lunedì, 20 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Lavoratori in malattia, quando gli ospedali non rilasciano il certificato Inps
Pubblicato il 23-07-2018


Lavoratori in malattia

SENZA CERTIFICATO AL PRONTO SOCCORSO, SANZIONI INPS

Gli ospedali sempre più spesso non rilasciano il certificato di malattia per l’Inps e questo brucia giorni di ferie a pazienti che lavorano nel settore pubblico e in quello privato.

Il fenomeno che riguarda soprattutto la permanenza nei pronto soccorso (ma spesso non si certifica neanche per i ricoveri in day hospital o per esami specialistici), ha assunto dimensioni tali da costringere Maria Corongiu, il segretario della Fimmg Lazio il maggiore sindacato dei medici di medicina generale, a segnalare la situazione di vera e propria emergenza ai vertici della Regione Lazio denunciando un disservizio che crea danni ai lavoratori.

Scrive il segretario della Fimmg Lazio: “Purtroppo pervengono alla nostra organizzazione molte segnalazioni di iscritti in merito al mancato rilascio di certificazione telematica di malattia da parte del sistema ospedaliero nonché l’inesistenza o quasi della prescrizione sia essa cartacea, elettronica o dematerializzata, presso le strutture sanitarie. Nel merito della certificazione di malattia la questione appare grave perché espone il lavoratore al non riconoscimento del periodo di malattia, come giustamente sottolinea l’Inps”.

Ma c’è di più: la mancata osservanza di una norma della legge Brunetta, induce conflittualità con i pazienti che per salvare i giorni di ferie richiedono al Medico di famiglia una certificazione praticamente al buio, “ed è una cosa impossibile da effettuare perché contro legge”, sottolinea Corongiu.

L’Inps, proprio di recente ha emanato una circolare, la 1074 del 9 marzo 2018, con le istruzioni operative circa la permanenza prolungata di pazienti presso le Unità operative di Pronto Soccorso e relativa certificazione. La lettera è stata inviata alla direzione personale dell’assessorato alla Sanità ma finora non risultano ancora essere stati assunti provvedimenti per rimuovere la criticità segnalata.

Inps

LAVORATORI DIPENDENTI: GLI INDICI 2018

Sono tutti coloro che prestano la loro attività alle dipendenze di altri che si impegnano, per effetto di un contratto, in cambio di una retribuzione (stipendio), a prestare il proprio lavoro intellettuale o manuale in maniera subordinata e sotto la direzione di un soggetto detto “datore di lavoro. Costui impartisce le istruzioni al dipendente e s’impegna a fornirgli le materie prime e gli strumenti necessari allo svolgimento della prestazione lavorativa.

I lavoratori dipendenti, a fronte dell’attività prestata, percepiscono un compenso economico. Tutte le somme e i valori che i datori di lavoro erogano ai dipendenti costituiscono, sotto il profilo fiscale, redditi da lavoro dipendente e sono soggetti a tassazione secondo la disciplina dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ( Irpef). Il reddito lordo rappresenta il salario nominalmente determinato sul quale sono calcolati i contributi previdenziali.

Secondo le modalità normate dalle attuali disposizioni vigenti in materia, il prelievo dei contributi avviene direttamente dalla busta paga: il datore di lavoro trattiene una somma dalla retribuzione per poi versarla all’Inps. Il sistema di previdenza dei lavoratori dipendenti, iscritti nel regime generale dell’Inps, è infatti finanziato attraverso una corresponsione degli oneri assicurativi rapportati, per la maggior parte delle categorie, alla reale retribuzione e, per le altre, a compensi cosiddetti convenzionali. Il contributo è per definizione “obbligatorio”, in quanto dovuto per legge, indipendentemente da eventuali accordi tra le parti. Le quote contributive da versare vengono calcolate in percentuale sugli stipendi ricevuti: una parte è a carico dell’azienda e una parte a carico del lavoratore. La retribuzione è formata da tutto ciò che il lavoratore percepisce, in denaro o in natura, al lordo di qualsiasi ritenuta. Tuttavia alcune voci sono escluse dagli emolumenti in questione e non sono pertanto soggette a gravame assicurativo come per esempio: gli assegni familiari, le somme spese per le borse di studio, gli asili nido e le colonie a favore dei familiari dei dipendenti, il trasporto collettivo del personale anche se affidato a terzi. I contributi devono essere corrisposti ogni mese dalle aziende tramite il modello di versamento unificato “F24” e sono dichiarati all’Istituto di previdenza con la denuncia mensile degli oneri contributivi “DM10”. A partire da gennaio 2005, i datori di lavoro devono trasmettere mensilmente all’Ente assicuratore in via telematica, con la denuncia “EMens”, poi sostituita dall’Uniemens, i dati retributivi riferiti ad ogni lavoratore dipendente e le informazioni necessarie al calcolo della contribuzione dovuta, all’aggiornamento delle posizioni assicurative individuali e all’eventuale erogazione delle prestazioni qualora richieste. Quanto si paga? I contributi per la pensione sono calcolati sulla retribuzione lorda del lavoratore dipendente. Nella generalità dei casi la percentuale globale è pari al 33%. Sono tuttavia previste apposite soglie da rispettare tassativamente. Vale a dire cioè la retribuzione da assumere come base per il computo dei contributi del dipendente non deve essere inferiore alla retribuzione minima stabilita da leggi, regolamenti, contratti collettivi nazionali o da accordi collettivi o contratti individuali. Di conseguenza, non possono essere versati all’Inps contributi al di sotto di determinati limiti annui stabiliti dalla legge, i cosiddetti minimali. Essi cambiano di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita. Per il 2018 il minimale è pari a euro 202,97 settimanali, cioè euro 10.554,44 annui. Se l’Impresa datoriale corrisponde comunque un importo inferiore, il lavoratore si vedrà ridotta l’anzianità previdenziale in misura proporzionale alla cifra versata. Al contrario, il massimale è il limite di retribuzione oltre il quale gli oneri assicurativi non sono più dovuti. Esiste solo per i lavoratori a cui si applica il sistema contributivo cioè coloro: che si sono iscritti per la prima volta all’Istituto a partire dal 1° gennaio 1996; o che, pur essendo iscritti all’Ente prima del 1996, scelgono di andare in pensione con il sistema contributivo. Anche il massimale varia di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita. Per il 2018 il limite massimo oltre il quale non scatta più l’obbligazione contributiva per la pensione è pari a euro 101.427,00. Per i lavoratori più anziani, il massimale influisce solo sui periodi contributivi successivi alla data in cui è stata esercitata l’opzione per il sistema contributivo.

Inps

ASSENZA A VISITA MEDICA

Come noto i lavoratori assenti per malattia hanno l’obbligo di essere reperibili negli orari delle visite fiscali. Infatti, sia i dipendenti del comparto pubblico che privato – per i quali le visite fiscali dopo la riforma Madia sono di competenza del Polo Unico Inps – devono farsi trovare al domicilio indicato nel certificato negli orari previsti, così da essere a disposizione del medico inviato dall’Istituto per l’accertamento dello stato di malattia. L’obbligo di reperibilità vale per tutti i giorni della settimana – anche nei festivi e nelle domeniche se compresi nel periodo di assenza dal lavoro – e nelle seguenti fasce orarie: 9-13 e 15-18 per il personale del pubblico impiego, 10-12 e 17-19 per quello del settore privato. Inoltre, così come disposto dal Decreto Madia, le visite fiscali possono essere anche ripetute nello stesso periodo di indisposizione. Rispettare l’obbligo di reperibilità è di fondamentale importanza per il lavoratore, poiché in caso di assenza alla visita fiscale scattano delle sanzioni severe. Nel dettaglio, in caso di mancata reperibilità, il lavoratore perde il diritto all’indennità economica di malattia per i primi 10 giorni di assenza; dal 10° giorno, in poi, invece, questa viene dimezzata. Dalla data della terza assenza alla visita di controllo non giustificata, si perde il diritto all’intera prestazione per tutto il periodo della malattia. Tuttavia il dipendente anche in caso di assenza può evitare la sanzione dimostrando, entro 15 giorni, che rientrava in uno dei casi di esenzione riconosciuti dalla legge. Ad esempio, è considerato motivo di esenzione il doversi sottoporre ad una terapia salvavita o a degli accertamenti specialistici, oppure il doversi recare in farmacia (qualora non ci sia nessuno a farlo per conto vostro). E’ opportuno ricordare, infine, che le sanzioni possono essere ancora più estreme in presenza di assenza reiterata; in relazione alla gravità del caso, difatti, il mancato rispetto in più di un’occasione dell’obbligo di reperibilità può portare al licenziamento per giusta causa del lavoratore.

Carlo Pareto

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