sabato, 21 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Contro il darwinismo in politica. Facciamo cose di sinistra
Pubblicato il 03-07-2018


Stiamo assistendo a una rapida evoluzione darwiniana della politica. Il più forte sopravvive, crea un ecosistema a sua immagine e somiglianza e tutti gli altri soccombono. Oppure sopravvivono coloro che più si adattano e dopo la comparsata del presidente della Sicilia Musumeci a Pontida questa è l’evenienza più preoccupante.

Questa potrebbe essere una estrema sintesi di quanto sta accadendo nel mondo occidentale e in Italia, in quel mondo, cioè, nel quale la Rivoluzione francese aveva instillato un bug: libertà, uguaglianza e fratellanza (solidarietà).
In quella triade stava il rovesciamento della legge di natura darwiniana: chi è più forte, chi ha di più ha gli stessi diritti di chi è più debole, di chi ha di meno. Anzi, la solidarietà – non la carità di matrice cristiana che è altra cosa – la solidarietà deve essere elemento fondante delle civiltà moderna occidentale.
Che poi essa possa essere perseguita con il protagonismo inedito fino ad allora proprio di quelle classi che avrebbero dovuto esserne beneficiarie, è l’elemento di arricchimento, seminale, che si deve all’affermazione delle idee socialiste prima e marxiste poi e della battaglia fatta in loro nome a favore della solidarietà e dell’equità sociale.

Ora, visto dai confini dell’impero (ho scelto di vivere nell’osso più osso della Sicilia, pur lavorando a 170 km, nella polpa più polpa della Sicilia che è, comunque, periferia alla quarta potenza) il governo pentaleghista rappresenta un ritorno alla visione darwiniana della politica. Esso è però, dobbiamo dircelo, non un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di un lungo processo in cui coloro che sarebbero dovuti essere gli eredi di quei valori basati sulla solidarietà (le formazioni della sinistra nelle sue diverse articolazioni) hanno invece introiettato quelli degli avversari sia nel nucleo centrale delle politiche, sia nei comportamenti sociali individuali e collettivi, sia, infine, nella forma organizzativa che da orizzontale e partecipativa è diventata leaderistica e carismatica.

Per questo, credo, la sinistra è annichilita dal susseguirsi di sconfitte che non sono solo elettorali e nemmeno politiche, ma sono soprattutto culturali.
Per questo credo che sia necessario ripartire dalla base: dal “cosa”, dal “come” e dal “con chi”. E il “cosa” è sempre lo stesso: gli ultimi, quelli che restano indietro.
In un tempo in cui gli annunci sostituiscono le politiche, ma producono gli stessi effetti per un fenomeno forse inedito nei lunghi millenni di civiltà umana, la linea tracciata dal vero azionista di maggioranza del governo, Salvini, sembra proprio mirare a un’accentuazione del divario tra i forti e i deboli. I migranti, naturalmente, ultimi contro i quali scatenare, irragionevolmente e irresponsabilmente, i penultimi non solo di origine italiana, ma anche di italianità (!) acquisita, come quando pone una differenza tra le quattro campionesse vincitrici dell’oro nei Giochi del Mediterraneo e gli immigrati irregolari. I più ricchi rispetto ai ceti impoveriti come farà se dovesse riuscire a fare approvare una flat tax. Il nord rispetto al sud se dovesse passare quanto discusso dal presidente del veneto Zaia con il ministro veneto degli Affari regionali Stefani sul residuo fiscale da azzerare (cioè spendere il maggior gettito fiscale delle regioni più ricche nelle stesse regioni che lo producono). E poi la questione di tutte le minoranze, di genere, di etnia, di religione.

Ripartire dalle cose, dunque significa prendere in carico la domanda dei deboli, qualunque sia la causa della loro debolezza.
È qui che si pone una riflessione sulle cosiddette aree interne cioè quelle che, secondo la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) del 2014, sono «significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali (di istruzione, salute e mobilità), ricche di importanti risorse naturali e ambientali e di un patrimonio culturale di pregio».
A quattro anni dall’avvio non esistono ancora valutazioni attendibili sugli effetti del Piano Nazionale di Riforma (PNR) che ha lo scopo di contrastare la caduta demografica e rilanciare lo sviluppo e i servizi delle aree interne, ma alcuni ragionamenti si possono fare.

Per esempio nel campo della tutela della salute. Nello stesso 2014 in cui vedeva la luce la SNAI, veniva avviata un’ennesima possente riforma della rete ospedaliera che sulla base di valutazioni circa l’adeguatezza e l’efficacia dell’offerta di cure, sui costi per il sistema sanitario pubblico e sulle ricadute sociali che esso determina sulla popolazione del territorio (tutela della salute e dell’occupazione) si poneva l’obiettivo di chiudere centinaia di piccoli ospedali dotati di meno di 120 posti letto per la cura dei pazienti acuti. Qualche tempo prima erano stati chiusi i punti nascita con meno di 500 parti l’anno sulla base di valutazioni circa la sicurezza di puerpere e nascituri, che non godevano e non godono di una unanimità di consensi.
Non in tutte le regioni si è seguito alla lettera e celermente questa impostazione, tuttavia tutte hanno dovuto uniformarsi. La conseguenza è stata proprio nella direzione opposta a quella della SNAI: una riduzione del senso di sicurezza di fronte a una eventualità di ricorrere a cure ospedaliere da parte delle comunità che presidiano le aree interne; un peggioramento, quanto meno dal punto di vista del rapporto umano tra paziente e sistema ospedaliero se non della qualità del servizio in generale, dovuto al sovraffollamento degli hub e degli ospedali più importanti; un aumento che qualcuno dovrebbe quantificare del costo del pendolarismo sanitario (trasferimenti frequentissimi in ambulanza o in elicottero) e della migrazione sanitaria che riguarda ormai quasi un milione di cittadini l’anno che si devono spostare per le cure verso i grandi ospedali dei centri metropolitani o verso ospedali di altre regioni. E, guarda caso, gli spostamenti avvengono dalle aree interne verso i poli metropolitani e dalle regioni del sud verso quelle del centro nord.
Ragionamenti analoghi potrebbero farsi per altri servizi, per l’istruzione, per i servizi alle imprese, ecc.
Quindi mentre si sventolava come bandiera la SNAI, si attuavano (già da parte dei governi di centrosinistra) politiche che accentuavano il divario tra aree interne e aree forti del Paese.
Ripartire dalle cose, dunque. Mettere in campo politiche vere di riequilibrio. Possiamo dire che alcuni diritti (quello alla salute, quello alla istruzione, le pari opportunità per tutti indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia) non possono essere valutati su basi ragionieristiche e che la riduzione della spesa non deve avvenire a loro scapito? E possiamo sostenere che queste sono le cose da cui deve ripartire la sinistra?
A me sembra l’unica strada, ma pare che l’unico motivo di confronto sia invece quello sulla data dei congressi che, mi pare proprio, non interessano più nessuno.

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Commenti all'articolo
  1. Nella vita di un partito, i Congressi dovrebbero servire ad impostare la linea politica, chiamando a guidarla chi ne è stato il sostenitore e portavoce, e va da sé che se non vi sono linee politiche su cui discutere e confrontarsi i Congressi perdono un po’ del loro significato, salvo il diventare momento e terreno di scontro in funzione della sola “leadership” (il che non va certo sottovalutato, ma non dovrebbe essere l’unico e principale obiettivo di una assise del genere, anche perché si rischia di mettere in secondo piano il resto) .

    Oggi si ha l’impressione che anche la componente socialista collocata a sinistra non sia portatrice di una linea e proposta politica volta a dar concrete soluzioni ai problemi, ma si limiti ad enunciati ed affermazioni di principio, vedi il ripetere che bisogna comunque stare a SINISTRA (a me non sembra sufficiente, ma in ogni caso sarebbe già un bel passo se i socialisti prendessero una netta distanza dalle “anime belle” che in questi anni hanno sempre avuto qualcosa da insegnare agli altri, fino a stancarli come ci dicono le urne).

    Paolo B. 04.07.2018

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