martedì, 16 ottobre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il nuovo statalismo del governo gialloverde
Pubblicato il 30-07-2018


italia nazionalizzazionePopulismo e dirigismo. Il populismo del governo gialloverde va ormai di pari passo con il suo dirigismo.

Dal cosiddetto “decreto dignità” sui contratti di lavoro a termine, al tira e molla sulla Tav, dalla decapitazione del vertice delle Ferrovie dello Stato, all’avvio della procedura per annullare la gara con cui Arcelor-Mittal si è aggiudicata l’Ilva con una proposta industriale da quattro miliardi.

Attualmente il colosso siderurgico perde 30 milioni di euro al mese. Il problema è che più si allungano i tempi del passaggio ad un azionista privato e più soldi pubblici vengono bruciati nell’altoforno di Taranto. Ma il ministro-vicepremier Di Maio non sembra troppo preoccupato.

Il problema è che tutte le scelte del nuovo esecutivo sembrano confermare un forte dirigismo in materia economica. Con la prevalenza degli slogan sui conti. Con la vittoria delle ragioni politiche, ideologiche ed elettorali su quelle dell’economia di mercato e delle sue regole. Compresi accordi internazionali in vigore, trattati e contratti firmati.

Per ora siamo agli annunci, ma la prima prova dei fatti sta per arrivare. E sarà quella dell’Alitalia, con la scadenza (a ottobre) del commissariamento e con una decisione – a quel punto non più rinviabile – sulla vendita della società aerea.

Per l’ex compagnia di bandiera, attualmente in amministrazione straordinaria, c’è un’offerta d’acquisto di Lufthansa. I tedeschi sono pronti a trasformare Alitalia in un vettore regionale. Il piano prevede una ristrutturazione e un taglio di personale.

All’inizio di quest’anno, all’accordo mancava soltanto la firma, ma a marzo ci sarebbero state le elezioni politiche e così Paolo Gentiloni, all’epoca presidente del Consiglio, decise di passare la patata bollente al suo successore prorogando di sei mesi il commissariamento dell’Alitalia e rinviando al 31 dicembre 2018 la restituzione dei 900 milioni prestati.

Il 4 marzo, con la vittoria di Lega e Cinquestelle lo scenario risultava completamente cambiato. Salvini e Di Maio avevano già manifestato abbastanza chiaramente l’ostilità alla vendita del vettore italiano a un “concorrente straniero”. E il candidato premier Cinquestelle aveva ventilato l’ipotesi di un ritorno dello Stato padrone con un “socio industriale” che poi doveva essere la Cassa depositi e prestiti.

Adesso l’idea del “vettore nazionale” si va concretizzando con le ultime dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Ma il problema dell’Alitalia, pubblica o privata che sia, è strutturale. Troppo piccola per poter competere con le grandi compagnie aeree internazionali, troppo grande per poter fare concorrenza alle low cost.

Così come è adesso la compagnia non può stare in piedi e continuerà a perdere. Cosa abbondantemente dimostrata dai fallimenti del Tesoro, dei “patrioti” berlusconiani guidati da Colaninno, e infine dell’araba Ethiad. E non è nemmeno vero che adesso con la gestione dei commissari la situazione si è ribaltata e i 900 milioni di prestito ponte concessi dal governo Gentiloni sono ancora in cassa.

La troika guidata da Gubitosi ha fatto pulizia dei costi, ma secondo l’analisi di un esperto del trasporto aereo come Andrea Giuricin: «Nel momento in cui si faranno i conti finali» con il pagamento di tutti i fornitori e con il continuo aumento del costo del carburante, «gran parte del prestito sarà stato utilizzato».

Ma quanto vale Alitalia nel mercato internazionale da e per l’Italia? Non molto: «Gli ultimi dati relativi al 2017, mostrano che è già la quarta compagnia per traffico internazionale con l’8,5 per cento, dietro a Ryanair, EasyJet e al gruppo Lufthansa».

Il professor Riccardo Gallo, grande esperto di risanamenti industriali, ha rivelato in una recente intervista a First online di aver invano spiegato la situazione ai parlamentari Cinquestelle.

Ecco il suo racconto: «A inizio marzo 2017, fui invitato con grande cortesia dai parlamentari pentastellati delle Commissioni Trasporti di Camera e Senato per spiegare le condizioni gestionali, economiche e finanziarie della compagnia commissariata. Lo feci proiettando 18 slide. Fui vincolato alla riservatezza sui loro orientamenti. Ho rispettato l’impegno fino all’esternazione del ministro Toninelli, che mi ha liberato. Spiegai quel giorno che nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) su 2.942 milioni di fatturato netto, i costi variabili (cioè i consumi di carburante e altro) erano pari a 2.815 milioni (96 per cento dei ricavi), e i costi fissi (lavoro e ammortamenti) erano pari a 710 milioni. Il risultato dell’attività operativa era negativa per 584 milioni…Significava che per essere competitiva, l’Alitalia avrebbe dovuto trasformarsi in una low cost, senza struttura aziendale e senza costi fissi o trasformarsi in un player mondiale…Queste cose le aveva illustrate più o meno uguali Roland Berger e KPMG all’Alitalia non ancora commissariata con una consulenza professionale. I parlamentari 5S ascoltarono, capirono, ma non accettarono, dissero che l’Alitalia andava nazionalizzata un’altra volta. Osservai che questo avrebbe contribuito ad aumentare la spesa pubblica di parte corrente. Fu vano, mi risposero piccati che poteva aumentare anche il debito pubblico, poco importava…».

Felice Saulino
SfogliaRoma

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento