mercoledì, 17 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

“Industria 4.0” tra contrari e sostenitori. L’ottimismo di Bianchi
Pubblicato il 17-07-2018


Patrizio-BianchiPatrizio Bianchi, docente di Economia applicata all’Università di Ferrara, si aggiunge alla schiera di quanti da tempo presentano con ottimismo il prossimo avvento della quarta rivoluzione industriale, designata in breve con l’espressione “Industria 4.0”. È giusto che “sia di casa” l’ottimismo di fronte ad ogni innovazione che prende corpo durante il cammino del progresso dell’umanità; però, quando l’innovazione manchi d’essere accompagnata da un più che giustificabile bilancio del pro e del contro, soprattutto sul piano sociale, quell’ottimismo corre il rischio di risultare fuori luogo.

Nel suo ultimo libro “4.0 La nuova rivoluzione industriale”, Bianchi informa che dal “cuore di una lunga crisi” sta emergendo nel mondo una nuova industria; di tutto il processo che ne ha messo a punto la forma viene data – egli afferma – “una lettura essenzialmente tecnologica, di cui si pone in evidenza l’impatto sempre più rilevante, non solo sulla manifattura ma anche sui servizi”. Il nuovo modo di produrre sarà il risultato di nuove tecnologie (internet, intelligenza artificiale, robotica, bloclchain e altro ancora) che, “cumulandosi e integrandosi in un contesto di sempre più densa interconnessione totale, stanno cambiando la nostra vita”.

Tuttavia, osserva giustamente Bianchi, con una lettura solo tecnologica, della nuova rivoluzione industriale si tende a trascurare cosa essa implichi effettivamente, non solo sul piano produttivo, ma anche sul piano degli effetti sociali. Questo tipo di lettura è largamente carente, dato che la “Rivoluzione 4.0”, oltre ad investire l’organizzazione del mondo della produzione, impatterà anche sulla vita sociale dell’uomo, per cui diventa ineludibile collocare in una prospettiva di lungo periodo la riflessione sulla totalità degli effetti.

Per meglio evidenziare ciò che, della vita dell’uomo, “Industria 4.0” caratterizzerà in modo radicalmente nuovo, è utile tener presente che essa rappresenta il culmine della “lunga stagione” delle rivoluzioni produttive vissute dal capitalismo. Una prima rivoluzione industriale ha coinvolto i settori produttivi che si avvalevano, nella seconda metà del Settecento, dell’introduzione della macchina a vapore. Una seconda rivoluzione è occorsa intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento, con l’introduzione nei processi produttivi dell’energia elettrica e con l’espansione della rete commerciale internazionale dei beni, realizzata grazie alla diminuzione del costo del trasporto. La terza rivoluzione, iniziata nella seconda metà del secolo scorso, è risultata strettamente connessa agli effetti dell’introduzione nei processi produttivi delle tecnologie delle telecomunicazioni e dell’informatica; questa terza rivoluzione, denominata anche rivoluzione digitale, ha coinciso con il passaggio dalle tecnologie elettro-meccaniche a quelle digitali, sviluppatesi nei Paesi economicamente e tecnologicamente più avanzati. Con essa è stato anche identificato l’insieme dei processi di trasformazione della struttura produttiva, realizzatosi attraverso una forte propensione all’innovazione tecnologica, che è stata all’origine dello sviluppo economico sostenuto, vissuto dalle singole economie nazionali sempre più integrate tra loro dal processo di globalizzazione.

La quarta rivoluzione industriale, quella che si ipotizza debba accadere nel prossimo futuro, avrà l’obiettivo di fare della diminuzione del costo di trasferimento delle idee e delle persone, realizzato attraverso il telelavoro, il punto di forza di “Industria 4.0”. Il basso costo di trasferimento delle idee e delle persone, infatti, renderà sempre più conveniente il decentramento (delocalizzazione) di alcune fasi dei processi produttivi, i quali cesseranno di svolgersi per intero entro i ristretti confini degli Stati nazionali. Infatti, essi (i processi produttivi) saranno articolati nell’area del mercato globale, nato dall’integrazione delle economie nazionali, nei luoghi giudicati ottimali in funzione del contenimento dei costi di produzione.

È diffusa l’opinione di molti esperti, secondo i quali l’avvento della quarta rivoluzione industriale influenzerà profondamente le condizioni del lavoro; secondo le previsioni, essa avrà l’effetto di creare 2 milioni di nuovi posti di lavoro, ma, contemporaneamente, ne distruggerà 7, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro. Oltre ai molti benefici, soprattutto in termini di efficienza nell’impiego dei fattori produttivi, con la digitalizzazione dei processi produttivo, l’”Industria 4.0”, avrà l’effetto di causare una radicale trasformazione della relazione tra il mondo della produzione e quello del lavoro, nonché un cambiamento, ugualmente radicale, delle procedure tradizionali di distribuzione del prodotto sociale.

La nuova rivoluzione industriale è sicuramente “ancora in fasce”, ma è certo che, con l’avvento del telelavoro, non sarà più possibile, come avveniva nel più recente passato, che i sistemi sociali possano avvalersi delle tradizionali politiche attive del lavoro per sopperire alla crescente disoccupazione strutturale irreversibile. Le società politiche che vivranno il compiersi della nuova rivoluzione industriale avranno a loro disposizione minori strumenti con cui opporsi alle conseguenze, negative sul piano occupazionale, dovute alle innovazioni tecnologiche; ciò perché la “Rivoluzione 4.0” sarà “caratterizzata da dinamiche diverse rispetto a quelle che l’hanno preceduta”.

Ai tempi della meccanizzzazione dei processi produttivi, occorsa durante la prima e la seconda rivoluzione industriale, i mutamenti generavano sconvolgimenti nelle combinazioni produttive prevalenti solo in settori specifici dell’economia, mentre gli esiti della futura rivoluzione digitale avranno carattere generale, investendo tutti indistintamente i settori produttivi; fenomeno, questo, destinato a radicalizzarsi ulteriormente via via che la quarta rivoluzione avrà modo di allargarsi e di consolidarsi.

La domanda alla quale occorre allora dare una risposta è: sino a che punto il sistema sociale potrà sopportare la formazione al suo interno di una crescente massa di disoccupati strutturali, senza correre il rischio di collassare? Il vero problema del “falso” ottimismo mutuato dalle promesse della quarta rivoluzione industriale è la mancata previsione delle procedure, effettuate con la stessa cura riservata a quelle relative ai cambiamenti tecnologici, che dovranno essere poste a tutela di chi non potrà più accedere al reddito attraverso la partecipazione al lavoro. Il rimedio a questa carenza nel descrivere l’impatto sul sistema produttivo e sulla società provocato da “Industria 4.0” solitamente non viene indicato; ci si limita a prevedere che la riorganizzazione del mondo della produzione comporterà la necessità di una nuova politica sociale.

Il silenzio su questo punto è aggravato dalla propensione, da parte di chi presenta con ottimismo gli effetti dell’approfondimento della digitalizzazione dell’economia, a non effettuare alcuna razionale previsione riguardo al modo in cui potranno essere risolti i problemi sociali conseguenti; di solito, quando viene avanzata qualche proposta volta a garantire in ogni caso un reddito incondizionato a chi, suo malgrado, resta senza lavoro, non si esita a considerarla dotata di un “fascino sinistro”; ciò, perché l’ipotesi di dover necessariamente assicurare un reddito a chi ne sarà privato varrebbe solo a “spezzare” il legame che deve sempre esistere tra “sforzo e ricompensa”.

Se ci si sofferma sulla condizione del lavoro, della quale la digitalizzazione dell’attività industriale è portatrice, esistono buone ragioni per prevedere che la precarietà esistenziale di gran parte della popolazione sarà la condizione normale del nuovo modo di produrre. Su ciò non si riflette abbastanza; si preferisce, invece, pubblicizzare con entusiasmo il nuovo modo di operare delle “fabbriche intelligenti”, che l’avvenire ci riserva.

Gli entusiasti sono presenti in tutte le componenti sociali degli establishment dominanti: rappresentanti dei governi, delle associazioni imprenditoriali, ma anche del mondo accademico e di quello sindacale. L’entusiasmo nutrito da tutti costoro su “Industria 4.0” serve unicamente a “calare un velo” sulle relazioni future tra industrializzazione digitalizzata e mondo del lavoro. In assenza di una qualche previsione rassicurante per chi vive del solo reddito da lavoro, per quale motivo si dovrebbe condividere una riorganizzazione del modo di produrre solo apparentemente progressista, che assicura un inevitabile quanto desiderabile futuro digitalizzato dell’industria, il cui prevalente scopo è quello di aumentare la produttività dei fattori produttivi a spese del lavoro? Perché si dovrebbe condividere una rivoluzione del mondo industriale se non viene tenuto nel debito conto il fatto che la nuova produzione digitalizzata per poter essere venduta ha necessità di un mercato che ne esprima la domanda, il cui finanziamento, però, viene meno per la considerevole riduzione dei posti di lavoro, e conseguentemente dei salari?

Se si manca di rispondere in modo esauriente a queste domande diventa facile mettere in evidenza il punto critico della futura quarta rivoluzione industriale: se i robot andranno a sostituire i lavoratori, così come previsto da numerose istituzioni internazionali e da diversi studiosi, e se non ci si cura del fatto che il monte salari sarà destinato a contrarsi, a seguito del formarsi di una disoccupazione strutturale irreversibile, diventa ineludibile chiedersi a chi potranno essere venduti tutti i prodotti delle industrie digitalizzate.

Si ha un bel dire, come fa Bianchi, che per valutare correttamente l’impatto di “Industria 4.0” sull’occupazione si deve tener conto dell’effetto compensativo di lungo periodo fra posti di lavoro persi con l’automazione degli impianti e la creazione di nuove opportunità lavorative. Tuttavia, come lo stesso Bianchi riconosce, gli effetti compensativi non si manifestano negli stessi luoghi e negli stessi tempi, per cui diventerà necessario “riprendere un cammino di programmazione di lungo periodo delle azioni pubbliche”, soprattutto per creare un contesto sociale adeguato al governo degli effetti del compiersi della rivoluzione dei processi produttivi.

A parere di Bianchi, la “trasformazione dei regimi tecnologici incide sulla stessa trasformazione sociale, coinvolgendo tutti gli attori del sistema che, interagendo tra di loro, determinano ciò che potremmo definire l’ecosistema dinamico entro cui si sviluppano le domande e le risposte di trasformazione produttiva”; se così stanno le cose, il governo di tali cambiamenti comporta che dall’interazione sociale scaturiscano “quelle dynamic capabilities diffuse che permettono al sistema di adattarsi al cambiamento” e di trovare “una nuova dimensione delle politiche a garanzia della concorrenza e a tutela dei diritti di cittadinanza”. Ecco il problema, intorno al quale si arzigogola, senza mai esplicitare, sia pure a livello di ipotesi, il modo in cui risolverlo.

E’ tempo di uscire dal “dire e non dire” e dal continuare ad affermare che, oltre ai problemi produttivi nei cui confronti non mancano le proposte per affrontarli nel modo più appropriato, esistono anche quelli del lavoro nei cui confronti, però, si continua a rimanere sul vago quando si tratta di stabilire le forme e le modalità con cui garantire l’eccesso al reddito a chi ne viene privato dal rivolgimento dei processi produttivi; ciò, sebbene si sia convinti che le politiche del passato idonee a contrastare gli esiti delle fasi negative del ciclo economico dovute alle dinamiche del capitalismo contemporaneo siano diventate, di fronte al fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile, largamente inutilizzabili.

Gianfranco Sabattini

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