Una risposta all’interrogativo è offerta dalla narrazione che Salvati effettua della nascita e dell’evoluzione del capitalismo; questo si afferma – ricorda Salvati – “insieme alla rivoluzione industriale e nel luogo più favorevole alla sua nascita e al suo sviluppo: circa un secolo più tardi, e dopo che focolai di capitalismo si erano accesi o si stavano accendendo in gran parte dell’Europa e negli Stati Uniti, fu merito di Marx aver capito che questo modo di produzione avrebbe rivoluzionato il mondo intero”; in particolare, è stato Marx ad evidenziare l’”arcano” della ragione economica della dinamica del capitale, ovvero il modo in cui i capitalisti che lo controllavano, al fine di massimizzare il loro tornaconto all’interno di un libero mercato, indirizzavano l’impiego dei mezzi che lo costituivano, non per soddisfare i bisogni sociali, ma per alimentare un processo di accumulazione senza fine, implicante, non solo l’instabilità del funzionamento del sistema economico, ma anche l’appropriazione unilaterale del “sovrappiù”; cioè di gran parte del prodotto sociale, a danno soprattutto del lavoratori, ovvero di coloro che non avevano accesso al controllo dei mezzi di produzione, se non dei servizi della loro forza lavoro.

Marx ha cercato di dare una base scientifica al processo di “espropriazione” del sovrappiù da parte dei capitalisti; partendo dall’idea, propria delle teoria economica classica, che il valore complessivo delle merci prodotte fosse espresso dalla quantità di lavoro necessario per produrle, egli non è riuscito però a dimostrare, al pari degli altri economisti classici, come “venire a capo della trasformazione dei valori-lavoro nei prezzi di produzione, quelli secondo cui le merci effettivamente si scambiano”. Tuttavia, sebbene Marx non sia riuscito a dare una dimostrazione compiuta della sua idea, accadeva che i meccanismi in base ai quali si formavano i prezzi delle merci nei mercati competitivi originassero un profitto (cioè un sovrappiù) che derivava dalla differenza tra il prezzo corrente delle merci (che non aveva alcun rapporto con il costo del lavoro in esse incorporato) e il prezzo corrente delle forza lavoro, che tendeva a risultare uguale al costo minimo della sua riproduzione, a causa della sua abbondante disponibilità. Poiché il salario, necessario alla forza lavoro per “sopravvivere e riprodursi”, era inferiore al valore del lavoro incorporato nelle merci prodotte, il risultato era la formazione di un profitto-sovrappiù del quale i capitalisti si appropriavano senza merito.

Questa era l’origine del profitto-sovrappiù: lavoro – afferma Salvati – pagato sì al suo valore, che era però inferiore al valore delle merci prodotte col suo impiego. Il problema non rivestiva solo un significato teorico, per via del fatto che la sua mancata soluzione riguardava, oltre che l’aspetto distributivo, anche quello della crescita e dello sviluppo del sistema economico in condizioni di stabilità. Aspetti, questi, che non saranno affrontati in modo adeguato dalla teoria economica neoclassica, oggi dominante.

Sarà la critica di Piero Sraffa a rendere possibile l’abbandono della soluzione insoddisfacente data dalla teoria economica neoclassica al problema distributivo e la sua riconduzione nell’alveo della critica marxiana. La critica sraffiana, infatti, dimostrerà che le quote distributive del prodotto sociale tra capitale e lavoro non dipendono dalle condizioni tecniche della produzione, ma dai rapporti di forza tra lavoratori e detentori del capitale, oltre che da cause esterne al processo distributivo, quali quelle di natura monetaria. Il processo distributivo risulterà così affatto diverso da quello prefigurato dalla teoria economica neoclassica; l’imputazione delle quote del prodotto sociale ai fattori produttivi (lavoro e capitale) sarà fatta dipendere dal conflitto tra categorie sociali contrapposte e non più dal libero svolgersi dell’interazione competitiva nel mercato della domanda e dell’offerta di tutte le merci prodotte.

Risolto il problema distributivo, è rimasto insoluto quello sottostante l’intuizione di Marx, secondo cui “lo sviluppo della produzione lasciato soltanto al motore dello spirito di guadagno dei singoli capitalisti, nonché il loro coordinamento lasciato soltanto al mercato avrebbe incontrato tensioni al suo procedere, sia a livello nazionale sia globale”. Sono passati centosettant’anni – sottolinea Salvati – da quando Marx ha enunciato la sua intuizione nel “Manifesto” e centocinquant’anni dalle sue formulazioni “più mature” nel “Capitale”. Molte previsioni implicite nella sua intuizione, però, non si sono verificate, oppure non si è riusciti nell’intento di darne una dimostrazione compiuta.

Ciononostante, l’intuizione marxiana è ancora oggi “feconda”, nel senso che resta la spiegazione del perché le crisi economiche e le tensioni sociali possano essere il risultato di una divisione sociale del lavoro fondata “esclusivamente sullo spirito di guadagno dei capitalisti e sul loro coordinamento mediante il mercato”. Ciò che risulta privo di fondamento dell’intuizione di Marx è il fatto di averla collocata all’interno di una prospettiva finalistica, che lo ha condotto ad affermare che il capitalismo sarebbe inevitabilmente crollato a causa delle crisi e delle contraddizioni caratterizzanti il suo funzionamento.

Le analisi sulle crisi effettuate negli anni successivi all’affermazione del marxismo, non più riconducibili alla prospettiva fatalistica, risulteranno “più pertinenti e affidabili” e tali da escludere l’inevitabilità delle previsioni catastrofiche di Marx e suscettibili d’essere utilizzate per rimuovere le cause da cui esse traggono origine, od anche per prevenire il loro verificarsi. Tra gli economisti che, dopo Marx, mostreranno d’essere consapevoli dell’instabilità del capitalismo, spiccherà la figura di John Maynard Keynes, la cui riflessione critica lo condurrà a formulare, da posizioni ideologiche e politiche opposte a quelle di Marx, un assetto istituzionale del sistema produttivo in grado di prevenire il verificarsi delle crisi economiche e sociali; il contributo keynesiano varrà a consentire ai Paesi capitalistici più avanzati, nei trent’anni successivi al Secondo conflitto mondiale, la realizzazione – sottolinea Salvati – della “più straordinaria fase di sviluppo […], che il capitalismo abbia conosciuto, una fase in cui questo modo di produzione dimostrò di poter essere compatibile con la democrazia politica e il benessere dei ceti popolari”.

A partire dalla fine delle seconda metà del secolo scorso, responsabile la globalizzazione e l’affermazione dell’ideologia neoliberista, le crisi sono ricomparse, riproponendo – afferma Salvati – “il conflitto tra capitalismo e benessere dei ceti popolari anche nei Paesi più sviluppati”, mentre gli economisti sono tornati a dividersi tra quelli che considerano il libero mercato il più efficace strumento per la crescita e lo sviluppo e coloro che ritengono irrinunciabile il keynesismo, sebbene la globalizzazione abbia affievolito il ruolo che lo Stato svolgeva nell’attuazione delle politiche sociali che ad esso si ispiravano.

Ciò è valso a riproporre – osserva Salvati – la validità delle previsioni circa l’inevitabilità del crollo del capitalismo. Queste previsioni, però, sarebbero formulate in termini di maggior cautela, per diverse ragioni: innanzitutto, perché la previsione marxiana deve essere riformulata, per tener conto dei mutamenti intervenuti nel funzionamento del capitalismo rispetto al tempo in cui egli è vissuto; in secondo luogo, perché, il capitalismo, dopo aver trovato il modo di prevenire le crisi con le politiche keynesiane (oggi in crisi), potrebbe trovarne di nuove, idonee ad affrontare le difficoltà di oggi; in terzo luogo, perché la forza lavoro, il soggetto che dovrebbe garantire la “spinta” necessaria al cambiamento, non è più così coesa e individuabile come lo è stata nel passato; infine, perché non può avvalersi di un progetto credibile di un nuovo modo di produzione alternativo al capitalismo di oggi.

Ciononostante, le voci sull’agonia del capitalismo sono insistenti; per quanto esso (il capitalismo) possa continuare a sopravvivere, si ritiene che prima o poi un “incidente” dell’ordine di grandezza di quello procurato alle economie di mercato dalla Grande Depressione del 1929/1932 sarà sufficiente a decretarne la fine. A fronte di questa drastica previsione, Salvati non esclude che il capitalismo possa sopravvivere anche in presenza delle difficoltà attuali, avvalendosi di “qualche imprevedibile modificazione delle sue politiche nazionali e dei suoi assetti internazionali”, non derivabili dalla riflessione critica di Marx. Ma se così stanno le cose, si chiede Salvati, “cos’è vivo e cos’è morto nel pensiero di Marx?”

Pur essendo in gran parte “morto” o superato, del pensiero di Marx rimane “viva” politicamente e intellettualmente l’intuizione fondamentale, secondo cui un sistema economico-sociale che si affida per il suo sviluppo alla ricerca del profitto da parte di operatori collegati tra loro prevalentemente solo dal mercato è destinato a scontare crisi e difficoltà; se queste crisi saranno di portata tale da determinare una catastrofe definitiva del capitalismo, oppure un suo adattamento alle mutate condizioni, non si può sapere. Ciò che si sa, conclude Salvati, è che la ricerca del profitto è “sia causa di crisi, sia stimolo a continue innovazioni tecnologiche, sociali e politiche rivolte a superarle”,

Finché il capitalismo resterà in vita continuerà ad essere caratterizzato da crisi e difficoltà di funzionamento, per il cui superamento saranno elaborati “continui progetti di riassetto delle relazioni politiche interne e internazionali, per adattarle al modo di produzione dominante”; delle crisi e delle difficoltà ricorrenti si conosce però la “loro causa ultima. Lo sappiamo grazie a Marx”. Poiché la causa ultima è la contrazione della capacità d’acquisto dei cittadini, causata dalle crisi, cosa impedisce agli establishment nazionali e internazionali dominati di modificare, nel loro stesso interesse, i meccanismi distributivi del prodotto sociale, perché i sistemi economici tornino a funzionare in presenza della stabilità del periodo successivo al secondo conflitto mondiale?

Alla domanda si stenta a dare risposte durature ed efficaci; le ragioni non stanno tanto nella natura del capitalismo, quanto nelle qualità soggettive dei componenti gli establishment dominanti, afflitti dalla persistenza in essi degli incontrollabili “animal spirit”, che li spingono incessantemente a perseguire un’accumulazione capitalistica fine a se stessa.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Pur in modo concretamente asimmetrico, l’insostenibilità dottrinale tanto del marxismo quanto del capitalismo, risiede nel loro impianto deterministico, ancorato a rigidi presupposti filosofici.
    Per il marxismo, come venne dimostrato mirabilmente da Lucio Colletti, l’assetto deterministico si rivelò pseudoscientifico in quanto alimentato dall’influsso hegeliano, sia in ordine al finalismo suindicato, sia in relazione all’indebita sovrapposizione tra contraddizione logica e contrapposizione reale.
    Per il capitalismo, il relativo quadro deterministico si manifestò anch’esso come sostanzialmente pseudoscientifico, in forza dell’assioma etico su cui risultava fondato.
    Adam Smith, infatti, prima di ancorarsi alla famosa “mano invisibile”, da professore di filosofia morale e sulla scia di David Hume, individuò nella “simpatia”, essenza dei sentimenti morali, oggi si direbbe empatia, il baricentro comportamentale dell’uomo, da cui far discendere la garanzia suprema, garante di quella concreta delle singole utilità, del funzionamento della dinamica liberista.
    Alla luce di tali fallimenti, fondandosi correttamente sulla logica scientifica, causa ed effetto della visione evoluzionistica, sul piano del merito, come da tempo vado dicendo, a mio avviso emerge con forza la prospettiva “ecososcialista”, con il suo passaggio dalla “coscienza di classe alla coscienza di specie” e con la declinazione di un modello di sviluppo di stampo “bioeconomico”, più prosaicamente della sostenibilità, in cui, sulla base di cornici etico-giuridiche, la necessaria razionalizzazione delle risorse incarni, per ciò stesso, l’anticamera della loro redistribuzione.
    D’altra parte sul piano del metodo, recuperando l’epistemologia popperiana, traspare l’indicazione di
    introdursi nel solco di quella “ingegneria sociale” che meglio rappresenta la dimensione di un moderno riformismo, incisivo, elastico, profondamente e naturalmente adattativo.

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