venerdì, 20 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Le condizioni della Sardegna nei “Rapporti” CRENoS e Banca d’Italia
Pubblicato il 02-07-2018


crenos sardegna

Anche quest’anno, come di consueto, sia il “Centro Ricerche Economiche Nord Sud” (CRENoS), che la Banca d’Italia hanno presentato le loro analisi delle condizioni economiche che hanno caratterizzato dal punto di vista reale e da quello finanziario il sistema economico dell’Isola nel 2017. Come sempre, i rapporti sono riferiti prevalentemente all’analisi dei dati macro relativi all’intera base regionale, mentre è quasi del tutto assente qualche riflessione di rilievo sullo stato delle economie locali.

Il Rapporto CRENoS, giunto alla sua venticinquesima edizione, presenta un’analisi strutturale del sistema economico isolano attraverso il confronto dei dati ad esso relativi con quelli delle altre regioni italiane ed europee. Dal quadro macroeconomico presentato si ricava che la Sardegna ha continuato, nel 2017, ad occupare la stessa posizione, la duecentododicesima, nella classifica delle regioni europee per livello di sviluppo; l’Isola ha registrato un PIL pari al 71% della media europea, una percentuale che, nell’ultimo quinquennio, ha avuto una contrazione del 5%.

A parere degli estensori del Rapporto del CRENoS, se si considera la diminuzione, che nel corso del 2017 hanno subito gli investimenti rispetto all’anno precedente, la contrazione del PIL “sembra dipendere dal rallentamento del processo di accumulazione del capitale”; ma a far bene sperare in una possibile inversione di tendenza, sarebbe “il dato sui consumi delle famiglie” che, con la loro domanda prevalentemente orientata verso il mercato dei servizi e dei beni durevoli, lascerebbe presagire un aumento delle aspettative da parte dei consumatori e un aumento del reddito disponibile.

Sulla partecipazione dei singoli settori produttivi alla formazione del valore aggiunto regionale, è confermata la buona performance del settore agricolo, sia per numero di imprese, che per produzione di valore; il settore industriale, invece, conferma la tradizionale posizione ritardata, essendosi limitato a produrre solo il 19,1% del valore aggiunto, mentre il settore produttivo di servizi non per il mercato ne ha prodotto circa il 30%; dato, quest’ultimo, sul quale sarebbero necessari maggiori approfondimenti. Gli estensori del Rapporto giudicano positivo per l’economia regionale il fatto che, nel corso del 2017, sia ripreso l’interscambio con l’estero, trainato soprattutto dall’esportazione dei raffinati di petrolio.

L’andamento del mercato del lavoro non è che lo specchio dell’andamento riscontrato per l’economia reale. Nel corso del 2017, il numero degli occupati è rimasto stabile rispetto al 2016, mentre il numero dei disoccupati si è ridotto di circa duemila unità, consentendo la magra consolazione di poter dire che esso (il numero dei disoccupati), essendo stato nel corso del 2017 pari a un tasso di disoccupazione del 17%, ha raggiunto il “minimo storico” dal 2013.

Di particolare interesse è quanto il Rapporto riferisce riguardo all’analisi di due categorie di servizi pubblici, che hanno inciso in maniera significativa sui bilanci regionali e su quelli degli enti locali: i servizi sanitari e quelli di rilevanza economica, riguardanti i rifiuti solidi urbani, il trasporto pubblico locale e i servizi comunali per la prima infanzia. Il Rapporto riferisce che la spesa per il “Servizio Sanitario Regionale” è cresciuta nel corso del 2917, rispetto al 2016, più di quanto sia avvenuto su base nazionale, raggiungendo il livello più alto dell’ultimo decennio. Riguardo alla spesa sanitaria, la Sardegna continua così a distinguersi, per essere una regione poco efficiente nell’uso delle risorse disponibili e per una performance non soddisfacente dei svisi sanitari essenziali.

Per contro, la Sardegna è riuscita a distinguersi positivamente per il trattamento dei rifiuti solidi urbani; mentre, relativamente al trasporto pubblico, ha accusato la tradizionale difficoltà a migliorare l’utilizzo dei mezzi pubblici e del trasporto ferroviario. Infine, riguardo alla spesa dei servizi per l’infanzia, la Sardegna ha accusato una diminuzione rispetto a quella nazionale.

Interessanti sono le osservazioni che il Rapporto reca riguardo ai fattori di sviluppo o di competitività, valutati sia nel contesto regionale italiano che in quello europeo, in funzione di possibili future variazioni positive della performance del sistema economico regionale in termini di accumulazione capitalistica, di produttività e di sviluppo economico.

Il processo di accumulazione di capitale, riferiscono gli estensori del Rapporto, appare caratterizzato da un forte ritardo, rispetto alle altre regioni italiane ed europee, riguardo al “capitale umano”; gli investimenti in “Ricerca e Sviluppo” accusano livelli ancora troppo bassi, ammontando nell’Isola solo allo 0,8% del proprio PIL, un livello giudicato troppo distante dall’obiettivo europeo del 3%. Appare positivo solo il fatto che la propensione ad innovare, misurata dal rapporto tra il numero delle startup innovative e il totale delle società di capitali, risulti sostanzialmente in linea con la media nazionale.

Il Rapporto si chiude con l’analisi del comparto turistico, rilevando che nel 2016 le presenze nell’Isola sono aumentate dell’8,8%, collocandola al primo posto tra tutte le regioni italiane; la componente nazionale delle presenze è cresciuta più che nelle altre regioni concorrenti, mentre la componente estera è tendenzialmente aumentata in linea con esse. Infine, secondo i dati del servizio statistico regionale, la domanda turistica nel 2017 è cresciuta per il quinto anno consecutivo; ciò farebbe bene sperare, se non fosse che, sottolinea il Rapporto, l’aumento delle presenze turistiche, letto “insieme agli indicatori economici tradizionali di creazione di valore aggiunto e di mercato del lavoro”, fa riflettere sulle difficoltà “che il sistema imprenditoriale e produttivo dell’Isola ha nello sfruttare pienamente il vantaggio competitivo di questo comparto”.

Il Rapporto è completato da quattro “approfondimenti tematici” e da tre “policy focus”. I primi sono dedicati, rispettivamente, all’esame delle attivazioni e delle cessazioni dei rapporti di lavoro nella province sarde dopo l’entrata in vigore, nel 2014, del “job Act”; all’analisi della mobilità degli studenti universitari sardi verso altri atenei della penisola; allo studio della nautica da diporto in funzione del potenziamento dei principali porti turistici della Sardegna; all’illustrazione dei risultati di un progetto di ricerca che ha analizzato le percezioni degli operatori turistici di uno dei principali centri turistici della Sardegna (Villasimius) in merito alla sostenibilità delle “presenze” in funzione di diversi fattori. I “policy focus” riguardano invece: la valutazione del piano di politica attiva del lavoro della Regione Sardegna; la riflessione sul modello regionale di gestione della mobilità ciclistica; l’analisi delle opportunità di rilancio economico che possono derivare da una razionale gestione delle aree militari dimesse nella prospettiva del potenziamento del comparto turistico.

Il Rapporto della Banca d’Italia, presentato nella forma di “Nota” redatta dalla sede di Cagliari, conferma i dati congiunturali del Rapporto CRENoS, riguardo sia alla struttura produttiva che al mercato del lavoro, osservando anche che, nonostante un quadro congiunturale moderatamente stabile dell’ultimo biennio, “si mantiene elevata nel confronto nazionale la quota delle famiglie sarde a rischio di povertà ed esclusione sociale, condizione che nel 2017 è ulteriormente aumentata, più che nel resto del Paese”.

La “Nota”, tuttavia, a differenza del Rapporto CRENoS. descrive una situazione regionale dal punto di vista finanziario sorretta da un sostanziale ottimismo. Ciò perché nel mercato del credito, sebbene la rete territoriale delle banche si sia ulteriormente contratta, per via del processo di razionalizzazione in atto dal 2009, la riduzione sarebbe stata compensata dalla “diffusione dei canali alternativi di contatto tra le banche e la clientela”, grazie soprattutto all’utilizzo dei servizi di “home banking” (letteralmente “banca da casa” o “banca a domicilio”, che consentirebbe alla clientela sarda sparsa nel territorio di effettuare operazioni bancarie da casa o dall’ufficio mediante collegamento telematico con le banche, reso possibile dallo sviluppo di Internet e delle reti di telefonia cellulare).

Inoltre, sempre secondo la “Nota”, nel corso del 2017 è proseguito il miglioramento della qualità dei finanziamenti di banche e di società finanziarie, mentre è diminuito il flusso dei finanziamenti deteriorati, pur rimanendo ancora elevata la sua incidenza sui crediti totali concessi. I deposti bancari “hanno accelerato”, mentre è tornato ad aumentare “il valore complessivo dei prezzi di mercato dei titoli delle famiglie ed delle imprese sarde detenuti a custodia presso il sistema bancario, per effetto dell’incremento delle quote di OICR” (acronimo di Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio, che investono in “strumenti finanziari”, o altre attività, il risparmio raccolto tra il pubblico di risparmiatori, operando secondo il principio della ripartizione dei rischi).

Infine, il miglioramento finanziario dell’economia regionale, sarebbe continuato per via della diminuzione, negli ultimi anni (2014-2016), della spesa primaria delle amministrazioni locali della Sardegna, riflettendo soprattutto il calo degli investimenti pubblici e un aumento contenuto della spesa sanitaria. A seguito di ciò, nel corso del 2017, il debito delle amministrazioni locali è cresciuto moderatamente.

Nel complesso, il “tono” della “Nota” della sede di Cagliari della Banca d’Italia (“fedele alla consegna” che le deriva dall’essere l’articolazione regionale del controllore sovrapartes della politica di austerità perseguita dall’Italia dopo lo scoppio della Grande Recessione del 2007/2008) sembra indicare che, dal punto di vista finanziario, l’andamento congiunturale dell’economia regionale riesca a reggere il peso dei postumi della crisi, senza minimamente collegare il miglioramento del mercato del credito agli effetti negativi sull’intero tessuto sociale della Sardegna e, quel che più conta, all’aumento dell’indebitamento delle famiglie verso le banche.

Anzi, invece di suggerire, sempre dal punto di vista finanziario, possibili linee di una politica regionale più appropriata ai fini di una più stabile situazione economica e sociale, la “Nota” attende fiduciosa quanto può derivare alla Sardegna dalla recente riforma degli enti locali; con ciò esprimendo il parere che la riforma realizzata, ridimensionando il ruolo delle province e accrescendo le funzioni attribuite ad altri enti sovracomunali, possieda in sé la ratio per individuare ambiti territoriali ottimali, atti ad incrementare presunti livelli di efficienza e di efficacia nella gestione dei servizi locali.

I nuovi enti di gestione potranno, secondo la “Nota”, beneficiare di risorse specifiche di origine regionale e comunitaria per i propri programmi di sviluppo; ma di quale sviluppo si tratti non viene specificato. Sarebbe un errore se ci si riferisse a quello assicurato dalle istituzioni regionali centrali, che, a parere dei sardi, come risulta dalle ultime indagini demoscopiche, non hanno saputo garantire un impiego efficiente delle risorse disponibili, senza riuscire a dare vita ad una base produttiva stabile e diffusa nel territorio; premessa necessaria, questa, per l’acquisizione di una capacità di crescita autonoma, in grado di sottrarre l’Isola dal novero delle regioni europee sempre in ritardo sulla via dello sviluppo.

E’ riduttivo pensare agli enti locali come attori unicamente preposti a rendere efficiente la spesa per servizi di pura natura amministrativa, con risorse provenienti da processi risditributivi regionali; ed è sorprendete che, sia il Rapporto Crenos che la “Nota” della Banca d’Italia non sappiano rinvenire, nel potere di iniziativa delle comunità locali, il presupposto, non solo per una gestione più efficiente delle risorse disponibili, ma anche per consentire di elaborare proposte di valorizzazione dei loro territori.

La capacità di formulare iniziative “dal basso” deve essere considerata un fattore decisivo, forse il più importante, fra quelli che presiedono alla crescita e allo sviluppo di qualsiasi area, quale che sia la sua dimensione. Continuare a tacere sui limiti del centralismo istituzionale e sulla virtù dello sviluppo locale costituisce un grave handicap per il futuro dell’Isola.

Gianfranco Sabattini

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