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Opinioni e commenti
 

Il “male del secolo” che gli economisti non riescono a “curare”
Pubblicato il 27-07-2018


Joseph Stiglitz

Joseph Stiglitz

Secondo “L’Espresso” del 4 febbraio scorso, i dati elaborati dall’ISTAT evidenziano l’aggravarsi in Italia del “divario fra chi ha e potrà avere, e chi non ha. Mostrando come il problema abbia solo sfiorato, per ora, alcune categorie, mentre ne ha già gravemente penalizzate altre. Soprattutto i giovani. Le regioni del Sud. E le persone attorno ai 55 anni. Parti di popolazione che si stanno separando a una velocità cui la politica risponde in ritardo”; forse, è il caso di dire, non sta rispondendo affatto, visto che il divario tende ad aggravarsi.

Il fenomeno della disuguaglianza distributiva in termini di ricchezza accumulata o di reddito percepito non è solo italiano, ma comune alla maggioranza dei sistemi economici di mercato; riguardo ad esso, gli economisti non sono pervenuti ad un’univocità interpretativa, sia riguardo alle cause, che alle misure di politica economica utili al suo contenimento; anzi, una robusta corrente di pensiero fra gli addetti allo studio del funzionamento dei sistemi economici ha teorizzato l’ineliminabilità della disuguaglianza, in quanto considerata strumentale rispetto alla crescita ed allo sviluppo.

E’ interessante seguire il dibattito, sempre alimentato dagli economisti, riguardo al problema della disuguaglianza distributiva. Nel corso dell’Ottocento si è tentato di spiegare, giustificare, ma anche di criticare, la formazione in seno ai singoli sistemi economici di alti livelli di disuguaglianza distributiva. Al riguardo, due erano le posizioni che caratterizzavano il dibattito sulla natura del fenomeno; tra gli esponenti della scuola classica, ad esempio, vi era chi, come Karl Marx, parlava di sfruttamento, e chi, come Nassau Senior, considerava il fenomeno della disuguaglianza come conseguenza del “non consumo”, nel senso che chi riusciva ad “avere di più” in termini distributivi non lo doveva allo sfruttamento perpetrato ai danni di qualcuno, ma, come sottolinea Joseph Stiglitz (“Invertire la rotta. Disuguaglianza e crescita economica”), al fatto che l’”avere di più” era la conseguenza della ricompensa spettante a chi in seno al sistema sociale rinunciava a consumare.

A rimuovere l’incertezza riguardo alla natura della disuguaglianza distributiva è sopraggiunta sul finire dell’Ottocento la “teoria neoclassica della produttività marginale”, secondo la quale la “ricompensa”, o meglio la parte del prodotto sociale spettante a ciascun partecipante al processo produttivo, rappresentava la “retribuzione” riflettente il contributo di ciascun individuo alla formazione di quel prodotto. Mentre il concetto di sfruttamento suggeriva che coloro che ottenevano di più potevano farlo solo in virtù della loro alta posizione nella scala sociale, a scapito di coloro che stavano più in basso; secondo la teoria della produttività marginale – ricorda Stiglitz – chi “stava in alto” otteneva il di più solo perché dava di più.

I teorici della teoria neoclassica hanno ulteriormente perfezionato la spiegazione della disuguale distribuzione del prodotto sociale, sostenendo che, laddove il processo economico si fosse svolto in presenza di un mercato competitivo, il fenomeno dello sfruttamento (dovuto, ad esempio, alla presenza nel mercato di anomalie, espresse da posizioni monopolistiche o da pratiche discriminatorie poste in essere da un operatore ai danni di altri) non sarebbe potuto durare e che gli accrescimenti della disuguaglianza, comportando l’accrescimento del capitale concentrato nella mani degli imprenditori, avrebbe provocato anche un aumento dei salari; di conseguenza, la maggiore accumulazione di risorse capitalistiche di chi “stava in alto” avrebbe portato benefici anche per gi “stava in basso”.

In termini formali, ricorda Stiglitz, la teoria della produttività marginale giustificava il fatto che tutti coloro che prendevano parte al processo produttivo ottenessero, in un mercato competitivo, una rimunerazione commisurata al valore del loro contributo alla formazione del prodotto sociale, pari “alla loro produttività marginale”. In tal modo, la stessa teoria della produttività marginale, associando una ricompensa (reddito) più elevata a un maggior contributo alla formazione del prodotto sociale, poteva giustificare anche un trattamento fiscale preferenziale per coloro che percepivano di più; ciò perché coloro i cui alti redditi fossero stati tassati sarebbero stati privati della “giusta ricompensa”, scoraggiandoli ad effettuare ulteriori investimenti in continue innovazioni produttive, a scapito di tutti.

Com’è noto, la teoria neoclassica prescindeva dalla presenza e dal ruolo delle istituzioni sociali; queste, come risulterà chiaro dall’esperienza vissuta col procedere della crescita economica, potevano con la loro azione rimuovere tutte le anomalie e le discriminazione che avessero condizionato il regolare funzionamento del mercato, quindi correggere con provvedimenti esogeni al mercato la stessa disuguaglianza distributiva, quando questa avesse assunto dimensioni tali da risultare disfunzionale rispetto all’ulteriore crescita del sistema economico. Ancora, le stesse istituzioni sociali potevano contrastare le anomalie del mercato con l’introduzione di nuove regole destinate, per esempio, a garantire un miglior funzionamento del mercato del lavoro, la realizzazione di un sistema di sicurezza e di assistenza sociale contro gli esiti delle fasi negative del ciclo economico, o un più giusto ed equo sistema fiscale.

L’esperienza è valsa a fare emergere il fatto che uno dei principali compiti della teoria economica deve essere la comprensione del ruolo delle istituzioni nella regolazione del funzionamento dei mercati, con l’assunzione di atti normativi idonei a contrastare il fenomeno della rendita. Originariamente, con questo termine venivano indicati i compensi del proprietario delle terre, in virtù del suo status di proprietario e non per il suo merito nella formazione del prodotto sociale. Il termine è stato poi utilizzato per indicare compensi che, dal punto di vista della teoria della produttività marginale, non avevano alcuna giustificazione; per questo motivo, la “ricerca della rendita” (rent seeking) esprime, dal punto di vista della teoria economica, il comportamento anomalo di chi – afferma Stiglitz – cerca di ricavare redditi, non come ricompensa per aver creato ricchezza, ma come acquisizione di una quota della ricchezza prodotta senza il suo apporto.

In questo modo, i “rentier”, sottraendo reddito ad altri, distruggono ricchezza. “Un monopolista – afferma Stiglitz – che impone un prezzo eccessivo per il suo prodotto sottrae denaro a quelli che usufruiscono di quel prodotto, e allo stesso tempo distrugge valore”, in quanto, per poter “imporre il suo prezzo di monopolio”, si deve limitare la produzione, concorrendo nel contempo ad allargare il divario tra chi ha di più e chi ha di meno.

Per ostacolare il persistere dei rentier sul mercato, nella prima metà del secolo scorso, molti Paesi hanno adottato regole antimonopolistiche; ma, a causa del disordine politico ed economico che ha caratterizzato quel periodo (due guerre mondiali, Grande Depressione, avvento di regimi politici autoritari, ricerca da parte dei singoli Stati di opportuni “spazzi vitali”, ecc.), la legislazione antimonopolista adottata non ha trovato piena attuazione; anzi, sono stati creati impedimenti alla creazione di istituzioni idonee ad assicurare al sistema sociale un condiviso equilibrio tra libertà di scelta, efficienza economica nell’uso delle risorse disponibili e equità nella distribuzione del prodotto sociale.

Nel secondo dopoguerra, il ricupero della libertà economica, l’introduzione di istituzioni finalizzate ad assicurare lo stabile funzionamento dei processi produttivi e la ricostituzione del mercato internazionale hanno rilanciato il processo di crescita dei Paesi ad economia di mercato, congiuntamente all’idea che tale crescita “avrebbe portato maggior ricchezza e un tenore di vita più alto per tutte le classi sociali”. Negli anni Cinquanta e Sessanta, quest’idea è stata supportata dal fatto che tutte le classi sociali hanno migliorato la propria posizione economica e i percettori di redditi più bassi hanno progredito più in fretta degli altri; ciò è valso a riproporre anche l’assunto che una politica economica fiscalmente regressiva a favore dei percettori di redditi alti, alla lunga avrebbe favorito tutti, in quanto le maggiori risorse lasciate ai percettori di redditi alti avrebbero fatto “sgocciolare” effetti positivi al resto della popolazione.

L’assunto era l’”anima” della “teoria del trickle-down”, o dello “sgocciolamento dall’alto verso il basso”, che aveva appunto come presupposto l’idea che una crescita, se sorretta dai benefici economici corrisposti a vantaggio di coloro che hanno di più, potesse favorire automaticamente l’intera società, comprese le fasce di popolazione marginali e disagiate. Nei decenni successivi ai Settanta, però, la distribuzione del prodotto sociale ha favorito prevalentemente coloro che già percepivano alti redditi, a scapito di tutti gli altri percettori, secondo una logica distributiva che è valsa a smentire la teoria del trickle-down.

I dati relativi al processo distributivo del prodotto sociale hanno mostrato che ad avvantaggiarsi è stata una categoria di percettori: i dirigenti delle imprese. Per questi percettori, le indagini condotte su campioni di imprese, finanziarie e non, hanno evidenziato che i maggiori incrementi dei redditi percepiti dai dirigenti hanno avuto la natura della rendita, in quanto l’aumento delle loro retribuzioni non è mai stato il riflesso della loro produttività, come è stato dimostrato dalla mancata correlazione tra i compensi dei dirigenti e l’andamento economico delle imprese da loro guidate.

Inoltre, le ricerche condotte da molte istituzioni internazionali hanno dimostrato che l’aggravarsi del fenomeno della disuguaglianza distributiva dà origine a una forte instabilità economica, che danneggia l’economia in diversi modi: in primo luogo, la disuguaglianza causa un indebolimento della domanda aggregata, poiché, con la maggior parte del prodotto sociale concentrata nelle mani di una minoranza della popolazione, la maggior quota del reddito spesa da chi sta peggio non può essere compensata dalla minor quota del reddito spesa da di sta meglio; in secondo luogo, con la disuguaglianza – afferma Stiglitz- coloro che hanno di meno sono esposti a pericolo di non poter realizzare il loro “potenziale”, per cui il sistema economico “paga un prezzo”, non solo per una domanda complessiva più debole nell’immediato, ma anche per una più bassa crescita futura; in terzo luogo, infine, la disuguaglianza origina una contrazione degli investimenti pubblici, in quanto la bassa crescita non consente la realizzazione di entrate pubbliche sufficienti ad effettuare investimenti nelle aree che avrebbero il maggiore impatto sulla produttività del sistema economico, quali quelle dei trasporti pubblici, delle infrastrutture, della tecnologia e dell’istruzione.

Riguardo a tutti questi effetti negativi della disuguaglianza distributiva sulla crescita del sistema economico, Stiglitz afferma che, di per sé, essi sono la dimostrazione dell’infondatezza della teoria della produttività marginale; poiché l’assunto di tale teoria è che la rimunerazione di chi riceve di più è dovuta al suo maggior merito e che il resto della società trae beneficio dalla sua attività, si sarebbe dovuto verificare che le rimunerazioni più alte per chi riceve di più dovessero essere associate a una crescita maggiore del sistema economico. Invece, in presenza della disuguaglianza distributiva, si è verificato, e continua a verificarsi, esattamente il contrario.

In conclusione, a parere di Stiglitz, per rilanciare la stabilità di funzionamento e la crescita del sistema economico, occorrerebbe l’attuazione di adeguate politiche in almeno quattro aree d’intervento, il cui unico obiettivo dovrebbe essere la riduzione del pericolo che il corpo sociale, a causa della disuguaglianza, finisca col dividersi in nuclei tra loro separati in modo irreversibile. La prima area di intervento dovrebbe essere individuata nell’eliminazione di tutte le situazioni di rendita e dei meccanismi di rimunerazione che non hanno alcuna giustificazione economica; la seconda dovrebbe riguardare i settori produttivi che concorrono a conservare la stabilità economica del sistema e ad aumentare i livelli occupazionali; la terza area dovrebbe concernere l’istruzione; la quarta, infine, la gestione del sistema fiscale, per realizzare una tassazione “equa e completa” dei redditi di capitale, con la destinazione delle entrate al finanziamento delle politiche da attuare nelle restanti aree.

Stiglitz afferma che una politica economica e finanziaria orientata secondo le linee da lui indicate sarebbe sufficiente per contrastare la disuguaglianza distributiva, considerata il “male del secolo”. Ma, nell’esposizione delle cause del “male” e nella formulazione della “ricetta” appropriata alla sua “cura”, come capita nella maggioranza delle analisi degli economisti, dopo aver prescritto le “medicine” da somministrare, Stiglitz tralascia di considerare che la sua terapia è di breve periodo; ciò significa che un un sistema sociale, operante in presenza delle condizioni economiche attuali, è costantemente esposto a possibili ricadute, sempre più gravi, nel medio-lungo periodo. La “cura del male del secolo”, perciò, non potrà essere stabilmente perseguita senza che le politiche economiche suggerite siano sorrette da cambiamenti strutturali del sistema economico, in grado di incidere durevolmente sulle istituzioni che presiedono alla distribuzione del prodotto sociale.

Gianfranco Sabattini

 

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