martedì, 23 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Legge di Stabilità, Mattarella blinda Tria
Pubblicato il 25-07-2018


tria mattarellaLe recenti, esternazioni dei due capi della maggioranza Luigi Di Maio e Matteo Salvini sul rapporto con Bruxelles in vista della prossima Legge di Stabilità sono state prese molto sul serio dal Capo dello Stato. Pur non rappresentando dichiarazioni di guerra nei confronti dell’Ue e pur proiettando in un futuro imprecisato il superamento dei vincoli europei, il tono aggressivo delle dichiarazioni ha indotto il Quirinale ad accendere i riflettori sul percorso che porterà alla stesura della Legge di Bilancio. Ecco perché il Capo dello Stato, per Costituzione garante del rapporto tra Italia e Ue in rapporto ai vincoli di bilancio, ha deciso un giro informale di incontri. Col presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha già visto e con la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e con quello della Camera Roberto Fico, che incontrerà nei prossimi giorni, al fine di prevenire degli attriti che potrebbero portare a una crisi di governo.
Naturalmente il Capo dello Stato non ha alcuna intenzione di interferire sul percorso legislativo e neppure su quello che precede la presentazione alle Camere del testo della Legge di stabilità, ma la sua ‘moral suasion’ sarà indirizzata ad evitare un combinato disposto di norme fuori dai parametri e di dichiarazioni che suscitino pericolosi corti circuiti. Anzitutto con la Commissione europea. Ma anche con i mercati. Da Bruxelles, la raccomandazione che ha raggiunto anche il Quirinale negli ultimi giorni è molto chiara: davanti ad atteggiamenti di sfida la prima sanzione verrebbe dai mercati e dallo spread. Una sanzione sostanziale che rischierebbe di manifestarsi prima di quella formale da parte della Commissione europea, chiamata a pronunciarsi in autunno sul progetto di Legge di Stabilità che il governo è tenuto a presentare entro il 15 ottobre.
L’aumento dello spread di un solo punto percentuale significherebbe per gli italiani un incremento della spesa pubblica di circa diciotto miliardi di euro.

L’imperativo del Capo dello Stato è quello di difendere gli interessi dell’Italia e degli italiani. Quindi, in questa circostanza, deve scongiurare corti circuiti pericolosi per la stabilità del Paese. La sintonia tra il Quirinale ed il ministro dell’Economia Giovanni Tria è naturalmente del tutto conseguente. Nell’intreccio di dichiarazioni ed interviste ad opera dei principali ministri del governo, proprio Tria non ha dato margini ai “contestatori” di Bruxelles.
In una intervista rilasciata al “Washington post”, il ministro dell’Economia ha fatto alcune affermazioni inequivocabili. La prima: “Non c’è nessuna discussione sul fatto che l’Italia appartenga o meno all’Ue o all’Eurozona”. La seconda su come finanziare una riforma costosa come la flat tax: “Se abbassi alcune tasse devi aumentare il gettito proveniente da altre tasse”.
Dichiarazioni che, non soltanto al Quirinale, sono parse distanti da quelle dei due leader di governo, ma anche da un personaggio molto influente tra i Cinque Stelle come Davide Casaleggio.
Il vicepremier Matteo Salvini ha annunciato: “Andremo oltre i numeri Ue”. Una frase che può voler dire tante cose: al momento opportuno può essere rincarata ma anche occultata. Certo, Salvini ha usato parole di sfida, anche rispetto a tabù che finora sono stati tollerati in silenzio: “Cercheremo di cambiare anche alcuni numeri scelti a tavolino a Bruxelles, che molti paesi Ue, come Francia, Spagna e Germania, ignorano bellamente”. E Di Maio, pur usando espressioni da Prima Repubblica (“Non dobbiamo tirare a campare”) si è messo sulla stessa sintonia, indicando come obiettivo la modifica dei “parametri europei”.

Posizioni molto distanti da quelle di Tria e che ripropongono quella solitudine dei ministri dell’Economia che è una caratteristica di molti degli “inquilini” di via Venti Settembre. In passato diversi di loro, compreso Pier Carlo Padoan (solidissimo e apparentemente imperturbabile), sono stati presi dalla tentazione di gettare la spugna davanti alla generale ostilità che circonda tutti i propugnatori di una spesa misurata. È ancora presto per capire se un sentimento di questo tipo abbia preso anche il ministro Tria, ma indubbiamente il “monitoraggio” del Capo dello Stato e la sua iniziativa con i tre presidenti (Consiglio, Senato e Camera) se non può essere banalizzata come una “blindatura” del ministro dell’Economia, segnala però un sostegno di Mattarella a Giovanni Tria. Naturalmente niente di personale ma solo per ‘Ragioni di Stato’.
Sani consigli arrivano anche dal Fondo Monetario Internazionale che nell’edizione 2018 del suo External Sector Report ha nuovamente chiesto all’Italia di fare i compiti a casa e di tenere in ordine i conti e la spesa pubblica. Nel documento del FMI si legge: “Per l’Italia continua a essere necessario, come in Francia e in Spagna, un consolidamento fiscale che possa favorire la crescita. Questa ricetta permetterebbe all’Italia non solo di proteggersi da eventuali shock esterni ma anche di mantenere la fiducia degli investitori, essendo un paese fortemente indebitato. Affrontare gli squilibri globali a fronte di tensioni commerciali crescenti”. L’Fmi ha anche criticato gli Stati Uniti, definendoli come la principale fonte di squilibri globali manifestati nel 2017. Ma cosa deve fare l’Italia oltre a rimettere in ordine i conti? Secondo l’Fmi: “Sul piano strutturale, bisogna adottare riforme che meglio allineino i salari alla produttività e che rafforzino i bilanci delle banche. In questo modo si potrà far uscire il potenziale associato agli investimenti e migliorare la competitività, sostenere il potenziale di crescita e ridurre le vulnerabilità”.
Più in generale l’Fmi ha sostenuto quanto segue: “L’Italia nel 2017 è stata generalmente in linea con i fondamentali e che gli sviluppi recenti suggeriscono che sta continuando nella stessa direzione. Servirebbe tuttavia un miglioramento della competitività che aiuterebbe a rafforzare la crescita e a ridurre l’alto tasso di disoccupazione e di debito pubblico”.
Oltre alle analisi e valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, è uscito un comunicato dell’International Business Report (IBR) di Grant Thornton che ogni trimestre intervista oltre 2.500 ceo ed alti dirigenti in 36 nazioni tra cui l’Italia sulla situazione economica. Dall’ultimo comunicato è emerso che l’ottimismo nell’Unione europea (UE) è diminuito nel secondo trimestre del 2018 rispetto ai livello record di attese del primo trimestre. Secondo l’International Business Report (IBR) di Grant Thornton, mentre l’ascesa del consenso popolare verso politiche economiche domestiche protezionistiche alimenta l’incertezza economica, le imprese frenano gli investimenti. Tuttavia, dal momento che l’attuale ciclo economico potrebbe essere al culmine, i leader aziendali dovrebbero essere lungimiranti, rimanere flessibili e concentrarsi sugli investimenti strutturali per consentire crescita e prosperità a più lungo termine.
Nel comunicato odierno di IBR si legge: “L’ottimismo dell’UE scende dai suoi massimi dopo 15 anni. Nel primo trimestre del 2018, l’ottimismo commerciale dell’UE ha raggiunto il livello record per il 60% degli intervistati. Ha raggiunto nuovi traguardi in Francia (al 75%), con il cosiddetto “effetto Macron” che coinvolge anche i dirigenti d’impresa francesi e il Regno Unito è stato il più ottimista (31%) dopo aver votato per lasciare l’UE. L’ottimismo nell’Europa meridionale non ha precedenti, con la fiducia delle imprese greche che raggiunge il territorio positivo per la prima volta in tre anni”.
Massimiliano Bonamini, presidente del Comitato scientifico di Ria Grant Thornton, ha affermato: “Nel secondo trimestre l’IBR racconta una storia diversa. L’ottimismo delle imprese è sceso di 14 punti e passa al 46% netto in un panorama politico incerto. L’ottimismo era in calo già nelle tre maggiori economie della regione. Nelle imprese francesi è sceso di 37 punti percentuali al 38% netto e nel Regno Unito è passato dal 31% al 17%. In Germania, l’ottimismo è sceso di 6 punti percentuali al 74% e in Italia si è dimezzato dal 30% al 14% nel secondo trimestre. Con il persistere dell’incertezza sul futuro ed evoluzione economica, fiscale e politica della UE, con la crescita del consenso sociale verso politiche interne protezionistiche, le imprese europee stanno cercando di prendere tempo sulle grandi decisioni di investimento di lungo periodo per capire meglio i futuri scenari nazionali ed internazionali e su dove pianificare di investire e localizzare in Italia e all’estero”.
Per IBR, gli investimenti si fermeranno nel momento in cui il ciclo economico ha raggiunto il picco. Nel comunicato Ria Grant Thornton si legge ancora: “I dati dell’IBR riflettono questo dato, dimostrando che nel secondo trimestre i livelli di investimento sono rimasti invariati o diminuiti. Gli investimenti in ricerca e sviluppo (R & S) nell’UE sono in calo dal 1% al 19% nel secondo trimestre. Anche gli investimenti in impianti e macchinari sono diminuiti dall’1% al 41%. Gli investimenti in nuovi edifici sono diminuiti dal 2 al 20% e gli investimenti in tecnologia rimangono invariati, passando leggermente dal 42% nel primo trimestre al 46% nel secondo trimestre.
Questa mancanza di investimenti è preoccupante poiché la ricerca indica che il ciclo economico globale potrebbe aver raggiunto il suo picco. L’IBR osserva che l’ottimismo sta diminuendo globalmente, suggerendo che c’è una potenziale recessione economica all’orizzonte. I dati di Eurostat mostrano che la crescita nell’Eurozona è rallentata dallo 0,7 percento nell’ultimo trimestre del 2017 allo 0,4 percento nel primo trimestre del 2018, che è in netto calo. Le aziende farebbero bene a investire ora per rilanciare l’economia che gli economisti stanno prevedendo in fase di cambiamento e rallentamento.
La necessità per le imprese di effettuare investimenti strutturali prima piuttosto che dopo è evidente nella ricerca IBR. Dal terzo trimestre 2016 al secondo trimestre del 2018, si è registrato un costante aumento del numero di imprese che segnalano la mancanza di lavoratori qualificati come un vincolo, passando rispettivamente dal 26% al 40%. Un vicolo che potrebbe essere un’opportunità sull’occupazione dei lavoratori più qualificati e per attrarre giovani professionisti e ricercatori italiani che stanno lavorando con successo all’estero.
Nonostante le incertezze politiche, le imprese sono fiduciose della propria performance nel prossimo anno e i fondamentali economici rimangono forti. Le aspettative di redditività in tutta l’UE rimangono costanti al netto del 40% e, l’ottimismo nella regione è diminuito, ma è ancora robusto. Tutto ciò suggerisce che le imprese dell’UE sono in una posizione di forza per fare gli investimenti strutturali di cui hanno bisogno per prepararsi a una possibile crisi o rallentamento”.
Secondo le analisi di IBR bisogna realizzare ora investimenti strutturali per aumentare la prosperità futura.
Bonamini, che ha una lunga esperienza di sindaco di imprese e di advisor in operazioni di finanza straordinaria complesse per primari gruppi italiani e bancari, ha così concluso la sua dichiarazione: “Tra i consigli per le imprese quello di essere più aperte al cambiamento e dedicare più investimenti in ricerca e sviluppo, in personale qualificato, in studi di alta consulenza utili nel prevedere i futuri scenari più plausibili e nell’identificare le migliori opportunità di investimento strutturali al culmine di questo ciclo economico. Tra i possibili strumenti finanziari la crescita attraverso operazioni di M&A e di finanza straordinaria al fine di migliorare la loro dimensione e la competitività sui mercati di riferimento, consentendo loro di reagire rapidamente ai cambiamenti economici e politici futuri nell’area UE”.
Tra i possibili scenari per le aziende italiane al fine di mitigare i potenziali rischi derivanti dall’instabilità futura nell’eurozona quello di accrescere la loro presenza nei mercati extraeuropei più promettenti, tra cui quelli dell’area dei Balcani dove il tasso di laureati è più alto rispetto all’Italia e alla media UE mentre il costo del lavoro è più basso, con un alta penetrazione di ricercatori e giovani professionisti specializzati che conoscono sia l’inglese che l’italiano.

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