venerdì, 20 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Europa, i sovranisti e le democrazie illiberali
Pubblicato il 04-07-2018


europa bandiere

Lo scorso fine settimana si è svolto, a Bruxelles, il vertice del Consiglio Europeo sulla gestione dei flussi migratori. I risultati del vertice non sono stati soddisfacenti per il nostro Paese, a dispetto dell’ingiustificata esultanza del premier Conte.

Nel testo finale viene, più volte, ribadita la volontarietà della suddivisione di chi arriva in Europa. In altre parole, l’Italia non ottiene la distribuzione obbligatoria dei migranti ma, unicamente, l’impegno degli altri Paesi europei ad approntare, se lo vorranno, dei campi di accoglienza.

Rimane, a questo proposito, una grande incertezza rispetto all’attendibilità degli impegni presi su base volontaria.

Tra gli Stati europei più intransigenti e indisponibili alle ragioni della condivisione della gestione delle politiche migratorie si segnala il governo ungherese guidato da Viktor Orban e dal gruppo dei paesi di Visegrad, la fronda euroscettica dell’Europa centro-orientale (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca). Ma troviamo estimatori delle idee politiche sovraniste anche nel Front National in Francia, nei partiti islamofobi di estrema destra del Nord Europa e in Italia, nella Lega (Nord?).

Proprio gli alleati europei di Salvini sono, plasticamente, i portatori di interessi nazionali configgenti con l’interesse italiano che è volto ad una comune gestione dei migranti su scala continentale, essendo l’Italia, per motivi geografici, il paese di primo arrivo.

Inoltre, l’alleanza sovranista europea con lo sponsor decisivo della Russia putiniana, fa della costruzione di una società chiusa a difesa della Tradizione uno dei punti qualificanti della propria azione politica.

Anche qui all’insegna dell’egoismo nazionale e orientati a forme di “democrazia illiberale”1.

Il termine “democrazia illiberale”, nella consuetudine politico-giornalistica, indica un sistema politico, con notevoli variazioni a seconda dei contesti nazionali, formalmente rappresentativo ma nel quale non vengono pienamente rispettati i principi pluralisti e democratici.

Alcuni studiosi definiscono questo peculiare sistema politico-istituzionale “democratura”, crasi tra democrazia e dittatura; altri, come Steve Levitsky2, professore di Scienza Politica all’Università di Harvard, utilizzano la dicitura di “autoritarismo competitivo”.

L’autoritarismo competitivo è un fenomeno post guerra fredda che coinvolge i Paesi che uscivano da forme di dittatura. Ciò nonostante, nella contemporaneità, si va diffondendo come teoria politica, anche nei settori più conservatori dell’Europa occidentale.

Nelle democrazie illiberali esistono le Istituzioni democratiche e sono vissute tanto dal governo che dall’opposizione come il principale meccanismo per giungere al potere. Le elezioni sono relativamente competitive e in alcuni casi si registrano delle parziali vittorie delle opposizioni.

Tuttavia, non si tratta di un regime democratico, perché la competizione non è equilibrata: il partito di governo gode di enormi vantaggi, riducendo, con lo strumento legislativo, gli spazi di agibilità democratica delle minoranze e la libertà dell’informazione. Giornalisti e attivisti dell’opposizione vengono minacciati, a volte arrestati e spesso si verificano manipolazioni e frodi elettorali.

Nei discorsi pubblici, e nella propaganda dei governi e dei partiti della destra radicale che s’ispirano al modello di “democrazia illiberale”, risuona un’argomentazione principale: la morte del modello democratico occidentale da sostituire con regimi autoritari sul modello di quelli sperimentati in Russia, Cina e Turchia.

Si prospetta l’abbandono dei metodi e dei principi liberali nell’organizzazione di una società. Si propone un impianto di forte rilancio dell’orgoglio nazionale e della Tradizione, con un uso strumentale dei valori cristiani, vi è una dichiarata ostilità alle politiche europee di accoglienza agli immigrati, fomentando razzismi vecchi e nuovi.

A tutto questo si aggiunge un utilizzo improprio dei poteri costituzionali, l’occupazione degli organi di garanzia e una gestione arrogante dei rapporti politici e dei rapporti con i mezzi di informazione.

Sembra evidente come gli elementi sopraindicati rappresentino una pericolosa messa in discussione dei valori di cui si sostanziano le democrazie occidentali e pluraliste.

S’intravede il rischio che le pulsioni illiberali, il nazionalismo, la demonizzazione della società civile etichettata come “radical chic”, conducano verso una società chiusa, autoreferenziale, impaurita e più debole.

Occorre vigilare sui pericoli dell’autoritarismo contemporaneo e contribuire a promuovere una cultura di tutela dei diritti umani, di promozione della libertà d’informazione e, più in generale, la realizzazione dei principi democratici enunciati nelle Carte europee e nazionali.

Paolo D’Aleo

1) A proposito, si leggano le argomentazioni utilizzate dal filosofo russo Aleksander Dugin, teorico delle politiche proposte e realizzate da Putin e da Russia Unita, in A. Dugin, La quarta Teoria Politica, 2017; A. Dugin, A. De Benoist, Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica, 2014.

2) Si veda, S. Levitsky, L. Way, Competitive Authoritarianism: Hybrid Regimes after the Cold War , 2010.

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