lunedì, 20 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Il colpo a salve del decreto “dignità”
Pubblicato il 16-07-2018


di maio occhiataDopo circa due settimane dal suo primo annuncio, finalmente è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, un po’ sbrigativamente ribattezzato “decreto dignità” e invece contenente diverse norme non solo relative alla disciplina del lavoro ma anche ad altri settori, tra cui delocalizzazioni, gioco d’azzardo e redditometro.
Tuttavia, il cuore del provvedimento è certamente costituito dai primi 3 articoli (sui 15 totali), che introducono parziali e limitate modifiche al Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 (contratti di lavoro a termine), al Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23 (contratto a tutele crescenti) e alla Legge 28 giugno 2012, n. 92 (mercato del lavoro). Nell’ordine, le modifiche possono così sintetizzarsi:

a) Contratto di lavoro a tempo determinato. La durata massima del rapporto di lavoro passa da 36 a 24 mesi, introducendo però, dopo i primi 12 mesi, un obbligo di causale scritta per procedere al rinnovo o alla proroga del contratto. In altri termini, il datore di lavoro, per avvalersi di una prestazione che ecceda i 12 mesi deve indicare la motivazione, che deve essere conforme alle clausole dettate dalla legge stessa, ossia esigenze temporanee sotto il profilo soggettivo (es. sostituzione di lavoratori), oppure necessità straordinarie di tipo oggettivo (es. incrementi produttivi e/o di attività). Al di fuori di queste due ipotesi, il contratto superiore ai 12 mesi e privo di valida causale potrebbe venire impugnato dal lavoratore per ottenere la conversione del rapporto a termine in quello a tempo indeterminato. Stessa regola vale per rinnovi e proroghe, ridotti, rispettivamente, ad un massimo di 5 ed a un massimo di 4. Esclusi dal regime della causale obbligatoria solo i lavori stagionali, all’interno dei quali dovrebbero trovare menzione, in sede di conversione parlamentare, anche quelli nei settori dell’agricoltura e del turismo.

b) Somministrazione di lavoro. Le nuove norme sui contratti a termine vengono estese anche a quelle che disciplinano il cd. “lavoro interinale”, per ciò che riguarda i rapporti tra Agenzia e lavoratore somministrato.

c) Indennità di licenziamento ingiustificato. Viene esteso l’ammontare dell’importo dell’indennità da corrispondere al lavoratore a tempo indeterminato (a tutele crescenti) in caso di licenziamento illegittimo: la misura di questa indennità dovrà essere compresa tra le 6 e le 36 mensilità (al posto della fascia attuale 4-24).

d) Contribuzione dei contratti a tempo determinato. Aumentata dello 0,5% in occasione di ciascun rinnovo, anche nelle ipotesi di lavoro interinale.
Fin qui le norme. Ma vediamo i riflessi politici.

Il governo esordisce con il primo provvedimento legislativo che, al di là delle roboanti dichiarazioni, non sembra contenere sostanziali novità rispetto al contesto attuale, se è vero che le modifiche non intaccano minimamente l’impianto delle tipologie di contratto. Ma soprattutto, a balzare agli occhi è il concreto rischio che, il pur apprezzabile irrigidimento delle norme per l’uso dei contratti a termine, produca una riduzione delle opportunità di occupazione, in ragione del fatto che l’obbligo di causale dopo i 12 mesi potrebbe rappresentare un serio deterrente alla prosecuzione del rapporto stesso con il medesimo lavoratore, con la conseguenza di uno spacchettamento dei contratti a 12 mesi su una pluralità di soggetti. Come si vede, la riduzione della durata massima a 24 mesi potrebbe in realtà tradursi in una contrazione sino a 12 mesi, un terzo di quella attuale.
Si potrebbe obiettare che le norme perseguono il fine di scoraggiare l’uso del contratto a termine per facilitare così le assunzioni stabili. Questo obiettivo, sicuramente condivisibile, si scontra tuttavia sull’assenza di incentivi materiali alla stipulazione di contratti tempo indeterminato, che di fatto impedisce un trade-off positivo tra precarietà e stabilità del posto di lavoro. Se si aumenta la contribuzione sui contratti a termine e non si riduce quella sui contratti a tempo indeterminato sarà dunque più difficile favorire l’occupazione di lungo periodo. E le imprese avranno meno interesse, quindi, a stabilizzare le proprie risorse che già impiegano (a tempo).
Inoltre, non è chiaro come le nuove regole possano applicarsi ai lavori interinali che, per definizione, sfuggono ad una disciplina più rigida. Non si capisce, infatti, come il giusto intento di restringere le occasioni di ricorso a tale istituto, che troppi abusi ha mostrato negli ultimi decenni aumentando la precarizzazione estrema del lavoro, possa tradursi nella pratica.
Così come, se è condivisibile l’aumento dell’indennità di ingiusto licenziamento, non si può non notare come nessuna novità venga prevista sul c.d. jobs act, ossia la tipologia di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti introdotta nel 2015 e contro la quale spesso si sono scagliati gli attuali partner del governo giallo-verde.
A questo punto ci si può chiedere: se il jobs act non viene cambiato, e con esso la disciplina dei licenziamenti dopo i primi 36 mesi, se il contratto a termine viene irrigidito per scoraggiarne l’uso assieme a quello interinale, quali saranno le ricadute sui lavoratori?
Il lavoro precario, sottopagato e dequalificato è la piaga dei nostri tempi, soprattutto delle generazioni nate all’inizio degli anni Ottanta, che più di tutte hanno subito la trasformazione del mercato del lavoro dovute alla globalizzazione prima e alla rivoluzione tecnologica dopo. Sono le generazioni cresciute professionalmente con le forme di lavoro flessibile e atipico (Dlg 276/2003, governo di centrodestra con Maroni – Lega – come Ministro del lavoro), che hanno dovuto convivere per circa tre lustri con la precarizzazione estrema dei contratti, alla quale una prima risposta positiva, seppur incompleta, è stata offerta proprio dalla riforma targata centrosinistra del 2015, che, tra luci e ombre, ha comunque consentito a tante ragazze e ragazzi di liberarsi dalla camicia di forza delle “collaborazioni a progetto” per stipulare, finalmente, un contratto di lavoro subordinato. Quella riforma non è esente da critiche, e necessiterebbe di interventi correttivi sul lato delle tutele per la stabilità del posto di lavoro. Ad ogni buon conto, il decreto dignità nulla dice al riguardo, perdendo quindi una grande occasione.
Ecco perché, a parere di chi scrive, il presunto colpo contro il lavoro precario, non solo non ha “licenziato il jobs act” – come si annunciava dalle parti del governo –, ma pare sparato “a salve”, con il fondato rischio di rivolgersi proprio contro i precari, quelli di oggi e quelli di domani, rendendoli ancora più “migranti del lavoro”.
Incrociamo le dita e costruiamo l’alternativa.

Vincenzo Iacovissi

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